Cartesio

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

RENÈ DESCARTES (CARTESIO)

La ragione possiede delle verità ideali, dotate di intrinseca evidenza, che non hanno bisogno di rettifica. Il razionalismo propone un modello scientifico che deriva dalla maieutica: il metodo infatti è deduttivo – matematico che diventa il metodo per eccellenza, espressione della struttura stessa della ragione ed è coestensivo a tutto il sapere scientifico: “mathesis universalis”.

Le regole del metodo. Nelle “Regulae ad diretionem ingenii” fissa i criteri fondamentali del metodo che confluiscono poi nel “Discorso sul metodo”:
1. l’evidenza: “Non accogliere come vere nessuna cosa che non si possa conoscere come tale in modo evidente”; i caratteri dell’evidenza sono la chiarezza e la distinzione;
2. analisi: “Dividere ogni difficoltà in piccole parti”;
3. sintesi: “Condurre per ordine i pensieri cominciando dagli oggetti più semplici per salire alla conoscenza dei casi più complessi”;
4. enumerazione: “Fare delle enumerazioni così complete e rassegne così generali da essere sicuro di non omettere nulla”.
L’evidenza appartiene agli elementi semplici dell’intuizione mentale; presuppone l’esistenza di idee innate, delle quali i caratteri fondamentali sono la chiarezza e la distinzione. Il suo metodo consta dunque della “mathesis universalis”, che non ha bisogno di astrarre i suoi principi da dati sperimental – empirici.
Le due operazioni del metodo sono dunque: l’intuizione noetica (= del pensiero) e la deduzione.
Il dato sperimentale ha solo funzione di occasione per la scoperta dell’intelligenza.

Dal dubbio metodico alla verità oggettiva. I primi elementi della verità appartengono alla ragione: è necessario eliminare dall’ambito del pensiero quei contenuti che ne offuscano la chiarezza: il “dubbio metodico” compie questa funzione demolitrice che in Bacone era svolta dalla “pars destruens” e in Galileo era assolta dalla critica aristotelica. Il dubbio è metodico e non scettico perché deve rinnegare se stesso e condurre ad una certezza innegabile, quindi il dubbio è usato come metodo.
L’uomo può dubitare di tutto; dei dati sensibili: infatti i sensi possono ingannare; delle verità matematiche: infatti le matematiche possono essere diverse per intelligenze diverse. La volontà di dubitare si spinge fino all’estremo della sua funzione: immaginiamo un genio maligno che ci inganni: il dubbio in questo modo diventa iperbolico, cioè assurdo.
Chi dubita è il pensiero, chi si finge ingannato, pensa: tutti i contenuti del pensiero possono essere illusori, ma non il pensiero stesso; “in quanto dubito penso, in quanto penso esisto”, “cogito ergo sum”. Questa è una certezza assoluta, il dubbio è possibile solo su ciò che è pensabile perché l’idea può non corrispondere all’oggetto in quanto essere e pensiero non sono uguali, ma nell’io pensante la distinzione non esiste più: nel soggetto pensante il pensiero è l’essere stesso, l’essere si risolve nel pensare. Il “cogito ergo sum” è una certezza prima che non deriva da nessun sillogismo, né da deduzioni, ma si conosce per intuizione. L’io è concepito come soggettività pura, è autocosciente, non è uno spirito universale, ma una individualità circoscritta; la centralità del cogito è una rivoluzione contro i dogamtismi antichi.
Il desiderio di dubitare obbedisce all’esigenza dell’obbiettività, che non deve essere cercata fuori dall’io, ma nell’interiorità con un atto che dall’implicito conduce all’esplicito, dall’oscuro al consapevole (che sembra riaffermare la teoria platonica della conoscenza come reminiscenza).
L’io, in quanto dubita, si riconosce imperfetto, ma non potrebbe avere conoscenza della propria imperfezione se non avesse dentro di sé l’Idea di perfezione, cioè l’idea di Dio: questa è un’idea innata, quindi evidente, cioè chiara e distinta. Cartesio si chiede chi sia la causa dell’idea di Dio: non è stata creata dall’uomo, che è imperfetto; una volta ritrovata in noi l’idea innata di Dio, il dubbio perenne non ha più ragione di esistere perché la certezza soggettiva si ancora ad una oggettività infinita. L’idea di Dio è un pensato, la cui validità ontologica (cioè il fatto che non esista) esige di essere dimostrata: bisogna dimostrare il passaggio dall’idea di Dio, cui si è giunti per intuizione, all’esistenza di Dio deduttivamente.
Le prove dell’esistenza di Dio possono essere a priori o a posteriori: la prova a priori è una sola e Cartesio si rifà all’argomento di S. Anselmo. Le due prove a posteriori proposte da Cartesio non hanno, invece, nulla in comune con le cinque vie di S. Tommaso: infatti Tommaso partiva dalla realtà sensibile; per Cartesio invece la realtà è dubitabile, le uniche cose certe sono il cogito e l’idea di Dio per cui il dato iniziale può essere offerto solo da questi due elementi chiari e distinti.
OPERAZIONI:
INTUIZIONE => cogito; idea di Dio
DEDUZIONE => esistenza di Dio -3 prove: - argomento ontologico di S.
Anselmo (prove a priori)
- 2 prove a posteriori

1° PROVA: si chiede da dove l’io derivi la sua esistenza: se l’uomo fosse causa di se stesso si sarebbe dato tutte le perfezioni, dato che è imperfetto la sua esistenza deriva da un essere perfetto realmente esistente.
2º PROVA: tra le idee che possediamo, l’Idea di Perfezione è superiore alle altre e quindi non può essere che l’effetto di una causa adeguata prodotta in noi solo da una realtà nella quale sia realmente presente la perfezione, cioè da un Dio realmente esistente.

Dimostrando l’esistenza di Dio, l’uomo non è più al centro di un mondo ma ritrova in sé l’idea del perfetto che gli testimonia di appartenere ad una razionalità infinita la cui esistenza è necessaria.

Il lume naturale. Cartesio non ammette solo le idee innate, ma postula anche degli assiomi che non sono oggetto di conoscenza, ma regole di funzionamento della ragione; essi costituiscono il lumen naturale. Ad esempio nella seconda prova dell’esistenza di Dio Cartesio si richiama al principio, noto per lume naturale, secondo cui non può essere in noi nessuna idea di cui, in qualche luogo, non esista un archetipo che contenga tutte le perfezioni (richiamo al mondo delle idee platonico). Per questo assioma Cartesio ritiene di poter passare dall’idea di Dio alla sua esistenza come da effetto a causa. Dove si osservano delle qualità deve esserci una sostanza di cui siano attributi: il pensiero è un attributo, quindi deve esistere una “Sostanza Pensante”, cioè una res cogitans.

Il mondo fisico. Finora Cartesio ha affermato per intuizione il cogito e l’idea di Dio e per dimostrazione l’esistenza di Dio, escludendo il mondo esterno dalle sue immagini. Il mondo non può però apparirci come una presenza irrazionale: Dio è vero e non può ingannarci, per cui l’esistenza del mondo è possibile. La filosofia tomista diceva: “il mondo esista, dunque Dio deve esistere”; per Cartesio Dio esiste necessariamente, dunque il mondo può esistere: la sua esistenza deve essere dimostrata con un atto di deduzione. Il problema dell’esistenza del mondo è tutt’uno con il problema della sua natura; è necessario che il pensiero ne abbia un’idea chiara e distinta, condizione per affermare una realtà. Per la conoscenza non ci si può appellare ad altri tipi di idee: non servono le Idee Avventizie, che hanno un’origine esterna, che dipendono dall’esperienza e che non sono chiare e distinte; né le Idee Fittizie o Fattizie, cioè “a me ipso factae”, le idee che derivano dalla fantasia o dalla volontà ed esprimono l’arbitrio del soggetto pensante. Solo le idee innate sono oggettive e sono il fondamento primo della conoscenza. Dunque per conoscere la natura del mondo esterno ci si deve rivolgere ad un’idea innata.
Le cose sensibili ci appaiono come complessi percepibili in movimento: la riflessione razionale riconosce che questi fenomeni presuppongono idealmente l’Estensione che ne condiziona la pensabilità. L’idea di estensione è un’idea innata, cioè evidente, cioè chiara e distinta, a cui si arriva per intuizione. Con la deduzione occorre provare l’esistenza del mondo: l’idea di estensione non potrebbe risolversi in un puro pensato perché Dio è la garanzia assoluta della corrispondenza del pensare all’essere, quindi all’idea di estensione deve corrispondere necessariamente una Res Extensa. Le entità sostanziali sono pertanto tre: la res cogitans (sostanza pensante => io pensante), la res extensa e la res divina. La sostanza è definita come “una realtà che esiste in sé e per sé, in modo da non avere bisogno di nessun’altra sostanza per esistere”. Solo Dio può essere definito vera sostanza, mentre le altre due sono sostanze relative, in quanto ciascuna esiste di per sé e non ha bisogno dell’altra per esistere, ma entrambe hanno bisogno di Dio. L’analisi dell’idea di estensione porta alla conoscenza dei principi fondamentali della fisica o cosmologia.
1. Poiché la materia si risolve nella estensione e l’estensione è divisibile all’infinito, il concetto di atomo diventa contraddittorio;
2. non esiste il vuoto perché un vuoto pensato nell’estensione è pur sempre estensione;
3. negato l’atomo, è necessario ammettere che non esiste limite nemmeno nel pensare un accrescimento progressivo dell’estensione; un’estensione infinita esistente in atto non è pensabile; se non è possibile concepire l’universo come quantità circoscritta, non si può concepire nemmeno come infinito perché solo Dio può essere pensato infinito: allora il mondo è chiamato “indefinito;
4. l’unicità della materia è deducibile dalle stesse premesse: dato che la natura della materia consiste solo nell’estensione, se esistessero infiniti mondi sarebbero tutti fatti dalla stessa materia;
5. dall’analisi dell’estensione si può dedurre anche il principio d’inerzia: poiché l’idea di estensione implica solo un’altezza, una lunghezza e una ;larghezza, non si può concepire un corpo in movimento se non si fa intervenire un altro corpo che, urtando il primo, lo metta in movimento; quindi non si può pensare nemmeno che un corpo in movimento si fermi da solo.
L’estensione, in effetti, è un’idea di geometria indifferente di per sé al moto e alla quiete: tutti i movimenti fisici sono così ricondotti al contatto diretto dei corpi estesi: il movimento è meccanico e sufficiente a spiegare tutti i fenomeni del mondo esteso.
Diviso l’ambito delle sostanze pensanti dall’ambito delle sostanze estese e risolto quest’ultimo nei rapporti meccanici di estensione e movimento, verrà meno l’interpretazione teleologica dell’universo. Cartesio nega qualsiasi grado di coscienza ed intelligenza agli animali: tutti i corpi sono macchine e la vita è una funzione meccanica. Solo la res cogitans, in quanto eterogenea rispetto al corpo esteso, è estranea al meccanicismo: infatti l’anima è libera.
Mediante l’idea di estensione, però, non si può spiegare che gli esseri reali siano complessi e differenziati: allora Cartesio ricorre a Dio per fondare due principio cosmologici fondamentali:
1. la materia è divisa in corpuscoli;
2. il movimento si conserva in quantità costante.
La teologia più adatta a spiegare questi concetti è quella “volontaristica”: Dio non contempla ma crea le verità eterne, “crea ciò che vuole perché è così”. La sua volontà è fonte di ogni valore e legge; delle essenze come delle esistenze; le verità eterne sono contingenti (cioè non necessarie) perché prodotte dalla sua libera volontà. I fini della creazione sono imperscrutabili e al pensiero umano non rimane altro compito che quello di conoscere il come della creazione, non il perché.

la natura dell’uomo e il problema dell’errore. L’uomo è composto da res cogitans e res extensa (anima e corpo). Le due sostanze sono distinte per natura, ma sono congiunte nell’unità dell’individuo.
1. L’anima è sostanza pensante (res cogitans), cosciente di sé e le nozioni innate ne costituiscono la natura spirituale; non è principio di movimento e di vita, ma solo di pensiero e conoscenza; ha una natura semplice, incorruttibile, immortale.
2. Il corpo è composto di parti estese, è una macchina inserita nel meccanicismo universale, governato dalla legge di causa – effetto. Dunque la causalità domina il corpo, mentre la libertà è privilegio dell’anima.
L’uomo è l’unico che congiunge le due sostanze: si genera un campo di fenomeni non spiegabili con la sola anima o col solo corpo; l’uomo infatti possiede sentimenti, passioni, emozioni, che scaturiscono dall’unione di anima e corpo. Questi fatti psichici formano l’ambito delle idee oscure e indistinte (vedi idee avvenitzie e fittizie) escluse dalla conoscenza. In quanti res cogitans l’uomo possiede un’intelligenza e una volontà: in Dio il conoscere e il volere coincidono, nell’uomo, che non è creatore, no. l’ambito dell’intelligenza umana è finito, invece la volontà è infinita: poiché Dio è Dio, per l’infinitezza della sua natura, l’uomo assomiglia a Dio per la sua volontà.
L’infinitezza della sua volontà si rivela nella possibilità di sbagliare, che è privilegio dell’uomo. L’errore inerisce al giudizio (= affermare qualcosa di qualcos’altro); il giudizio implica:
1. la presenza di idee in noi;
2. il riconoscimento, da parte dell’intelligenza, del loro accordo o disaccordo;
3. il consenso a quel riconoscimento da parte della volontà.
Se le idee presenti in noi sono chiare e distinte, il riconoscimento dell’intelletto non trova ostacoli e il consenso della volontà è immediato; quando invece le idee presenti sono oscure e indistinte, la volontà ha due possibilità:
1. sospendere il suo consenso a ciò che l’intelletto non riconosce come evidente;
2. affrettarsi a dare il suo consenso oltrepassando i limiti dell’intelligenza e in questo modo cade nell’errore.
L’errore non è dunque imputabile né all’intelletto, perché esso è la facoltà delle idee chiare e distinte, né alla volontà, perché nel suo genere è perfetta, ma al cattivo uso che il singolo può fare della propria volontà: “io sbaglio perché voglio sbagliare”.

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