Cartesio e il Discorso sul Metodo

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Testo

Cartesio
Renè Descartes (latinizzato Cartesio) nasce nel 1596 in Francia da una famiglia molto benestante e vive la propria giovinezza con un’educazione affidata ai Gesuiti, secondo le procedure educative dell’epoca, puntando sulle lettere e sulle discipline umanistiche. Egli frequenta l’università di Poitiers dove studia diritto, ma poi comincia a mostrare dubbi sulla validità delle conoscenze che gli erano state impartite, troppo chiuse nell’ambito dei libri.
Nel 1618 lascia gli studi e partecipa alla Guerra dei Trent’anni, viaggiando così per l’Europa. Cartesio usa questi viaggi come strumento di educazione attraverso il confronto con la realtà. Tuttavia anche qui non sembra acquistare maggior sicurezza del proprio sapere ed è portato così ad una riflessione autonoma che lo conduce alla stesura del trattato “Della luce” o “Il Mondo”, composto all’inizio degli anni ’30. Questo trattato è pronto nel 1633, e in esso l’ipotesi portante è la mobilità della Terra, oltre a questo ipotizza anche come modello corretto quello copernicano. Tuttavia la condanna del 1633 di Galileo fa sì che Cartesio soprassieda alla pubblicazione del suo libro; ma ritenendo che non sia corretto rinunciare, sceglie un’altra forma di scritto, quella dei trattati scientifici brevi:
• Diottrica: fenomeni di diffusione della luce;
• Meteore: fenomeni del mondo sublunare;
• Matematica: geometria analitica.
Cartesio qui mette in luce i risultati raggiunti senza far riferimento alla mobilità della Terra, cioè non vi sono dichiarazioni esplicite alle idee copernicane. I trattati sono pubblicati nel 1637 e per presentarli, chiarendo il metodo con cui è giunto a quelle conclusioni, li fa precedere da un discorso, il “Discorso sul metodo”, tanto importante che diventerà poi autonomo rispetto ai trattati. Questa è l’opera a cui possiamo collegare una svolta nella filosofia. Il “Discorso sul metodo” è costituito da sei parti, è molto breve, e contiene alcune cose già presentate in opere precedenti ed altre che saranno poi ribadite in opere successive: nel 1641 Cartesio pubblica le “Meditazioni metafisiche” o “Meditationes de prima philosophia” che presentano le obiezioni fatte dagli intellettuali dell’epoca a cui Cartesio risponde. (Verrà poi pubblicata un’edizione in francese con le obiezioni e le risposte alle obiezioni). Negli anni finali della sua vita, Cartesio verrà poi ospitato dalla regina di Svezia per insegnarle la filosofia. Nel 1649 si reca a Stoccolma ma il clima troppo freddo e le abitudini originali della regina, fanno sì che Cartesio si ammali e muoia nel 1650.
Discorso sul metodo
E’ suddiviso in sei parti:
1. Ricostruisce la sua biografia intellettuale e culturale. Racconta del periodo in cui è stato educato nel collegio dei gesuiti valutandone l’efficacia ma mostrando anche molte perplessità. Questa prima parte serve a prendere le distanze da quello che Cartesio ha ricevuto come patrimonio educativo, in quanto l’educazione precedente non l’ha aiutato.
2. Le prime pagine sono dedicate alla conclusione della vicenda biografica narrata nella prima parte. Poi propone le quattro regole del proprio metodo, quattro regole operative e formali che devono aiutare a dirigere la ragione, poche, dalle quali non bisogna trasgredire. Cartesio è molto prudente in questo; dice di voler solo raccontare il suo metodo, infatti non lo chiama trattato, cioè non vuole proporre il suo come metodo.
3. E’ la parte di morale in cui sono proposte alcune brevi regole di morale riguardo il modo in cui si deve agire nella realtà. Sono chiamate regole della morale provvisoria, quindi non propone regole assolute (qui non per prudenza): sono quindi contraddistinte dalla provvisorietà, che terminerà quando si avrà un criterio di verità assoluta.
4. E’ la più importante ed è la parte metafisica. Cartesio presenta i fondamenti della sua visione metafisica; parla dell’anima e di Dio (ne dimostra l’esistenza) e trova una propria riproposizione nelle “Meditazioni metafisiche” del 1641, anch’esse composte da sei parti.
5. Vengono proposti alcuni problemi di fisica e poi viene occupato il problema fisico e medico del moto del cuore. Questa è quindi una parte fondamentalmente scientifica.
6. Cartesio chiarisce quali sono, a suo avviso, le cose necessarie per progredire nella conoscenza della natura.
Il “Discorso sul metodo” parte da un presupposto: il buon senso è ciò che è meglio distribuito tra gli uomini, tutti ritengono di possederlo, tuttavia gli uomini giungono a conclusioni molto diverse. Il problema non è la qualità del buon senso (cioè la ragione), ma poiché gli uomini giungono a conclusioni diverse, significa che usano questa ragione in modo non corretto.
Il “Discorso sul metodo” è il tentativo di presentare agli uomini un modello per usare correttamente la ragione e cercare la verità.
Buon senso → ragione (pag. 106): esso non è una facoltà specifica ma generica, è la capacità di distinguere il vero dal falso.
La ragione è l’elemento che ci distingue dagli animali, e ciò per cui siamo uomini, quindi nessun uomo ne è sprovvisto.
La ragione è tutta intera nell’uomo, la diversità deriva da buono o dal cattivo uso che gli uomini fanno di essa; bisogna quindi saper usare correttamente la ragione.
• Prima parte (delle sei): pars destruens → l’uso a cui la ragione è indirizzata è scorretto e Cartesio si impegna a rendere evidenti i difetti dell’educazione che ha ricevuto.
• Seconda parte: pars costruens → costruire l’edificio del sapere indicandone il punto di partenza, e (nella quarta) le fondamenta. (Buon uso della ragione nella ricerca della verità).
Il presupposto di Cartesio è che si possa parlare del metodo di ricerca svincolandolo dal contenuto. In questo senso le regole del metodo che Cartesio propone nella seconda parte hanno una funzione simile alla logica aristotelica, che è una logica formale, nel senso che struttura il ragionamento e vale poi per tutti i contenuti. La validità è interna alle regole e non riceve conferma dall’oggetto; le regole non sono relative a un contenuto ma hanno validità indipendentemente dal campo in cui vengono applicate.
Nella seconda parte Cartesio ci dice di voler proporre le regole del suo metodo alle quali si è costantemente ispirato , che sono necessariamente poche ma applicate in modo ferreo. Esse sono modellate su una disciplina logico-matematica, perché per Cartesio è quella che più volte si è dimostrata valida, ma non ne riprende il contenuto, bensì solo il rigore logico matematico che la caratterizza. Cartesio, a questo punto, si chiede cosa rimanga una volta tolto il contenuto: ciò che rimane è la struttura argomentativa, della quale Cartesio si servirà. In questo modo dimostra di condividere la considerazione della matematica propria di tutti gli intellettuali del suo secolo ed, in particolare, di Galilei. Una volta chiarito l’ambito nel quale va a ricercare il metodo, Cartesio quindi presenta le regole di questo. (pag.108)
Le regole del metodo
La prima è la più importante, è la regola di verità, che permette di distinguere il vero dal falso ed è nota come regola dell’evidenza. Le tre seguenti hanno invece un carattere operativo, cioè indicano come si deve operare: la seconda è chiamata regola dell’analisi, la terza della sintesi, la quarta dell’enumerazione completa.
1. Prescrive di non accettare nulla come vero e dubitare di tutto ciò che ci si presenta come non chiaro e non distinto. L’evidenza si traduce in chiarezza e distinzione.
- Un’idea è chiara quando nessun aspetto che la compone sfugge alla comprensione.
- Un’idea è distinta quando mentalmente la si può separare dalle altre.
Chiarezza e distinzione, e quindi evidenza, non sono però concetti propri della conoscenza sensibile, ma di quella intellettuale, per cui essa è molto più evidente della prima. Quindi ci si riferisce ad una chiarezza, ad una distinzione e ad un’evidenza che ha uno statuto (livello) di validità molto più alto dello statuto di validità dei sensi.
Ad esempio, un esempio riportato nelle “Meditazioni Metafisiche”, considerando un kiliagono (poligono a 1000 lati), tutti siamo in grado di capire cosa è, cioè il concetto ci è chiaro e non c’è nulla nella sua definizione che ci risulti oscuro, ma non siamo capaci di distinguerlo da un poligono a 900 lati una volta disegnato. In questa prima regola si distingue chiaramente l’evidenza sensibile da quella intellettuale, poiché la prima è molto meno chiara, e si chiariscono in modo netto quei concetti di chiarezza e distinzione.
Cartesio arriva quindi a due risultati: l’evidenza di cui stiamo ragionando è quella dei concetti, intellettuale, cioè più forte, e non dei sensi; inoltre aiuta a capire che cosa vuol dire chiaro e distinto: per formare il concetto chiaro di kiliagono mi appoggio al concetto di poligono. Si deve ritenere vero ciò di cui non si può dubitare.
2. e 3. Si considerano insieme perché la prima parte consiste nello sciogliere un problema complesso (analizzare → dal greco sciogliere), mentre la seconda consiste nel ricomporlo, dopo aver risolto i vari sottoproblemi (sintesi). Queste due regole, di analisi e di sintesi, sono operative, ma fanno riferimento all’evidenza dal momento che si coglie la verità di ciò che è chiaro e distinto senza alcun passaggio dimostrativo, quindi intuitivamente. L’analisi spezzetta i problemi complessi in semplici per cui l’evidenza aiuta a risolverli e la sintesi a rimetterli in ordine per esprimere la soluzione al problema complesso.
Cartesio sta cercando di prendere lo schema della matematica e di usarlo come metodo, anche se egli stesso alla fine della seconda parte, ci dice di non aver legato nessuna materia al suo metodo.
4. Infine si esaminano il maggior numero di casi possibili per verificare di non aver commesso errori nei passaggi precedenti. In tal modo Cartesio crede di aver trovato un metodo che si possa utilizzare anche al di fuori dell’ambito scientifico. Il metodo di Cartesio non lo vincola ad una materia in particolare anche se in realtà funziona solo se lo si vincola ad una quantità o ad un oggetto che può essere in qualche modo ridotto a una quantità.
Dopo aver elencato le 4 regole del metodo, Cartesio ci dice che questa modalità operatica è svincolata da qualsiasi oggetto in particolare e pensa quindi di potersene servire in ogni disciplina. Altri pensatori, come Gustavo Contadini, hanno osservato che non è vero che questo metodo non è vincolato: metodo è legato alla quantità, è valido se viene vincolato a un oggetto che può essere ridotto a caratteristiche quantitative.

La terza parte è caratterizzata dalla morale e si apre con l’affermazione che se si vuole abbattere e ricostruire una casa è necessario che, nel corso dei lavori, ci si trovi un riparo. In questa condizione di attesa si può rimanere a lungo indecisi nei giudizi, ma non si può fare lo stesso delle azioni. In altre parole è possibile restare molto tempo indecisi nei giudizi e il dubbio nella ricerca della conoscenza può essere lungo, il che non comporta rischi.
Al contrario, spostandosi nell’ambito pratico si deve comunque continuare ad agire secondo alcune regole pratiche di morale che necessariamente non si possano ancora considerare vere (perché non si possiede ancora un criterio di verità) ma che piuttosto siano verosimili. Ci si deve cercare un riparo provvisorio ma anche dare delle regole sulle quali modellare il proprio agire, poiché l’ambito pratico non può fermarsi. Per queste ultime vale un principio diverso: nell’ambito pratico, infatti, non è più possibile usare il criterio di rifiutare come vero ciò che non lo è evidentemente, cioè non siamo in contrasto con la prima regola, ma si deve rifiutare come falso solo ciò che è evidentemente falso.
VERO
VEROSIMILE
FALSO
Ambito teoretico
Ciò che è evidentemente vero
Non ci si può servire
Ciò che è evidentemente falso
Ambito pratico
Ciò che è evidentemente vero
Ciò che non è evidentemente vero o evidentemente falso; ciò che non ha in sé le ragioni di verità. E’ qui che sta la tradizione, è una zona provvisoria;una volta ottenuto il criterio di verità colloco quello che contiene nel vero o nel falso
Ciò che è evidentemente falso
• Prima regola: accettare per verosimile ciò che la tradizione ci ha consegnato. Qui siamo in ambito pratico e concreto. In ambito teoretico bisogna dubitare. Questa prima massima definisce il criterio.
• Seconda regola: una volta scelta una modalità operativa (regola della decisione), essa va seguita come se fosse vera, senza più cambiare.
• Terza regola: bisogna essere pronti a modificare se stessi e i propri desideri piuttosto che la fortuna e l’ordine del mondo. Infatti su di esso non abbiamo alcun potere, non possiamo agirvi completamente e ciò che non riusciamo a fare è da ritenersi qualcosa di impossibile per le nostre forza. Ci si deve quindi accontentare di ciò che la sorte consegna e volere ciò che il fato vuole per noi. La vera felicità sta in noi e non nelle cose, visto che la fortuna in esse può mutare; perché la felicità a cui Cartesio mira è interiore. Questo non significa che non si deve mai cambiare ma piuttosto che bisogna capire quanto è modificabile nella nostra vita.
Il dubbio di Cartesio non è paragonabile a quello degli scettici: essi infatti dubitano solo per dubitare, si dimostrano costantemente irresoluti e non prendono mai posizioni. Il dubbio di Cartesio vuole invece essere metodico e non metafisico, è inteso come uno strumento, suppone il vero come esistente e conoscibile e usa il dubbio anche nella forma più radicale come mezzo per giungere al vero assoluto.
La quarta parte del “Discorso sul Metodo” è la parte più importante e difficile. Comincia con il triplice esercizio del dubbio e serve a individuare una verità che risulti autoevidente. L’uomo è tenuto ad evitare qualsiasi cosa porti dentro di sé anche una piccolissima ragione di dubbio e la deve mettere da parte.
Il dubbio si esercita sulla conoscenza sensibile perché i sensi talvolta ingannano e quindi non si può avere una garanzia di verità appoggiandosi su di essi, anche se comunque non è detto che siano sempre falsi.
Neppure la geometria può essere fonte di verità perché niente garantisce che nei passaggi della dimostrazione di un problema non ci siano errori.
E così anche il pensiero perché a volte capita di percepire in sogno cose così evidenti che sembrano vere e nulla mi garantisce che la vita non sia un sogno.
Il principio primo indubitabile per Cartesio, la cui verità non deriva da altro e per cui vale il criterio dell’evidenza come criterio di verità è il “cogito ergo sum”. Esso può sembrare il risultato di un sillogismo, soprattutto per via della presenza del termine “ergo”. Nelle “Meditazioni Metafisiche”, però, Cartesio ribadisce che non si tratta di un sillogismo perché altrimenti il “sum” sarebbe una conclusione e non un principio primo visto che riceverebbe la verità da altro (cioè dalle premesse) e non sarebbe evidente. Le due proposizioni “cogito” e “sum” non sono perciò legate da passaggi nascosti ma da “ergo”, ma questo termine sottolinea un passaggio necessario che collega pensiero e esistenza. Afferma che l’esistenza è necessariamente implicata nell’atto del pensare e non c’è altra possibilità: per pensare si deve essere. Ma essere cosa? Cartesio passa ora dal cogito alla res cogitans: ci dice infatti che tale pensiero può essere privo di corpo ma tuttavia esiste come sostanza. Perciò questa sostanza che pensa può essere identificata esclusivamente col pensiero ed è totalmente indipendente dal corpo. Ma se pensiero e sostanza sono indipendenti dal corpo, tra le due non c’è relazione (l’uomo, ad esempio, è anima e corpo ma tra i due non c’è relazione). Questo concetto rappresenta un critica evidente alla posizione aristotelica per cui ogni cosa è sinolo di materia e forma. Un conto è comunque dire che anima e corpo siano distinte, un altro è dimostrare come si relazionino (quando io penso ad alzare il braccio, esso si alza). Questo pone le basi per cui l’uomo sembra essere identificato con lo spirito e il pensiero. La soggettività, così come la realtà pensante, è totalmente spiritualizzata e il corpo, così come la realtà estesa, è invece totalmente meccanizzato. Si tratta quindi di una visione dualistica che distingue due dimensioni.
A Cartesio vengono però fatte delle obiezioni: ad esempio, è convincente l’idea del “cogito ergo sum” e il fatto che l’ente che emerge sia in grado di pensare, ma cosa giustifica il passaggio a un elemento sostanziale o unico che caratterizza il pensiero?
Il problema di come si stabilisce la relazione tra corpo e pensiero rimane tuttavia aperto, nel senso che Cartesio non ne dà una soluzione esplicita e se ne occuperà la filosofia successiva.
Una volta constatata l’esistenza di un io come sostanza pensante, egli passa alla dimostrazione dell’esistenza di Dio.
Non c’è dubbio per Cartesio che prima si conosca se stessi come ente pensante e poi ci si possa dirigere a dimostrare l’esistenza divina.
Nel “Discorso sul Metodo” propone tre dimostrazioni suddivisibili in due gruppi: la prima e la seconda sono a posteriori e rimandano alla forma delle dimostrazioni di Anselmo nel Monologion e di Tommao, mentre la terza è a priori, come il Proslogion, e parte dalla definizione di Dio per arrivarne all’esistenza. Nelle prime due il punto di partenza non è la realtà esterna a noi, dal momento che non se ne è ancora dimostrata l’esistenza e può contenere molti dubbi, ma piuttosto il pensiero e le caratteristiche del soggetto pensante.
1. Prima prova: Dubito ergo deus est
L’ergo presente tra le due proposizioni, questa volta introduce la conclusione di un sillogismo, perciò la struttura di questa prova è un po’ diversa da quella del “cogito ergo sum”. E’ evidente che io dubito e che il dubbio attesta un’imperfezione, quindi io mi percepisco come un ente dubitante e imperfetto. A questo punto mi chiedo da dove viene l’idea di perfezione che è in me, visto che è evidente che io posso pensare a qualcosa di più perfetto. Essa però non deriva da me (sarebbe contraddittorio che da me imperfetto si generi qualcosa di più perfetto), né dalla realtà esterna (che è ancora più fragile di me), né dal nulla (poiché vale il principio che dal nulla non viene nulla), bensì, per esclusione, da una realtà più perfetta.
Questa realtà è Dio. A differenza delle argomentazioni di Tommaso e Anselmo, la prova di Cartesio non parte dall’evidenza dall’esistenza della realtà esterna.
2. Seconda prova. Anche in essa emerge la presenza del dubbio ma, a differenza della prima, in cui si risaliva a Dio dall’idea in me di perfezione, qui si arriva a Dio partendo dall’esistenza di me come ente che dubita. Questo perché se mi percepisco come ente che dubita, se mi fossi creato da solo, mi sarei dato quella perfezione di cui in realtà manco; ma non sono perfetto e tale mi percepisco, quindi l’essere che mi ha creato non sono io ma Dio. Con l’imperfezione l’uomo può anche stabilire le caratteristiche di Dio, perché quelle mie caratteristiche imperfette, sicuramente quelle non saranno presenti in Dio.
3. Terza prova. Il ragionamento di questa terza prova a priori parte dalla definizione di Dio ma prima anticipa che c’è un modo di ragionare assolutamente certo, ossia quello dei geometri. Pensando ad esempio al teorema per cui la somma degli angoli di un triangolo è 180°, esso lo si può esprimere con a+b+c=180°. Se il triangolo esiste, allora a+b+c deve essere necessariamente 180°. Nell’essenza di un triangolo non è scritta l’esistenza, per cui non è indispensabile che T (triangolo) esista, ma quando esiste deve avere a+b+c=180°. Sono possibili quindi le due proposizioni:
- T è esistente
- T non è esistente.
Ma le due scritture:
- a+b+c=180°
- a+b+c=190°
Non sono valide perché nella seconda il predicato è contraddittorio al soggetto. Allo stesso modo si ragiona con le due proposizioni:
- Dio è esistente
- Dio è non esistente
Infatti Dio è l’essere assolutamente perfetto e visto che l’esistenza è una perfezione non è possibile che manchi di tale perfezione. Il presupposto di partenza è che esistere è più perfetto che non esistere. Le due proposizioni si possono così riscrivere:
A) Ente assolutamente perfetto ha una perfezione
B) Ente assolutamente perfetto manca di una perfezione
B è identica a a+b+c=190° perché soggetto e predicato sono contraddittori. Da un punto di vista logico B non è perciò possibile, quindi A è necessariamente vera.
Cartesio è assolutamente certo dell’esistenza di un io pensante e di Dio, ma fino a che punto si possono ricostruire il sapere e l’esistenza della realtà intorno a noi? Per quanto possa apparire la conoscenza sensibile è meno certa di quella razionale, e nel confronto tra intelletto e sensibilità, l’evidenza sta dalla parte dell’intelletto. Il principio secondo cui niente è nell’intelletto se prima non è stato nei sensi è scorretto per Cartesio perché in essi non sono certamente mai stati né Dio né l’anima, eppure queste due idee sono presenti nella nostra mente. Ci sono quindi idee innate che non sono nei sensi ma solo nella nostra mente. Non derivano dall’esperienza, per cui, per dimostrare la loro esistenza, non è necessario entrare in essa. Questo sistema di pensiero viene comunemente chiamato il Razionalismo del ‘600 e propone una ragione che indipendentemente dall’esperienza, è in grado di costruire un sapere che permette di conoscere la realtà.
Tipi di idee
• Innate: sono idee che non derivano dall’esperienza ma vengono costruite dal pensiero; si tratta di verità che concludono un ragionamento derivato dalla semplice attività del pensare. (es. Dio, idee matematiche, anima).
• Avventizie: sono idee che ci derivano da qualcosa di esterno, per esempio gli oggetti dell’esperienza o gli enti materiali. Ci sembrano venire da qualcosa di esterno (non ho ancora dimostrato l’esistenza della realtà). Sono idee non certe.
• Fattizie: idee costruite dal soggetto, che non hanno nessuna certezza assimilabile quella delle idee innate, non derivano dall’esperienza (es. Ippogrifo). Sono anch’ese idee non certe.
Cartesio poi ci presenta la corrispondenza tra idea e realtà esistente.
- Idea di res cogitans (soggetto) → dimostrata in modo intuitivo
- Idea di Dio → dimostrata in modo argomentativo
Queste idee sono le uniche idee certe. Dopo aver detto ciò afferma nel “Discorso sul Metodo” che Dio è il garante dell’evidenza: non solo quelle due idee sono certe, ma quella regola che ho assunto come assoluta (sono vere tutte le cose che percepiamo n modo chiaro e distinto), è vera solo in quanto Dio esiste.
→Errore logico (circolo vizioso):
La prima regola della seconda parte dice che “sono vere tutte le cose che si presentano in modo chiaro e distinto”.
--> Essa è certa solo in quanto Dio è o esiste come un ente perfetto.
La certezza della regola (la prima della seconda parte) è quindi garantita dall’esistenza di Dio. Ma siamo di fronte a un errore logico perché il nostro percorso è stato:
1. sulla base dell’evidenza della regola della Verità ho individuato il cogito;
2. sulla base dell’evidenza del cogito ho individuato la distinzione tra anima e corpo;
3. dall’esistenza del cogito nell’idea di perfezione sono arrivato all’esistenza di Dio.
→ questo che è fondato diventa fondante della certezza della regola della verità, sono quindi davanti ad un circolo vizioso.
La risposta di Cartesio alle obiezioni è che Dio è il garante delle verità che si presentano immediatamente evidenti (quindi ad esempio il cogito si garantisce per sé, poiché lì evidenza e presenza coincidono, quindi ciò che è evidente mi è sempre presente).
Tuttavia ci sono idee che pur essendo state concepite come evidenti, ora non sono più presenti, ad esempio nelle dimostrazioni matematiche: nei vari passaggi vi è l’evidenza, ma se l’evidenza del primo passaggio rimane sempre tale, essa comunque non è più presente, quindi evidenza e presenza non coincidono.
→ Allora Dio è garante solo della memoria dell’evidenza, perché la conoscenza dell’uomo solitamente avviene in modo discorsivo (cioè deduttivo, come in Galilei), quindi Dio è il garante della memoria di ciò che è evidente ma non più presente.
Poiché Dio è un ente sommamente perfetto, non può volere che io mi inganni nel mio ricordo di ciò che mi si presenta come evidente. Ma ciò lascia aperto un problema: nella conoscenza dell’uomo c’è l’errore, ma allora da dove nasce questo errore?
Egli si chiede quindi che origina abbia l’errore, dove si appoggia e quale sia la sua causa.
• Per Cartesio l’origine dell’errore è nella finitezza dell’uomo, esso è un termine medio tra Dio e nulla, essere e non essere; egli porta dentro di sé segni di non essere. L’errore trae allora origine da questo marchio di finitezza dell’uomo, da una mancanza di Essere. Dio non ci ha fornito una qualità apposita per cadere in errore.
Quindi l’errore (e il male in Agostino) traggono origine dal carattere di “creato” dell’uomo.
Dio ha creato l’uomo, ciò comporta la sua finitezza: questo è quindi il punto d’origine, cioè l’origine metafisica dell’errore. Dio non avrebbe potuto creare un altro Dio, altrimenti sarebbe contraddittorio; creare vuol dire trarre dal nulla all’essere, quindi l’uomo essendo creato porta dei segni del nulla.
Questa è quindi l’origine, che è ciò che rende l’errore possibile, non necessario.
• Le cause dell’errore sono due:
1. la facoltà di conoscere, cioè l’intelletto;
2. la facoltà di scegliere, cioè il libero arbitrio o la volontà.
Esse fanno passare dalla potenza all’atto la possibilità di errore scritta nella finitezza dell’uomo.
Il corpo non c’entro con l’errore per due ragioni:
1. come per Agostino, è stato creato da Dio, quindi non era causa del male;
2. la filosofia cartesiana ha come elemento portante la scoperta dell’interiorità del soggetto, la responsabilità viene portata a questo livello, non a quella del corpo.
Nell’intelletto, però, non sussiste possibilità di errore: esso è una condizione necessari ma non sufficiente per l’errore. La realtà è molto più ampia di quella che conosco. Se immagino questa come un grande cerchio, c’è un cerchio più stretto che è la realtà che conosco in modo confuso e poi dentro c’è un cerchio ancora più stretto che è la realtà che conosco in modo chiaro e distinto. Questo è un dato, in quanto l’intelletto è limitato.
Ma se esso è limitato, la mia libertà è infinita, formalmente identica a quella di Dio(che però è più grande incommensurabilmente per potenza, conoscenza e oggetti).
Se considero una circonferenza con raggio infinito, ottengo una circonferenza infinita, e questa è la volontà di Dio. Quella dell’uomo è invece paragonabile a un settore circolare. La mia libertà sulle cose che conosco è infinita, ma Dio ha la conoscenza infinita.
La mia volontà ha sfera d’azione più ampia dell’intelletto, cioè può assentire a ciò che l’intelletto non conosce in modo chiaro e distinto o a ciò verso cui è indifferente.
L’errore nasce dove la volontà accetta e dà l’assenso a cose che l’intelletto non conosce in modo chiaro e distinto. Quando la volontà assente a ciò che per l’intelletto non è evidente ma appare confuso, sbaglia.
L’origine dell’errore è quindi metafisica, cioè la finitezza dell’uomo, ma ha una causa pratica, cioè l’assenso della volontà a ciò che non è chiaro e distinto.
L’intelletto è quindi imperfetto poiché limitato, ed è imperfetta anche la volontà, poiché non conosco tutto come chiaro e distinto.
Dio non è imperfetto perché conosce tutto in modo chiaro e distinto, quindi il suo assenso cade sempre in cose chiare e distinte.

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