clitofonte

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Testo

CLITOFONTE

I punti di accordo fra Clitofonte e Socrate:- la dottrina dell'involontarietà del male
[Steph. III, p. 406 A]
SOCRATE - Poco fa una certa persona ci riferiva che Clitofonte, figlio di Aristonimo, durante una discussione con Lisia, disprezzava i dialoghi che si fanno con Socrate, e invece lodava fino alla esagerazione gli incontri che si hanno con Trasimaco.
CLITOFONTE - Quella persona, caro Socrate, non è stata precisa nel riportarti quanto ho detto a Lisia sul tuo conto, perché se è vero che su certe cose non ti lodavo, è anche vero che su altre ero d'accordo con te. in ogni modo, dato che evidentemente mi disapprovi, nonostante la tua aria distaccata, sarei proprio felice di riferirti di persona quei discorsi, approfittando del fatto del tutto casuale, che ci troviamo noi due soli; così ti renderai conto che io sono meno mal disposto nei tuoi confronti . In questo caso, forse, non hai avuto informazioni esatte, sicché mi pare chiaro che tu sia troppo duro nei miei confronti. Se, pertanto, mi dai l'occasione di parlar liberamente, la coglierò al volo, dato che ho un vivo desiderio di dire la mia. [407 A]
SOCRATE - Sarebbe davvero brutto se io non incoraggiassi questa tua intenzione di venirmi in aiuto. E’ ovvio infatti che se conoscessi i miei punti deboli e quelli forti, questi li cercherei per svilupparli ancor più, quegli altri, invece, metterci ogni impegno per fuggirli.
CLITOFONTE - F, allora stammi a sentire. Quando, caro Socrate, ero al tuo seguito, mi capitava spesso d'essere toccato dalle tue parole, e mi pareva che tu fossi di tutti gli uomini il miglior parlatore quando, come un dio su una macchina di scena, rampognavi gli uomini con queste sublimi parole: [B]
«Dove vi fate portare, uomini? Non vedete che nessuna vostra azione è conforme al dovere, dal momento che ogni vostra preoccupazione è rivolta alle ricchezze, allo scopo di appropriarvene, mentre per i figli ai quali dovrete pur lasciarle né cercate maestri di giustizia - posto che la giustizia si possa imparare -, né maestri che la facciano esercitare e coltivare come si deve - ammesso che essa possa essere solo esercitata e coltivata -, né, prima ancora, vi prendete voi stessi cura di loro?
«E poi, una volta che vi siete resi conto [C] che, acquisiti da voi e dai vostri figli i rudimenti del leggere e dello scrivere, della musica e della ginnastica - dato che proprio in ciò, a vostro giudizio, consiste la perfetta educazione alla virtù -, non avete per niente migliorato il vostro atteggiamento nei confronti delle ricchezze, perché non avete ripudiato l'educazione di oggi e non andate in cerca di chi riesca a porre rimedio a questa contraddizione?
«Eppure è proprio per una tale trascuratezza e per questa forma di indolenza, e non certo per un errore di battuta nel suono della lira, che il fratello contro il fratello, le città contro le città, senza ordine [D] né limiti insorgono gli uni contro gli altri e si fanno guerra, e in ciò subiscono e fanno danni irreparabili «Voi, invece, sostenete che gli ingiusti sono tali non per mancanza di educazione e di conoscenza, ma per loro scelta, e d'altra parte non temete di dire che l'ingiustizia è cosa turpe ed odiosa agli dei.
«E allora chi mai sceglierebbe di sua spontanea volontà un male tanto grave?
«Chi è succube dei piaceri, rispondereste voi.
«Ma se a vincere è un atto volontario, anche questo non dovrebbe essere involontario.
«Comunque sia, la ragione decide per l'involontarietà dell'atto ingiusto e di questo fatto deve assolutamente tener conto, [E] assai più di quanto non si faccia oggi, ogni uomo nella sua vita privata e anche ogni Stato nella sfera pubblica».

Altri punti di accordo fra Clitofonte e Socrate
Tutte le volte che ti sento ripetere queste parole, caro Socrate, mi rallegro molto e sono io stesso sorpreso da come mi trovano consenziente. Inoltre, la medesima cosa capita quando trai da ciò le debite conseguenze, affermando che chi esercita il corpo trascurando l’anima non fa altro che abbandonare a se stessa la parte egemone per aver cura di quella che è dominata.
E ancora sono d'accordo con te quando sostieni che se uno non sa usare di una certa cosa è meglio che la lasci perdere; così, se un uomo non sa fare un retto uso dei suoi occhi o delle orecchie o di tutto intero il suo corpo, è meglio che non usi affatto né dell’udito né della vista e neppure di qualche altra facoltà del corpo, piuttosto che impiegarla in una maniera impropria. [408 A]
Considerazioni analoghe valgono anche per l'arte. Chi non sa adoperare la propria lira è ovvio che non sa usare neppure di quella del vicino, e, viceversa, se uno non sa servirsi della lira degli altri non saprà far uso neppure della propria; e lo stesso dicasi per ogni altro strumento o oggetto.
In tal modo, questo tuo ragionamento giunge coerentemente a concludere che a chiunque non sappia adoperare l’anima conviene lasciarla inattiva; vale a dire che è meglio per lui non vivere affatto, piuttosto che vivere a proprio capriccio. E se pure qualcuno fosse costretto a vivere, tanto vale allora che viva una vita da servo [B] piuttosto che da libero, affidando, quasi fosse una nave, il timone della sua coscienza ad un altro, che conosca l'arte di governare gli uomini, quella o Socrate, che tu suoli chiamare politica, facendola in tutto identica alla pratica e alla virtù della giustizia.
Ebbene, a tali ragionamenti e a molti altri dello stesso tenore, tutti ugualmente rigorosi - per esempio, la dottrina della insegnabilità della virtù, e del dovere di prendersi cura soprattutto di se stessi - [C] penso di non aver mai mosso obiezioni, né credo che mai ne muoverò in futuro, Per il semplice motivo che ne apprezzo l'alta funzione protrettica e la straordinaria utilità, nonché il fatto che sono strumenti indispensabili per strapparci dal sonno in cui siamo immersi.

Critica all’inconcludenza del sapere socratico
Tuttavia, la mia aspirazione era quella di sentire anche il seguito di ciò. Per questo, o Socrate, da principio non rivolsi domande a te, ma a qualche tuo coetaneo, o concorrente, o amico, o comunque si vogliano chiamare coloro che dialogano con te su questi temi. E a partire proprio da quelli che sembravano godere della tua particolare stima domandai come continuava il discorso, [D] un po' come fai tu, e cioè provocandoli con le seguenti parole.
«O voi, uomini eccellenti, come si fa oggi ad accettare l'invito di Socrate alla virtù, se questo rimane tale, senza uno sbocco nella sfera pratica, un compito da assolvere fino in fondo, ma solo questo ci resta da fare finché campiamo: estendere l'invito alla virtù a chi non l'ha ancora ricevuto e poi far sì che egli faccia altrettanto con gli altri? [E]
«E posto anche che si sia tutti d'accordo su questo dovere dell’uomo, dopo di ciò resta pur sempre la necessità di rivolgere a Socrate o a noi stessi la domanda: e poi che si farà? Quale deve essere a nostro giudizio il punto di partenza per imparare la giustizia? E come se uno, vedendo che noi, al pari dei bambini, neppure ci accorgiamo dell'esistenza della ginnastica e della medicina, da un lato ci invitasse ad avere cura del corpo, e dall'altro, subito dopo, si arrabbiasse con noi, rinfacciandoci come atto indegno il darsi troppa cura del grano, dell'orzo, della vite, insomma di tutti quei beni per il cui possesso ci affatichiamo, perché vadano a vantaggio del corpo, mentre non facciamo nulla per scoprire qualche arte e qualche strumento - i quali pure esistono - per rendere il corpo davvero eccellente.
«E se noi chiedessimo a chi [409 A] ci esorta in tal senso di dirci quali sono queste arti, egli probabilmente non mancherebbe di rispondere: la ginnastica e la medicina. E ora, quale diciamo che sia l'arte inerente alla virtù dell’anima? Suvvia, la si dica una buona volta!».
E quello fra gli interlocutori che pareva il più ferrato in materia mi rispose trattarsi di quell'arte appunto di cui sentivo discorrere Socrate: nient'altro che la giustizia.
Ma io gli obiettavo: «Non limitarti a dirmene il nome, dì piuttosto così. [B] Si sostiene che ci sia un'arte che si chiama medicina, la quale si prefigge due obiettivi: formare sempre nuovi medici, oltre a quelli esistenti, e la salute. So che di questi due obiettivi, uno, vale a dire la salute, non è più un'arte, ma il risultato dell’insegnamento e dell’apprendimento dell'arte. Lo stesso vale per l'architettura: da un lato c'è la costruzione e dall'altro la tecnica della costruzione: e l'una è l'opera e l'altra l'insegnamento. Altrettanto può ripetersi della giustizia; da un lato mettiamo la capacità di formare uomini giusti, come nel nostro esempio ciascuna arte formava i suoi esperti; dall'altro [C] quello che fa il giusto a nostro vantaggio.
«Ebbene che cosa diciamo che sia ciò? Coraggio, rispondi!». E, quello, se non mi sbaglio, mi rispondeva essere il conveniente; un altro diceva essere il dovere, un terzo l'utile e un quarto il vantaggioso. E io di nuovo a insistere, obiettando: «Ma espressioni come "agire convenientemente", o "far cose vantaggiose e utili", e altre simili, si trovano tali e quali in tutte le arti, che però, per quanto è di loro competenza, preciseranno che cosa intendono con ciascuna di esse.
«Così, ad esempio, per l'arte del carpentiere il buono, il bello, il conveniente sono tali [D] in funzione del dare una certa forma al legno grezzo, la quale, però non è l'arte. Mi si dica allora il corrispettivo di ciò, per quanto riguarda l'effetto della giustizia.

Necessità di dare un contenuto preciso alla ricerca sulla giustizia
Alla fine, caro Socrate, uno dei tuoi amici, quello che mi sembrava dire le cose più sensate, mi rispose che l'effetto specifico della giustizia, che non appartiene a nessun'altra virtù, consiste nel creare amicizia all'interno degli Stati. E, incalzato dalle mie domande, costui finì con l'ammettere che l'amicizia è sempre un bene e mai un male; che quelle che noi chiamiamo amicizie fra bambini e animali, in verità non vanno prese come tali, perché, per quanto ne sapeva lui, [E] queste erano più di danno che di vantaggio. Insomma, egli riuscì ad aggirare il problema, negando che queste fossero vere amicizie e affermando che sbagliava chi le chiamava con tale nome. Al di là di ogni dubbio, dunque, la vera e autentica amicizia è l’uniformità di pensiero.
Ancora costrettovi dal mio domandare se per uniformità di pensiero egli volesse intendere l'avere le stesse opinioni, o la stessa scienza, egli scartava la prima ipotesi perché fra gli uomini si trovano fatalmente molte opinioni comuni che sono dannose, mentre aveva convenuto che l’amicizia dovesse sempre essere un bene e un prodotto della giustizia. Di conseguenza, egli riteneva che lo stesso dovesse affermarsi dell'uniformità di pensiero, trattandosi di una scienza e non di una opinione.
Il discorso, dunque, problema dopo problema, era giunto fino a questo punto, [410 A] quando i presenti si credettero in dovere di accusarlo d'essere tornato al punto di partenza, criticandolo con le seguenti argomentazioni. «Anche la medicina è in un certo qual modo una uniformità di pensiero, e così tutte le altre arti; solo che queste sanno precisare l'oggetto della loro uniformità, mentre quello a cui tende questa tua cosiddetta giustizia o uniformità ci è del tutto sfuggito; e parimenti non è chiaro quali siano i suoi effetti specifici».
Queste domande, Socrate, alla fine le ho rivolte anche a te e tu mi hai detto che la giustizia consiste nel nuocere ai nemici [B] e nel fare del bene agli amici. Ma in seguito è risultato che l'uomo giusto non nuoce mai a nessuno, perché agisce sempre nell'interesse di tutti. Questa domanda non te la rivolsi una sola volta, e neppure due, ma con pazienza, insistendo per parecchio tempo, finché ho desistito.
Così, pur ritenendo che tu non sei secondo a nessun uomo nell’indirizzare gli altri sulla via della virtù, ora mi si prospetta una duplice alternativa. , che per altro può verificarsi in ogni altra arte, è che tu sappia fare solo questo e niente di più. Ad esempio, anche uno che non sia nocchiero, potrebbe mettersi a celebrare [C] questa tecnica come la più importante per gli uomini; e lo stesso vale per le altre arti. La medesima critica può, in un certo senso, essere rivolta a te, a proposito della giustizia: il fatto di saperla lodare così bene, non implica che altrettanto bene tu la conosca. Non credo, però, che le cose stiano in questo modo.
Pertanto, l’alternativa è duplice: o non sai o non vuoi rendermi partecipe di quel che sai. Pertanto, dal momento che continuo ad essere nel dubbio, penso proprio che me ne andrò da Trasimaco o da chiunque altro io possa. E tu, se davvero vuoi porre fine a queste tue esortazioni [D] nei miei riguardi, segui l'esempio fatto a proposito della ginnastica dopo avermi richiamato al dovere di non trascurare il fisico, fa' seguire al tuo discorso esortativo informazioni sulle cure di cui il mio corpo ha bisogno, in relazione alla sua natura. Insomma, cerca di comportarti anche in questo caso nel modo che si è detto.

Giudizio conclusivo di Clitofonte sul metodo di Socrate.
Fa' conto, quindi, che Clitofonte sia pienamente consenziente sul fatto che sia ridicolo curarsi di ogni altro bene, e non dell'anima [E] che è la causa di questa stessa nostra cura, e per tutto il resto ritieni che io, dicendo quello che ho appena detto, non abbia fatto altro che trarre da tali premesse le debite conseguenze. La mia preghiera è, dunque, che tu non abbia a comportarti in altra maniera, affinché io non sia costretto in parte a lodarti e in parte a biasimarti, come poc'anzi ho fatto alla presenza di Lisia e degli altri.
Per concludere, o Socrate, vorrei confessarti che per l’uomo che ancora attende d'essere esortato tu sei assolutamente indispensabile; ma quando uno sia già stato spronato, starei per dire che sei quasi d'inciampo per chi vuol raggiungere il culmine della virtù e con esso la felicità.

Esempio