Cartesio

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Testo

Filippo Franzolin 4° ALT 24/11/2005

CARTESIO

Cartesio, nome italianizzato di Renè Descartes, nacque in Francia nel 1596, da famiglia nobile.
Studiò da ragazzo presso il rinomato collegio dei gesuiti di Fleche, nel 1616 si diplomò in legge all'Università di Poitiers. Non fu da subito filosofo, preferì prima arruolarsi come soldato nella Guerra dei trent’anni, ultimata l'esperienza bellica si recò a Parigi e vi rimase fino al 1928.
Qui cominciò la sua opera filosofica che continuò nell'isolamento dell'Olanda fino al 1649. In questo anno decise di accettare l'invito della regina di Svezia, desiderosa di approfondire gli studi filosofici, l'anno seguente Cartesio morì però di polmonite.
Opere principali: Il mondo o Trattato sulla luce (1629-1633); Diottrica, Meteore e Geometria (1637); Discorso sul metodo (1637); Meditazioni metafisiche (1641); I principi della filosofia (1644); Le passioni dell'anima (1649).

Il metodo:
Cartesio formula così le regole del metodo di indagine moderno, un metodo che avrebbe dovuto portare la filosofia a non incorrere più in quei procedimenti sbagliati che avevano portato in errore certa filosofia classica, ossia deve condurre a distinguere il vero dal falso:
1. La prima regola è l'evidenza: ovvero non si può accettare nulla che non abbia il carattere della chiarezza e della distinzione. E' chiaro ciò che è evidente, la presenza e il manifestarsi della cosa stessa; è distinto ciò che non si confonde con le altre cose;
2. La seconda regola è l'analisi: il problema da affrontare non va affrontato nella suo intero, ma scomposto prima nelle parti più semplici;
3. La terza regola è la sintesi: il problema scomposto nella sue parti semplici va ricostruito a partire da questi dati, una volta siano stati accettati e provati corrispondenti alla realtà in modo certo e incontrovertibile;
4. La quarta regola è l'enumerazione e revisione: ovvero la verifica dell'affermazione, una regola prudenziale che impone l'esigenza di rivedere ogni fase del processo critico in modo da eliminare eventuali errori residui.

Il dubbio ed il “Cogito Ergo Sum”:
Cartesio espone la necessità, al fine di arrivare a delle conoscenze certe di un dubbio generale e necessario: trovare il fondamento di un metodo che deve essere la nostra guida sicura in ogni campo d'indagine é possibile secondo Cartesio solo con una critica radicale di tutto il sapere; bisogna considerare, almeno provvisoriamente, come falso tutto ciò su cui é possibile dubitare. Se continuando con questo atteggiamento di critica perveniamo ad un principio su cui il dubbio non é possibile, questo principio verrà preso come fondamento di tutte le altre conoscenze. Il dubbio cartesiano e quindi metodico ed artificiale cioè è un procedimento artificiale dell'uomo per giungere a delle verità indubitabili, non é quindi un dubbio reale.
In primo luogo Cartesio si rivolge ai sensi, dicendo che anche sui sensi é possibile dubitare in quanto spesso essi ci ingannano. Un'altra argomentazione cartesiana contro i sensi é quella del sogno in quanto spesso nei sogni si hanno sensazioni del tutto simili a quelle che si hanno nella veglia senza che si possa distinguere fra le une e le altre. In seguito Cartesio si rivolge a quelle conoscenze che sono reali sia nel sogno che nella veglia, come le conoscenze matematiche. Per estendere il dubbio metodico anche a queste conoscenze Cartesio introduce l'ipotesi di un genio maligno e ingannatore che fa apparire all'uomo chiaro ed evidente ciò che in realtà e falso e assurdo. Con l'ipotesi del genio maligno il dubbio si estende ad ogni cosa e diventa universale, si arriva così al cosiddetto dubbio iperbolico.
Dopo aver portato all'estremo l'esercizio del dubbio con l'ipotesi del genio maligno, Cartesio arriva ad un fondamento sicuro; il cogito: di tutto posso dubitare tranne del fatto che stia dubitando, se dubito penso, quindi sono; inoltre se il genio mi inganna, io sono ingannato e perché io sia ingannato é necessario che io esista. Il cogito é dunque una proposizione assolutamente vera.
Vi fu però chi vide nel cogito, fraintendendolo, una conclusione sillogistica; "io sono, dunque esisto" sembra la proposizione finale del sillogismo “tutte le cose che pensano esistono, io penso dunque io esisto”. Ciò però implicherebbe la validità delle regole della logica, negata da Cartesio. Egli infatti risponde che il cogito é una pura constatazione, una pura intuizione della mente e non il frutto di un ragionamento.
Le principali obiezioni dei critici furono rivolte alla conseguente separazione dell'anima dal corpo che Cartesio trae dal cogito; si deve infatti rinunciare ad attribuirsi tutte quelle caratteristiche che ricadono sotto la scure del dubbio. E' infatti possibile dubitare di avere un corpo o di svolgere tutte le attività ad esso connesse, l'unica cosa di cui non posso dubitare é di pensare, di essere quindi una sostanza pensante (res cogitans, vedi Il dualismo). Secondo il metodo del dubbio quindi cosa posso sapere riguardo alla natura dei corpi che sia assolutamente indubitabile, solo che essi occupano un certo spazio, che sono cioè estesi.

Dio come giustificazione metafisica delle certezze umane:
Per dimostrare l'esistenza di Dio, Cartesio muove dal fatto che l'idea di Dio sia un'idea innata. Egli infatti divide le idee in: innate: cioè quelle idee che derivano da me stesso (come quella di verità)
avventizie: quelle che mi derivano dal mondo esterno (come quella di calore)
fattizie: ossia finzioni prodotte da me (come le figure fantastiche).
Le idee hanno quindi un valore anche come realtà oggettive, in quanto rimandano ognuna ad una cosa ben precisa e sicuramente da questo punto di vista un'idea che rimanda ad una sostanza contiene più realtà oggettiva di un'idea che rimanda ad un modo o ad un accidente dell'essere (mela é quindi più oggettivo di rosso). Analogamente l'idea di Dio in quanto sostanza eterna e infinita ha più realtà oggettiva dell'idea di una sostanza finita. A questo punto Cartesio introduce il principio secondo cui la causa deve contenere almeno tanta realtà quanto ne contiene l'effetto. Quindi se tutte le idee possono provenire da me l'idea di Dio, sostanza infinita, non può provenire da me che sono sostanza finita e che quindi contengo meno realtà oggettiva rispetto all'idea di Dio, dunque Dio esiste.
La seconda prova parte dal fatto che il mio io ha natura finita e imperfetta . Se mi fossi creato da solo mi sarei dato le perfezioni che sono proprie del Dio. A chi obiettò che é possibile che ci si dia l'essere senza perfezioni Cartesio rispose che é più facile darsi le perfezioni che sono comunque accidenti che l'essere che é sostanza. Né posso supporre di essere effetto di una qualche causa meno perfetta di Dio in quanto anch'essa dovrebbe essere effetto di qualcos'altro. Questa é una prova a posteriori.
La terza prova é una classica prova ontologica a priori. Non é possibile concepire Dio come essere sovranamente perfetto (che é l'idea che tutti hanno di Dio) negandone la sua esistenza in quanto questa é una delle sue necessarie perfezioni. Allo stesso modo in cui non si può concepire un triangolo con più di tre lati.

Il dualismo:
Assumendo come fondamento l'io-penso, Cartesio dà inizio al soggettivismo della filosofia moderna: la filosofia antica basata sul primato dell'essere, viene sormontata dal pensiero moderno incentrato sull'individuo umano. Accanto alla cosa pensante (inestesa, consapevole e libera), costitutiva solo dell'anima umana, Cartesio pone una seconda sostanza: l'estensione (res extensa o cosa estesa - spaziale, inconsapevole e meccanicamente determinata) costitutiva di tutta la materia corporea. Anche questa seconda sostanza è creata da Dio che le attribuisce una determinata quantità di moto indistruttibile.
La realtà è così spezzata in un dualismo che, per risolvere il rapporto tra anima e corpo, Cartesio dovrà risolvere con la teoria della ghiandola pineale, la sola parte del cervello che apparendogli non essere doppia, potesse essere luogo anatomico del contatto tra le due sostanze.
Risolvendo il mondo corporeo (e perfino le passioni dell'anima) ad una meccanica determinista, Cartesio concepì l'universo come un'unica macchina messa in moto da Dio.

Il mondo fisico:
Finora Cartesio ha affermato per intuizione il cogito e l’idea di Dio e per dimostrazione l’esistenza di Dio, escludendo il mondo esterno dalle sue immagini. Il mondo non può però apparirci come una presenza irrazionale: Dio è vero e non può ingannarci, per cui l’esistenza del mondo è possibile. La filosofia tomista diceva: “il mondo esista, dunque Dio deve esistere”; per Cartesio Dio esiste necessariamente, dunque il mondo può esistere: la sua esistenza deve essere dimostrata con un atto di deduzione. Il problema dell’esistenza del mondo è tutt’uno con il problema della sua natura; è necessario che il pensiero ne abbia un’idea chiara e distinta, condizione per affermare una realtà. Per la conoscenza non ci si può appellare ad altri tipi di idee: solo le idee innate sono oggettive e sono il fondamento primo della conoscenza. Dunque per conoscere la natura del mondo esterno ci si deve rivolgere ad un’idea innata. Le cose sensibili ci appaiono come complessi percepibili in movimento: la riflessione razionale riconosce che questi fenomeni presuppongono idealmente l’Estensione che ne condiziona la pensabilità. L’idea di estensione è un’idea innata, chiara e distinta, a cui si arriva per intuizione. Con la deduzione occorre provare l’esistenza del mondo: l’idea di estensione non potrebbe risolversi in un puro pensato perché Dio è la garanzia assoluta della corrispondenza del pensare all’essere, quindi all’idea di estensione deve corrispondere necessariamente una Res Extensa. Le entità sostanziali sono pertanto tre: la res cogitans (sostanza pensante => io pensante), la res extensa e la res divina. La sostanza è definita come “una realtà che esiste in sé e per sé, in modo da non avere bisogno di nessun’altra sostanza per esistere”. Solo Dio può essere definito vera sostanza, mentre le altre due sono sostanze relative, in quanto ciascuna esiste di per sé e non ha bisogno dell’altra per esistere, ma entrambe hanno bisogno di Dio. L’analisi dell’idea di estensione porta alla conoscenza dei principi fondamentali della fisica o cosmologia:
1. poiché la materia si risolve nella estensione e l’estensione è divisibile all’infinito, il concetto di atomo diventa contraddittorio;
2. non esiste il vuoto perché un vuoto pensato nell’estensione è pur sempre estensione;
3. negato l’atomo, è necessario ammettere che non esiste limite nemmeno nel pensare un accrescimento progressivo dell’estensione; un’estensione infinita esistente in atto non è pensabile; se non è possibile concepire l’universo come quantità circoscritta, non si può concepire nemmeno come infinito perché solo Dio può essere pensato infinito: allora il mondo è chiamato “indefinito;
4. l’unicità della materia è deducibile dalle stesse premesse: dato che la natura della materia consiste solo nell’estensione, se esistessero infiniti mondi sarebbero tutti fatti dalla stessa materia;
5. dall’analisi dell’estensione si può dedurre anche il principio d’inerzia: poiché l’idea di estensione implica solo un’altezza, una lunghezza e una larghezza, non si può concepire un corpo in movimento se non si fa intervenire un altro corpo che, urtando il primo, lo metta in movimento; quindi non si può pensare nemmeno che un corpo in movimento si fermi da solo.
L’estensione, in effetti, è un’idea di geometria indifferente di per sé al moto e alla quiete: tutti i movimenti fisici sono così ricondotti al contatto diretto dei corpi estesi: il movimento è meccanico e sufficiente a spiegare tutti i fenomeni del mondo esteso.
Diviso l’ambito delle sostanze pensanti dall’ambito delle sostanze estese e risolto quest’ultimo nei rapporti meccanici di estensione e movimento, verrà meno l’interpretazione teleologica dell’universo. Cartesio nega qualsiasi grado di coscienza ed intelligenza agli animali: tutti i corpi sono macchine e la vita è una funzione meccanica. Solo la res cogitans, in quanto eterogenea rispetto al corpo esteso, è estranea al meccanicismo: infatti l’anima è libera.
Mediante l’idea di estensione, però, non si può spiegare che gli esseri reali siano complessi e differenziati: allora Cartesio ricorre a Dio per fondare due principio cosmologici fondamentali:
1. la materia è divisa in corpuscoli;
2. il movimento si conserva in quantità costante.
La teologia più adatta a spiegare questi concetti è quella “volontaristica”: Dio non contempla ma crea le verità eterne, “crea ciò che vuole perché è così”. La sua volontà è fonte di ogni valore e legge; delle essenze come delle esistenze; le verità eterne sono contingenti (cioè non necessarie) perché prodotte dalla sua libera volontà. I fini della creazione sono imperscrutabili e al pensiero umano non rimane altro compito che quello di conoscere il come della creazione, non il perché.

La morale:
Nella terza parte del Discorso sul metodo, Cartesio aveva formulato una morale provvisoria, articolata in alcune regole:
1. obbedire alle leggi e ai costumi in vigore nel proprio paese e di mantenere la religione nella quale si é stati educati;
2. perseverare con risoluzione nella decisione presa, sebbene essa possa sembrare dubitabile nel corso dell’esecuzione: occorre portare a termine ciò che é stato intrapreso;
3. cercare di dominare se stessi piuttosto che la fortuna e di cambiare i propri desideri piuttosto che l' ordine esterno delle cose;
Specialmente la terza regola ebbe una posizione di grandissimo rilievo nell' ambito del suo pensiero. Nel suo operare l' uomo deve lasciarsi guidare soprattutto dalla ragione, che può essere vista come una candela che ci illumina la strada. Proprio con la ragione l' uomo deve riuscire a dominare le passioni che agitano e travagliano l' anima. Ma questo é possibile solo in quanto la ragione impara ad avere una conoscenza chiara e distinta delle passioni e dei loro meccanismi , in modo da poterle non tanto reprimerle , quanto piuttosto controllarle e dirigerle ai fini desiderati. Proprio in questo controllare le passioni consistono la saggezza e la felicità dell' uomo. Nell' appello alla ragione come principio teorico-pratico dell' uomo, nonché nell’assimilazione di virtù e felicità che ne consegue, si rivela ancora una volta l’influenza esercitata su Cartesio dallo stoicismo classico in generale. La virtù stessa da Cartesio é intesa come capacità di vivere sempre secondo ragione, senza lasciarsi mai vincolare dalle passioni: ecco allora che la virtù si riduce ad un solo precetto e non può, né deve, essere divisa in varie specie, come aveva fatto la tradizione aristotelica.

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