Aristotele

Materie:Riassunto
Categoria:Filosofia

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Testo

Metafisica
Per essere, Aristotele non intende una realtà semplice e univoca, ma una realtà complessa e polivoca, che si esprime originariamente in una molteplicità di significati: 1) l’essere come accidente; 2) l’essere come categorie (o essere per sé): 3) l’essere come vero; 4) l’essere come potenza e atto. Tutti questi significati poggiano in qualche modo sulle categorie, le quali poggiano a loro volta sulla sostanza. Di conseguenza, secondo Aristotele, l’essere non ha né un unico significato identico né molti significati completamente diversi, bensì una molteplicità di significati uniti fra loro da un comune riferimento alla sostanza. Tant’è vero che la domanda “che cos’è l’essere?” si concretizza nella domanda “che cos’è la sostanza?”.
Il principio di non contraddizione = per Aristotele costituisce l’assioma fondamentale del sapere, può avere una duplice formulazione. Una di tipo logico: “E’ impossibile che la stessa cosa insieme inerisca e non inerisca alla medesima cosa”. L’altra di tipo ontologico: “E’ impossibile che una stessa cosa sia e insieme non sia”.
Sostanza = Aristotele intende ogni individuo concreto che è “per sé”, ossia che ha vita propria e che funge, in quanto tale, da soggetto reale di proprietà e da soggetto logico di predicati.
Per forma si intende la natura propria di una cosa, ossia la struttura o essenza necessaria in virtù della quale essa è ciò che è. Negli esseri viventi si identifica con la “specie”. La forma è l’elemento caratterizzante e determinante del sinolo, ossia ciò che costituisce in qualche modo la “sostanzialità” della sostanza.
Per materia Aristotele intende il soggetto di una cosa, cioè il materiale recettivo che la compone e che funge da sostrato del suo divenire. La materia rappresenta quindi l’elemento passivo e determinabile del sinolo, su cui si esercita l’azione strutturante e determinante della forma. Ovviamente, nell’ambito della realtà conosciuta non esiste mai una materia pura – quella che il filosofo chiama la “materia prima” – ma soltanto una materia già formata e organizzata (ad esempio il fuoco, l’acqua, ecc.). Per comprendere la genesi di tale concetto può essere utile ricordare che il termine materia – sia in greco sia in latino – significava originariamente “selva” o “legno di bosco” e quindi “legname” o “materiale di costruzione”. La nozione di materia, in Aristotele, è strettamente connessa a quella di potenza.
Per essenza si intende, nel senso filosoficamente forte del termine, la struttura necessaria o la natura propria di una cosa, così come viene espressa dalla definizione. In questa accezione di essenza necessaria, il vocabolo corrisponde a ciò che Aristotele chiamava to ti en einai. Formula che fu resa in latino con quod quid erat esse, ove l’imperfetto erat richiama la permanenza dell’essere, cioè il carattere fisso e immutabile dell’essenza sostanziale degli individui, e quindi della loro forma o specie. Da questo punto di vista, l’essenza si contrappone all’accidente.
Per accidente si intende, nel senso più caratteristico del termine, una determinazione casuale o fortuita che può sia appartenere sia non appartenere ad un soggetto determinato, essendo completamente estranea all’essenza sostanziale di esso (ad esempio, il pallore in relazione a Socrate). In un secondo significato, meno noto del primo, ma ugualmente presente in Aristotele, si intende, per accidente, una determinazione o qualità che, pur non appartenendo alla sostanza o alla definizione di un ente, è connessa con la sua essenza e necessariamente deriva dalla sua definizione. Per esempio, avere gli angoli interni uguali a due retti non appartiene all’essenza necessaria del triangolo quale è espressa dalla definizione; perciò è un accidente. Ma è un accidente che appartiene al triangolo non per un caso, ma a causa del triangolo stesso, cioè per quello che il triangolo stesso è; ed è perciò un accidente “eterno”. In questo secondo caso, Aristotele parla di accidente per sé, aggiungendo che mentre dell’accidente casuale (ovvero del primo tipo) non c’è scienza – poiché la scienza è solo di ciò che è sempre o abitualmente – l’accidente per sé rientra nell’ambito del sapere.

Il concetto di causa trova in Aristotele un’ampia formulazione, destinata ad influenzare in profondità il pensiero antico e medioevale. Dopo aver puntualizzato che conoscenza e scienza consistono nel rendersi conto delle cause, il filosofo nota che, se chiedere la causa significa chiedere il perché di una cosa, questo perché può essere diverso. Di conseguenza, ci saranno più tipi di cause: una materiale (la materia), una formale (la forma), una efficiente (il principio di un movimento) e una finale (lo scopo di un movimento). Secondo Aristotele, queste quattro cause, in natura, non sono tutte sullo stesso piano, in quanto esiste una causa prima e fondamentale, un perché privilegiato, che è dato dall’essenza necessaria o sostanziale della cosa. In tal modo, Aristotele connette strettamente la nozione di causa con quella di sostanza. Infatti, comprendere la causa significa per lui comprendere l’articolazione interna di una sostanza, cioè la ragione per cui una sostanza qualsiasi è quella che è e non può essere o agire diversamente. Per esempio, se l’uomo è un “animale ragionevole”, ciò che egli è o fa dipende dalla sua sostanza così definita, che opera come forza irresistibile a produrre le determinazioni del suo essere e del suo agire. Di conseguenza, possiamo dire che la causalità, in Aristotele, finisce per assumere le sembianze di una connessione razionale in virtù di cui la causa funge da ragione necessaria del suo effetto, il quale è perciò deducibile da essa.

Logica
Per logica si intende, in generale, lo studio del pensiero in quanto espresso nei discorsi o nei ragionamenti. Il termine non è aristotelico, ma di probabile origine stoica.
Organo è un termine adoperato da Alessandro di Afrodisia per designare la logica e, in seguito, l’insieme degli scritti aristotelici relativi a tale argomento. Secondo un’interpretazione largamente diffusa, il termine servirebbe a sottolineare la funzione propedeutica o introduttiva della logica, intesa come strumento di cui si avvalgono tutte le scienze.
Per comprensione di un concetto si intende l’insieme delle note caratteristiche che esso contiene in sé; per estensione il numero di individui ai quali esso si riferisce. I due termini non sono aristotelici, ma rispecchiano fedelmente il pensiero dello Stagirita a proposito dei rapporti fra concetti.
Per sostanza prima Aristotele intende la sostanza nel senso forte e primario del termine, ossia ciò che, dal punto di vista ontologico, non può esistere in altro e, dal punto di vista logico, non può fungere da predicato, ma solo da soggetto. Tale è l’individuo concreto in carne e ossa: ad esempio questo uomo o questo cavallo.
Per sostanze seconde Aristotele intende la specie e i generi in cui sono comprese le sostanze prime. Ad esempio, un uomo determinato rientra nella specie “uomo”, che rientra a sua volta nel genere “animale”.
Per proposizione si intende un enunciato dichiarativo (o apofantico), cioè un’espressione linguistica di senso compiuto che può essere detta vera o falsa. La proposizione costituisce l’espressione verbale di un pensiero che procede componendo o dividendo i concetti, a seconda che essi convengono o meno fra di loro (operazione che in seguito sarà chiamata “giudizio”).

Il sillogismo è il ragionamento per eccellenza, ovvero un “discorso in cui poste talune cose (= le premesse) segue necessariamente qualcos’altro (=la conclusione) per il semplice fatto che quelle sono state poste”. Nel sillogismo si hanno tre proposizioni, due delle quali (la premessa maggiore e la premessa minore) fungono da antecedenti e la terza (la conclusione) da conseguente. Inoltre, nel sillogismo si hanno tre termini o elementi: uno maggiore, uno medio e uno minore.
Il termine (o “estremo”) maggiore è l’elemento che ha l’estensione maggiore e che compare, come soggetto o come predicato ( a seconda delle varie figure del sillogismo) nella premessa maggiore. Esso compare inoltre come predicato della conclusione.
Il termine (o “estremo”) minore è l’elemento che ha l’estensione minore e che compare, come soggetto o predicato (a seconda delle varie figure del sillogismo) nella premessa minore. Esso compare inoltre come soggetto della conclusione.
Il termine medio è l’elemento che ha l’estensione media e che si trova come soggetto o come predicato ( a seconda delle varie figure) tanto nella premessa maggiore quanto nella minore. Il termine medio, che funge da controparte logico-linguistica della sostanza, rappresenta il perno o la leva dell’intero sillogismo e ha una “funzione analoga a quella di un mediatore che, per così dire, metta d’accordo i due termini rimanenti, scomparendo di circolazione quando ha fatto quel che doveva”.
Per assioma si intende un principio o una verità autoevidente che non può essere dimostrata e che serve a dimostrare altre proposizioni. Secondo Aristotele gli assiomi possono essere comuni a più scienze oppure a tutte le scienze. L’assioma per eccellenza è quello di non-contraddizione che lo Stagirita considera infatti come il “principio di tutti gli altri assiomi”.
Per principio di identità si intende il principio secondo cui ogni ente è uguale a se stesso. Tale principio, che in Aristotele è solo implicito, venne individuato e formulato in modo esplicito solo dalla tarda Scolastica, nel tentativo di ridurre il principio di non-contraddizione alla sua espressione più semplice ed economica. Nel settecento, con Wolff, ha finito per essere riconosciuto come una delle “leggi fondamentali del pensiero”.
Per principio del terzo escluso si intende il principio secondo cui tra due opposti contraddittori non c’è via di mezzo. Questo principio venne espresso e difeso da Aristotele più volte, sebbene egli non lo distinguesse esplicitamente, come faranno gli studiosi successivi, dal principio di non-contraddizione.
Per Aristotele la scienza si configura in ultima analisi come un sapere enciclopedico delle essenze, ossia come un tipo di conoscenza che verte intorno alla causa e al perché ultimo e necessario degli oggetti (la “sostanza”). Come tale, la scienza fa tutt’uno con la dimostrazione, ossia con l’esplicitazione ragionata e conseguente, tramite la macchina del sillogismo, della sostanza e delle sue proprietà.
Secondo Aristotele la dialettica si identifica con il procedimento razionale non dimostrativo. Dialettico è ad esempio il sillogismo il quale, invece di partire da premesse vere, come fa il sillogismo scientifico o dimostrativo, parte da premesse probabili, ossia da premesse che, pur non essendo autoevidenti come gli assiomi, sembrano “accettabili a tutti, oppure alla grande maggioranza, o a quelli oltremodo noti ed illustri”.
Fisica
Per Aristotele la fisica è la scienza teoretica che ha per oggetto lo studio della natura ovvero l’essere in movimento.
Per natura Aristotele intende il “principio e la causa del movimento e della quiete della casa alla quale inerisce primieramente e di per sé, non accidentalmente”. Come tale, la natura, più che con la materia, coincide con la forma o sostanza delle cose, in virtù della quale la cosa stessa si sviluppa e diviene quello che è, ovvero con “la sostanza delle cose che hanno in se stesse, in quanto sono quelle che sono, il principio del movimento”.
Aristotele distingue quattro tipi fondamentali di movimento: il movimento sostanziale, cioè la generazione e la corruzione, il movimento qualitativo, cioè il mutamento e l’alterazione; il movimento quantitativo, cioè l’aumento o la diminuzione; il movimento locale, cioè la traslazione. Il movimento di traslazione è il primo e fondamentale: tutti gli altri possono infatti essere spiegati con la traslazione dei corpi. Ora, il movimento di traslazione è di tre specie: dall’alto verso il centro del mondo, dal centro verso l’alto, intorno al centro o circolare. Da ciò la classificazione dei corpi in corruttibili e incorruttibili e l’idea dell’esistenza di luoghi naturali.
Secondo Aristotele i luoghi naturali sono quelli nei quali un corpo naturalmente sta o a cui ritorna quando ne è allontanato. I luoghi naturali dei quattro elementi sono determinati dal loro rispettivo peso. Al centro del mondo c’è l’elemento più pesante: la terra. Intorno a quest’ultima vi sono le sfere degli altri elementi nel loro peso decrescente: acqua, aria e fuoco.
Per Aristotele lo spazio si certifica con l’insieme dei “luoghi” propri dei corpi. In particolare, per luogo egli intende “il limite immobile del corpo che lo contiene”, ossia la superficie che abbraccia o contiene immediatamente un corpo. Per esempio il luogo del fiume è il letto in cui esso scorre, il luogo del letto la superficie di terra che lo delimita, e così via sino ad arrivare a quel luogo comune che è il cielo. In quanto tale, il luogo è simile ad un recipiente o ad un vaso. Tuttavia, mentre il recipiente è mobile, il luogo è immobile, altrimenti si avrebbe l’assurdo di un luogo che si muove con il corpo stesso che l’occupa. Ciò non significa che il luogo costituisca una realtà a sé stante, separata dalle cose. Infatti, pur non identificandosi con i corpi, lo spazio non può esistere indipendentemente dai corpi. Da questa visione anti-sostanzialistica dello spazio come luogo-di-qualcosa deriva innanzitutto l’impossibilità del vuoto, ossia di un “luogo in cui non c’è nulla”. Da essa deriva pure l’inesistenza di un luogo fuori dell’universo o di un luogo in cui sia collocato l’universo: “se si prescinde dall’intero universo, non c’è alcuna altra cosa al di fuori del tutto, e perciò tutte le cose sono nel cielo: poiché il cielo, s’intende, è il tutto! Il luogo, invece, non è il cielo, ma, per così dire, l’estremità del cielo, ed è (immobile limite) contiguo di corpo mobile: e per questo la terra è nell’acqua, questa nell’aria, questa, a sua volta, nell’etere, l’etere nel cielo; ma il cielo non è affatto in un’altra cosa”. In conclusione, se le parti dell’universo sono nello spazio, l’universo nella sua totalità non è contenuto in alcunché, ma è ciò che tutto contiene.
Secondo Aristotele il tempo è “il numero del movimento secondo il prima o il poi”. Di conseguenza, come il luogo non esiste senza i corpi, così il tempo non esiste senza le cose che mutano. Inoltre, siccome ogni misura sottintende una mente misurante, capace di tener conto dell’ordine di successione delle cose, il tempo presuppone l’esistenza del’anima, senza che ciò implichi una “soggettivizzazione” di esso.
Infinito = per Aristotele l’infinito non è ciò al di fuori di cui non c’è nulla, ma ciò al di fuori di cui c’è sempre qualcosa. Aristotele arriva ad identificare l’infinito con l’incompiuto, suggellando l’idea secondo cui il finito è perfetto, mentre l’infinito è imperfetto.
Etica, politica e poetica
Bene sommo è una nozione introdotta da Aristotele per indicare ciò che viene desiderato di per se stesso e non in vista di un bene ulteriore (altrimenti si andrebbe all’infinito). Il sommo bene o il fine ultimo dell’uomo è la felicità.
Secondo Aristotele la felicità risiede nella compiuta realizzazione, da parte di ogni essere, della propria natura. E poiché la natura specifica dell’uomo è la ragione, egli sarà felice solo se vivrà secondo ragione, ossia secondo virtù, realizzando in modo armonico le proprie facoltà.
Per virtù Aristotele intende la disposizione costante (o “l’abito”) ad agire secondo ragione. Egli distingue due tipi fondamentali di virtù: 1) quelle intellettive o razionali (dianoetiche), che consistono nell’esercizio stesso della ragione (scienza, arte, saggezza, intelligenza e sapienza); 2) quelle morali (etiche) che consistono nel domino della ragione sugli impulsi sensibili.
La giustizia, intesa come ciò che è conforme alle leggi, rappresenta, secondo Aristotele, la virtù intera e perfetta, sia pure non in assoluto, ma solo per ciò che attiene i rapporti con gli altri. Accanto alla giustizia legale esiste una giustizia particolare che è parte della prima e che concerne l’agire in vista del guadagno nell’ambito dei rapporti con gli altri. Tale giustizia può essere distributiva o commutativa.
Per saggezza Aristotele intende la capacità, congiunta a ragione, di agire convenientemente nel campo delle faccende umane, ovvero “l’abito pratico razionale che concerne ciò che è bene o male per l’uomo”.
La sapienza, secondo Aristotele, è la forma di conoscenza più alta, che risulta caratterizzata: a) dall’essere il sapere più certo e completo; b) dall’avere per oggetto le realtà più alte e sublimi. Nei pensatori precedenti, e nello stesso Platone, sapienza e saggezza significavano la stessa cosa. Invece, Aristotele distingue e contrappone esplicitamente le due cose, anteponendo alla saggezza (che riguarda le cose umane) la sapienza (che riguarda le cose divine).
Secondo Aristotele l’amicizia, intesa nell’accezione più vasta del termine, ossia come comprendente tutti i sentimenti di affetto e di attaccamento verso gli altri, può essere fondata sull’utile, sul piacere o sul bene. Fra questi tre tipi di amicizia, Aristotele privilegia la terza, poiché in essa soltanto l’amico è amato per se stesso e non per qualche contingente motivo di utilità o di piacere.

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