Appunti sul neoplatonismo e la filosofia della scienza

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Categoria:Filosofia
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Testo

Platonismo rinascimentale
Una delle correnti fondamentali della filosofia rinascimentale è il Platonismo. Alcuni contenuti di questa filosofia hanno somiglianza con quelli della filosofia scolastica poiché questa aveva già utilizzato la filosofia di Platone. Il ritorno a Platone è motivato dal fatto che si ritiene che il filosofare platonico, non essendo chiuso in un sistema, sia molto più moderno di quello aristotelico e quindi più idoneo alla sensibilità rinascimentale che intende la filosofia come una ricerca, un muoversi verso una verità che non è data. Inoltre si ritiene che la filosofia platonica sia quella che maggiormente si presta a intendere anche la sensibilità religiosa cristiana in quanto si reputa che Platone sia il filosofo che si è avvicinato maggiormente allo spirito del cristianesimo. Durante il Rinascimento si viene a conoscenza di quasi tutti i dialoghi di Platone. Questo è dovuto a due avvenimenti storici che sono:
• il concilio di Firenze (1438-39), il quale, organizzato con lo scopo (poi fallito) di riconciliare la chiesa latina e quella greca, permise l’ingresso in Italia a molti filosofi greci.
• la caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi (1453), la quale fece arrivare molti intellettuali (in fuga dai Turchi) in Italia.
Il fiorire degli studi platonici è parallelo al rifiorire degli studi aristotelici. Questo crea una querelle cioè un conflitto ideologico tra coloro che sostengono la superiorità della filosofia di Platone rispetto a quella di Aristotele e viceversa. Il maggior sostenitore della superiorità della filosofia di Platone è Giorgio Gemisto Pletone mentre il maggior sostenitore della superiorità della filosofia di Aristotele è Giorgio Trapesunzio. Esiste un tentativo di conciliazione tra queste due posizioni operato dal cardinale Bessarione. In realtà il motivo del conflitto ideologico deriva da una diversità di interessi: per i platonici è un interesse di tipo religioso mentre per gli aristotelici è un interesse di tipo naturalistico cioè vedono nella filosofia di Aristotele la condizione fondamentale per un approccio allo studio della natura.
I platonici però, pur essendo mossi da un interesse di tipo filosofico, non distinguono bene Platone da Plotino. Questa distinzione avverrà del resto solo nel XIX secolo.

Marsilio Ficino
Il Neoplatonismo in Italia si afferma soprattutto a Firenze dove nasce un vero e proprio centro di studi neoplatonici grazie alla collaborazione tra Cosimo il Vecchio e Marsilio Ficino. Marsilio si occupa della filologia platonica ed è anche un traduttore dei suoi dialoghi. E’ convinto che la teologia e la filosofia siano strettamente congiunte fra loro. La separazione tra le due fa si che la teologia diventi superstizione e la filosofia malvagità. Ritiene che la filosofia platonica sia il pensiero in cui meglio si uniscono ambedue. Si tratta di platonismo filtrato. Distingue la realtà in gradi:
1. CORPO
2. QUALITÀ
3. ANIMA
4. ANGELO
5. DIO
L’anima occupa il gradino centrale cioè essa è parimenti distante dal corpo quanto da Dio. La sua centralità fa si che essa abbia una funzione fondamentale per determinare l’armonia del mondo. Essa può scegliere se degradarsi fino al corpo o innalzarsi fino a Dio. In questo modo costituisce tutta la realtà. L’anima è copula mundi. Senza l’anima non sarebbe possibile comprendere il rapporto tra quelli che sono gli estremi della realtà in quanto essa è l’essenza media, appartiene ad ambo i mondi. Questa sua funzione fondamentale determina quelle che sono le connotazioni dell’anima. Essa è infinita ed eterna perché spiega la ragion d’essere del cosmo. Infatti è la misura del tempo ma siccome lo strumento di misurazione non può che essere pari a ciò che misura, allora è infinita ed eterna. E’ libera di scegliere se scendere o salire. Dio ha creato l’uomo attraverso un atto d’amore quindi il cosmo è bello e quindi l’anima nel mondo, attraverso la bellezza, può tornare a Dio. Siamo di fronte ad una concezione neoplatonica della realtà con un’ispirazione umana non religiosa in quanto fa dell’anima l’essenza media perché essa è l’unica che può apprezzare la bellezza del cosmo, quindi tutto il cosmo è in funzione dell’anima e quindi dell’uomo, il quale è l’unico che può giudicare il bello.

Bernardino Telesio
Nasce a Cosenza nel 1509. Studia a Padova, sede dell’Aristotelismo. Quando torna in Calabria scrive il "DE RERUM NATURA IUXTA PROPRIA PRINCIPIA", la sua opera principale, e altre opere su fenomeni naturali. Il suo interesse è stato lo studio della natura nelle sue manifestazioni reali e concrete. Telesio concepisce la natura come una realtà oggettiva a sé stante il cui studio può avvenire in base a principi immanenti alla natura stessa e questo è possibile all’uomo perché l’uomo fa parte della natura  esiste una concordanza tra ciò che i sensi rivelano e ciò che la natura esprime. Questo avviene tramite la sensibilità, cioè l’autorivelazione che la natura fa di sé a quella parte di sé che è l’uomo. Attraverso la sensibilità Telesio ritiene che siano due i principi che agiscono nel mondo naturale: il caldo e il freddo. Il caldo rende le cose leggere e mobili, il freddo le rende pesanti, opache e immobili. Questi due principi si identificano con il Sole e la Terra. Riduce gli elementi ultimi a cui ricondurre tutta la natura a due dei quattro soliti elementi (esclude cioè aria e acqua). Questi due principi agiscono sulla materia inerte, ma perché ciò avvenga occorre che anche tutto il mondo naturale sia fornito di sensibilità. La sensibilità non è propria solo degli esseri animati ma è la caratteristica fondamentale di tutta la realtà perché le cose devono sentire e subire l’influenza di questi due principi, devono essere quindi fornite di sensibilità. In questo modo emerge un concetto della natura simile a quello dei maghi, i quali concepiscono la natura come un enorme organismo vivente. Questo allontana Telesio da quelli che saranno poi i risultati della rivoluzione scientifica, perché la concezione della natura che emerge da Telesio è di tipo qualitativo e animato, anche se si rende conto che per svolgere uno studio veramente esaustivo della natura bisogna anche conoscere la quantità di calore somministrato o sottratto necessario a ottenere i vari effetti. Egli stesso si dice però di non essere in grado di effettuare uno studio di questo tipo, anche se si rende conto della necessità dell’elemento quantitativo. In questa sua riduzione naturalistica della realtà, Tommaso analizza anche le facoltà umane. Ritiene che l’anima sia anch’essa un prodotto della natura, sia nel suo atteggiamento conoscitivo che in quello morale. Infatti il fondamento di tutta la conoscenza è la sensibilità, perché se l’anima è un prodotto della natura lo deve essere anche la sua facoltà conoscitiva e morale. La sensibilità non è da intendere solo come incontro tra i nostri organi di senso e le cose, ma anche come la percezione, la consapevolezza di questo incontro. Anche la conoscenza che l’uomo ritiene principi astratti sono derivanti dall’esperienza, sono basati sulla sensibilità e derivano da un metodo induttivo, sono cioè generalizzazioni derivanti dall’esperienza. Anche la stessa vita morale dell’uomo ha una radice naturale, perché la virtù è l’accrescimento del proprio essere, mentre il vizio è la sua diminuzione. La virtù è accompagnata anche dal piacere perché il piacere è il sentimento che noi proviamo quando abbiamo un accrescimento del nostro essere, mentre dal dolore abbiamo una diminuzione del nostro essere. L’uomo possiede anche un’anima che gli viene infusa direttamente da Dio e che lui chiama "forma superaddita" che è quella proposta dalla fede e dalla vita religiosa.
Giordano Bruno
Nasce nel 1548 a Nola. A quindici anni entra nel chiostro domenicano di Napoli. Presto abbandona la vita claustrale, viene denunciato all’inquisizione a causa della quale muore arso vivo in Campo dei Fiori a Roma il 17 febbraio 1600. A Parigi scrive la sua unica commedia fra tutte le sue opere "IL CANDELAIO", nella quale mette in luce con un l’atteggiamento satirico l’ambiente ipocrita, libresco che ha abbandonato a Napoli. La seconda opera che scrive è un’opera di mnemotecnica, il "DE UMBRIS IDEARUM", dedicata a re Enrico III di Francia. Scrive un grandissimo numero di opere. Il primo gruppo di opere riguarda l’arte della memoria, già diffusa nell’età medioevale a causa della scarsa diffusione dei libri e fondata su un sistema iconografico ("i loci memoriae"). Bruno ritiene che il sapere sia lo sviluppo di una sapienza originaria che è cresciuta con il tempo e a cui hanno contribuito i filosofi, ma che ha trovato una battuta d’arresto nell’età medioevale. Ritiene che quel sapere sia la vera religione mentre la religione tradizionale è "santa asinità", utile solo per i popoli rozzi, mentre per gli intellettuali la religione è la filosofia; è quindi un sapere elitario. La religione, infatti, ci fa agire contro la vera natura, cioè diminuisce il nostro essere. Possiamo concepire Dio in due modi: come mens super omnia o come mens insita omnibus. Nel primo caso l’unica cosa che possiamo dire di Dio è che è un principio assolutamente ineffabile  è il Dio della religione. Nel secondo caso è il Dio dei filosofi, in quanto principio intelligente all’interno delle cose  è l’anima del mondo, l’intelligenza al cui interno stanno le forme di tutte le cose. In quanto principio della realtà è ciò che costituisce la realtà ma è unda sua causa, cioè ciò che fa si che la realtà sia quella che è. In quanto intelligenza e anima del mondo Dio è principio e causa di tutte le cose, è la sostanza delle cose, è l’elemento costitutivo della realtà, ma è anche ciò per cui una cosa è quella che è  è principio statico e dinamico di tutta la realtà. In quanto principio e causa è la materia e la forma delle cose. E’ materia nel senso che è l’elemento di cui le cose sono fatte ed è anche forma per cui ciascuna cosa si determina a essere quella che è. Ma anche se è materia e forma non esiste un dualismo, perché è la stessa materia che caccia fuori da se le sue forme. I concetti che meglio identificano questo principio divino costitutivo di tutta la realtà sono il suo essere uno e il suo essere infinito. In quanto infinito Bruno riprende la terminologia di Cusano, cioè Dio è coincidenza degli opposti. In lui si identificano il massimo e il minimo ed è quindi al di là del principio di contraddizione. Partendo dal concetto dell’infinità di Dio Bruno elabora una dottrina sull’infinito che lo pone all’avanguardia nell’ambito della rivoluzione scientifica e questo nonostante il punto di partenza della sua speculazione metafisica perché parte da considerazioni che non hanno niente a che vedere con un’analisi scientifica e matematica dello spazio, per cui Bruno rappresenta un esempio di quanto sostengono alcuni epistemologi attualmente, cioè che bisogna distinguere in una dottrina o in una teoria il risultato dal punto di partenza. Bruno parte dall’osservazione dello spazio, in particolare del sistema solare, vedendo che il Sole è una stella a cui girano intorno i pianeti e vedendo che nello spazio ci sono infinite stelle, egli si domanda se ogni stella non coincida con un proprio sistema e che quindi il nostro universo non sia l’unico, ma uno dei tanti. D’altra parte ciò è coerente con il concetto di Dio come infinita potenza perché è più coerente che una causa infinita possa dare origine a un effetto infinito che non viceversa  è più coerente concepire lo spazio come una realtà infinita, se Dio è infinito ed è principio costitutivo della realtà. Bruno ha sicuramente letto il "De Rerum Natura" di Lucrezio, infatti, riprende per primo il concetto di Epicuro e di Democrito sull’infinità dello spazio e l’infinità dei mondi e la teoria corpuscolare della materia e giunge a elaborare tre tesi sono fondamentali nell’ambito della rivoluzione scientifica tra cui l’abbattimento delle mura dell’universo il quale non ha più un suo centro poiché è dappertutto  non c’è differenza tra mondo celeste e mondo sublunare, e l’infinità dell’universo. Queste tesi, indimostrabili astronomicamente, trovarono grossi ostacoli. La dottrina della conoscenza di Bruno e la sua dottrina morale sono coerenti a questa concezione naturalistica dell’uomo e a questa identificazione tra Dio e la natura. Riprende la concezione gnoseologica di Plotino con la differenza che l’Uno plotiniano è assolutamente trascendentale mentre l’Uno bruniano è immanente. La natura bruniana è un organismo vivente. Bruno aggiunge due gradi che sono: la contratio mentis e la sua reificazione cioè il suo farsi cosa, e quindi il grado culminante della conoscenza per Bruno non è l’uscita da sé, ma l’identificarsi della mente con la cosa stessa  l’identificarsi della mente con la natura, cioè con Dio. Bruno spiega questo con un mito, il mito di Atteone. Atteone è un giovane cacciatore, va a caccia con due mute di cani: veltri e mastini. Mentre insegue un cervo, vede la dea Diana che si sta bagnando in un lago, la osserva ma la dea se ne accorge e lo punisce trasformandolo in un cervo. Questo mito si interpreta così:
• Atteone  uomo assetato di conoscenza
• Veltri  rapidità intuitiva dell’intelligenza dell’uomo
• Mastini  la volontà di conoscere
• Diana che si specchia nell’acqua  la concezione di Dio come principio immanente della natura
• Momento in cui Atteone vede Dio e si trasforma nella stessa cosa da lui cacciata  identificazione
L’opera più importante di Bruno è considerata il "DEGLI EROICI FURORI", perché il filosofo è il furioso, cioè colui che è mosso dal furore, dalla passione (eros platonico) e che non si appaga in questa sua sete di conoscenza di nessun’altra unione se non quella che lo porta a unirsi alla divinità, cioè al principio costitutivo della realtà stessa.
Tommaso Campanella
Nasce a Stilo, in Calabria, nel 1568. Entra nell’ordine domenicano. Le sue dottrine filosofiche, le quali si ispirano, almeno come punto di partenza, alla filosofia di Telesio, ben presto lo portano a subire una serie di condanne, per le quali è tenuto a tornare nella città di nascita. In realtà non obbedirà mai, anzi ordisce una congiura per realizzare un progetto teologico-politico di rinnovamento fondato sulla religione che costituirà lo scopo di tutta la sua esistenza. Vuole effettivamente realizzare questo suo progetto e per farlo si appoggia alla Spagna, la quale non lo asseconda. Questa congiura viene scoperta e lui viene condannato a morte. Si fingerà poi pazzo e la sua pena si trasformerà in carcere a vita; starà in carcere 27 anni e lì continuerà a scrivere e a riscrivere le sue opere. Gli ultimi anni della condanna li trascorrerà nel Palazzo del Santo Uffizio, dove tenta di farsi aiutare dalla Francia per realizzare il suo progetto ma riuscirà solo a fuggire e lì passerà il resto della sua vita. Muore a Parigi nel 1639. Sono numerose le sue opere, le più importanti sono: "FILOSOFIA SENSIBUS DEMONSTRATA", "LA METAFISICA", e la "CITTÀ DEL SOLE", l’opera che contiene il suo progetto politico. Il punto di partenza della filosofia di Campanella è la filosofia di Telesio, in particolare la metafisica. Campanella ammette l’esistenza di due principi agenti (caldo e freddo) e della massa materiale su cui i principi agiscono, e da ciò deriva una sensibilità universale, ma concepisce la natura con una universale animazione  la concepisce come un gigantesco animale (si allontana dal tentativo di riduzione naturalistico-oggettivistico), secondo una concezione di tipo magico. Campanella ritiene che grazie a questa universale animazione, a questa sensibilità a cui partecipano tutti gli enti, Dio determina il consenso universale tramite l'anima del mondo, cioè l’armonia dell’universo per cui ciascuna cosa, pur seguendo le proprie leggi, in realtà mira al medesimo fine armonico di tutte le altre. Il punto in cui Campanella si accosta di più alla filosofia di Telesio è quello in cui privilegia, nell’ambito della conoscenza, la sensibilità. Campanella ritiene infatti che la sensibilità sia l’incontro tra soggetto e oggetto, ma anche la consapevolezza di questo incontro. Dice che la sensibilità è consapevolezza della sensazione ma occorre che sia preceduta dalla consapevolezza che ciascun ente ha di sé, altrimenti non avrebbe consapevolezza della modificazione che determina in lui la sensazione. A fondamento della sensibilità universale sta quella che Campanella chiama "notitia sui ipsius innata", cioè la consapevolezza che ciascun ente ha di sé. Su questo concetto Campanella fonda la sua metafisica. La notitia sui consiste nella consapevolezza di essere, di sapere e di amare. Ma ciò significa che i principi costitutivi di tutta la realtà sono la potentia, la sapientia e l’amor. Ma essendo tutti gli enti creature ed essendo quindi finiti, non possiedono la potenza, la sapienza e l’amore in maniera assoluta perché questi, in maniera assoluta, stanno solo in Dio. Quindi questa consapevolezza sarà quella di potere ma non di potere in maniera assoluta, ecc. Quindi in realtà nell’ambito del finito partecipa l’opposto, cioè le creature sono finite in quanto per quel che sono, per quel che sanno e per quel che amano, sono costituite da potenza, da sapienza e da amore, ma per quel che non sono partecipa nel loro essere l’impotenza, per quel che non sanno l’insipienza, per quel che non amano l’odio. Questo costituisce il limite del creato rispetto al creatore che invece possiede in maniera assoluta essere, sapienza e amore. Sulla metafisica Campanella fonda il suo ideale politico, che è un vero e proprio progetto, non lo considera un’utopia. Prevede un rinnovamento sociale e politico fondato sulla ragione. Cioè prevede la realizzazione di una città ideale di cui lui ci da anche delle indicazioni fisico-urbanistiche, a capo della quale Campanella ritiene ci debba essere un sacerdote (che chiama sole o metafisico) che è aiutato nell’amministrazione e nel governo da tre principi:
• Pan (potenza)
• Sin (sapienza)
• Man (amore)
L’elemento caratterizzante è dato dalla religione, che, in questa città, è una religione naturale, razionale, che però si identifica con i dogmi della religione cattolica, per cui lui dice che i solari credono spontaneamente in un Dio uno e trino e in tutti gli altri dogmi della religione cattolica. Secondo Campanella la religione cattolica trova le sue radici nella natura stessa, ma all’uomo deve anche essere rivelata. Nel corso dei secoli sono stati aggiunti al suo nucleo una serie di abusi che possono venire eliminati rifacendosi ai nuclei naturali della religione  la religione naturale deve servire come norma da osservare per eliminare questi abusi. Campanella si inserisce nella parte della Controriforma che può essere chiamata Riforma Cattolica. E’ un rinnovamento di tipo morale, non dogmatico, perché i dogmi sono insiti nella religione. Campanella ritiene che i solari debbano tutti lavorare sia manualmente che intellettualmente in modo da poter garantire a tutti il tempo di potersi dedicare alle attività intellettuali. Dimostra che si può lavorare quattro ore al giorno e per il resto del tempo dedicarsi all’ imparare giocando, cioè all’approfondire delle esperienze intellettuali in modo da recarsi piacere. Su questo imparare giocando è formata la sua pedagogia. Per lui i bambini devono essere condotti dai maestri lungo le sette mura che circondano la città istoriate in modo da costituire il libro di testo su cui devono essere formati  la scuola non si deve svolgere in ambiente chiuso perché l’istruzione non deve essere una costrizione.
La rivoluzione scientifica
Il termina "rivoluzione scientifica" è stato introdotto nell’ambito della storia della filosofia solo recentemente anche perché solo adesso si è dato spazio a questo avvenimento culturale che costituisce uno dei fenomeni più importanti dell’età moderna.
Una delle prime opere che si è occupata di questo problema è "The scientific revolution" di Robert Hall (1954). Per rivoluzione scientifica si intende quel complesso di dottrine che portano ad una nuova concezione della natura e dello studio della natura che viene collocato cronologicamente tra la pubblicazione del "De revolutionibus orbium celestium" di Copernico (1543) e la pubblicazione dell’opera di Newton (1687) "Principia matematica". Solo recentemente storici della scienza e filosofi della scienza si sono resi conto dell’importanza di questo periodo: è recente l’inserimento di questo periodo all’interno della storia della filosofia. Questo grazie a storici della scienza come Koyrè, Kulm, Hall e a filosofi della scienza come Popper.
Storici della scienza: analizzano avvenimenti, fatti, figure storiche il cui ruolo è stato determinante per la nascita della fisica moderna.
Filosofi della scienza (o epistemologi): riflettono sui nuovi concetti che emergono da questo nuovo modo di fare scienza.
I due concetti che risultano nuovi nell’ambito della rivoluzione scientifica sono il concetto di natura e di scienza intesa come studio della natura. La natura, nella tradizione, era un insieme essenzialistico e qualitativo; anche nell’ambito del naturalismo rinascimentale la natura era considerata in senso antropomorfo, si attribuivano alla natura caratteristiche umane. Nell’ambito della rivoluzione scientifica, la natura è concepita come un ordine oggettivo e causale degli eventi: la natura viene intesa come una serie di cose che nulla hanno a che vedere con l’uomo, è liberata da ogni antropomorfizzazione, è un insieme di elementi oggettivi retti da un principio causale, per cui conosciuto un effetto si conosce anche la causa ed è un insieme di relazioni che sono una serie di uniformità di comportamento, che sono le leggi fisiche. Ciò porta ad una scienza che è sperimentale, cioè parte da un’osservazione dei fenomeni, che è ora l’osservazione di elementi quantitativi; il fondamento infatti dell’osservazione è la metodologia matematica che si fonda su una struttura matematica. La scienza è intesa come un sapere oggettivo, valido per tutti, e intersoggettivo, cioè che deve essere reso noto. Lo scopo della scienza diventa quello di produrre un sapere che deve migliorare la vita dell’uomo, un sapere che si trasforma anche in tecnica, un sapere neutrale che si basa sull’osservazione del metodo matematico.
Le condizioni che hanno reso possibile la rivoluzione scientifica sono la nascita dello stato moderno e l’ascesa della borghesia perché lo stato moderno ha esigenze che prevedono conoscenze ed applicazioni tecniche e la borghesia per aumentare la produzione ha bisogno di conoscere tecniche. Questo fa si che tramontino la figura dell’artigiano che ha poche conoscenze e che quindi non aumenta la sua produzione e quella dell’intellettuale che studia il sapere per il puro sapere. E’ necessario che il sapere sia messo al servizio della capacità tecnica, infatti nasce la figura dell’ingegnere. Questo noi lo vediamo nella proliferazione di manuali, dalla costruzione di strumenti di misura.
Alcuni storici della scienza hanno voluto sottolineare come non bisogna limitarsi a dire le cause della rivoluzione scientifica ma è anche importante l’individuo e quindi sottolineare le capacità individuali.
Gli epistemologi sostengono che non necessariamente un risultato scientificamente valido deriva da un’osservazione di tipo scientifico.
La rivoluzione scientifica stenta ad affermarsi, non entra nell’università, nascono delle accademie, luoghi di ricerca e cultura alternativa all’università. Prima non c’era stata applicazione della scienza per due motivi: perché per i ricchi c’erano gli schiavi e gli altri non ne avevano la possibilità.
Il nuovo metodo ha incontrato ostilità a causa delle teorie che esponeva, soprattutto quelle astronomiche che erano in contrapposizione con le antiche teorie che trovavano conferma nel senso comune, in Aristotele e nella Bibbia.
La rivoluzione astronomica
Il primo aspetto della rivoluzione scientifica è la rivoluzione astronomica. Il sistema astronomico che si afferma è il sistema copernicano, che sostituisce il modello tradizionale per studiare i cieli, quello aristotelico-tolemaico. In realtà sicuramente il primo ad avviare la rivoluzione astronomica e a proporre il sistema eliocentrico in sostituzione di quello geocentrico è Copernico, ma in realtà il sistema copernicano fa ancora molte concessioni all’antico sistema, per arrivare alla soluzione scientifica propria della scienza moderna dobbiamo tener presente gli studi di Keplero e le intuizioni di Giordano Bruno, che ci da il modello astronomico che si è affermato e che è stato ritenuto valido fino alla teoria della relatività di Einstein.
Secondo il sistema aristotelico-tolemaico l’universo è unico, in virtù della teoria dei luoghi naturali di Aristotele, secondo cui ogni materia tende per propria natura a stare nel suo luogo naturale, non può che esserci quindi un unico universo, essendoci un unico luogo per ciascuna materia; è chiuso, infatti secondo Aristotele e Tolomeo, tutto è nell’universo, l’universo non è in nulla, non esiste nulla al di fuori dell’universo, neanche il vuoto; è finito per cui una retta, per Aristotele, è infinita solo dal punto di vista logico-matematico; è geocentrico, al centro dell’universo sta la terra, attorno alla quale ruotano il sole e i pianeti, che ruotano sulle loro orbe, che non sono linee matematiche, ma vere e proprie sfere cristalline, su cui ruotano il sole e i pianeti intorno alla terra; è diviso in due parti, una costituita dal mondo celeste fatta di etere, eterno, l’altra fatta della sostanza sublunare (4 radici empedoclee), generabile e corruttibile. L’etere è eterno perché si muove di moto circolare, mentre non lo fanno le sostanze sublunari. Questo sistema proposto da Aristotele e poi ripreso come vero e proprio modello dell’universo da Tolomeo era anche entrato a far parte del mondo cristiano perché trovava conferma nella Bibbia e perché si prestava a rendere possibile l’incarnazione e la redenzione perché la terra è al centro dell’universo, è il luogo più importante dell’universo, l’uomo è la creatura più importante, ma è anche il luogo della corruzione si compone di materiale generabile e corruttibile: rende necessarie l’incarnazione e la redenzione. Quest’universo è stato considerato vero per tanti secoli perché:
• abbiamo la testimonianza di Aristotele, suffragata dagli studi astronomici di Tolomeo
• perché così appare al buon senso comune
• conferma della Bibbia
• conferma morale e dogmatica
Il primo a proporre una soluzione diversa fu Niccolò Copernico, polacco. Tornato nella sua terra si dedica allo studio dell’astronomia, cercando di trovare una soluzione matematicamente più semplice per spiegare il moto dei cieli, perché l’ipotesi astronomica di Tolomeo era estremamente complessa e prevedeva un’ipotesi di moto diversa per ciascun pianeta; per arrivare ad una soluzione armonica finale i calcoli erano complicatissimi. Copernico trova una semplificazione di questi calcoli spostando il punto di vista che non è quello della terra, ma quello del Sole. Nonostante quest’intuizione corretta e che rappresenta epistemologicamente una grossa novità, che è quella di fare un’unica ipotesi astronomica per tutti i movimenti dei pianeti, fa delle grosse concessioni al sistema aristotelico-tolemaico, perché non elimina il concetto di orbita cristallina e ritiene che il moto dei pianeti intorno al sole sia perfettamente circolare e che l’universo sia unico e chiuso. Questo spiega perché l’opera di Copernico pubblicata nel 1543, "De revolutionibus orbium celestium" non suscita un immediato scandalo perché viene presentata come ipotesi di tipo matematico volta alla semplificazione dei calcoli e quindi non vuole essere un modello reale del cielo. Ha più successo l’opera di Tycho Brahe che propone una sorta di compromesso tra sistema geocentrico e sistema eliocentrico perché prevede che la terra sia al centro, che il sole le giri intorno e che gli altri pianeti ruotino intorno al sole. Chi invece riuscirà a dare un’ipotesi realistica è Johannes Keplero, tedesco. Due sono le opere principali: "Armonices mundi" e "Astronomica nova", in cui ci da le tre leggi che spiegano il moto dei pianeti intorno al sole. Anche Keplero non ipotizza né l’infinità dell’universo né la sua acentricità. Occorre arrivare a Giordano Bruno, le cui tesi sono però accettate molto tiepidamente perché non c’era modo di verificarle sperimentalmente e perché erano tesi in contraddizione con la Bibbia. L’ipotesi attuale è quella che l’universo si pieghi su sé stesso.
Galileo
Nasce a Pisa nel 1564, vive a Firenze da bambino e frequenta la facoltà di medicina a Pisa, ma in realtà si interessa agli studi di matematica, in particolare a quelli condotti da Ostilio Ricci, che era allievo del gran matematico Tartaglia. Galileo usa la matematica come strumento quantitativo per risolvere problemi di fisica abbandonando quindi una concezione pitagorico-platonica della matematica come struttura metafisica dell’universo. Galileo inventò strumenti come la bilancetta idrostatica e scoprì la legge dell’isocronismo del pendolo.
Nel 1589 accetta la cattedra di matematica di Pisa. Insegna anche astronomia, ma era tenuto a insegnare l’astronomia tolemaica. Si accosta alla visione copernicana e abbandona anche la classica teoria aristotelica del moto. Galileo insegna la teoria copernicana in contrasto con ciò che doveva insegnare.
Accetta poi la cattedra di matematica di Padova. Il periodo di Padova è il più fecondo dal punto di vista dei suoi studi perché costruisce a fianco della sua casa un laboratorio dove condurre i suoi esperimenti. Insegna la teoria copernicana e va convincendosi di un moto uniformemente accelerato verso il centro della terra, in base agli esperimenti che conduce. In questo periodo inventa il termobaroscopio, un compasso militare, reinventa il cannocchiale scoprendo le fasi di Venere, i satelliti di Giove, le macchie lunari e le macchie solari. Tutto questo viene pubblicato nel 1610 nel "Sidereus Nuncius " che lui dedica al granduca di Toscana. Inizialmente le sue scoperte non vengono sconfessate, addirittura anzi un astronomo gesuita conferma la sua scoperta. Le cose cambiano quando si occupa della scoperta il cardinale Bellarmino, gesuita, astronomo consultore del sacro Uffizio, che si rende conto della portata eversiva contenuta nelle scoperte di Galileo. Le sue scoperte vengono rifiutate.
Il metodo scientifico di Galileo è nuovo e implica i concetti della neutralità della scienza e della libertà del ricercatore.
In questo periodo scrive le Lettere Copernicane che sono quattro nelle quali conduce una battaglia contro i sostenitori della validità della Bibbia anche nell’ambito scientifico e contro i sostenitori della filosofia di Aristotele.
Galileo viene chiamato a Roma e sottoposto al primo processo in cui si adegua a quanto gli viene richiesto cioè di non diffondere le sue teorie e di ritirarsi a vita privata.
Quando muore Papa Paolo V e viene eletto al soglio pontificio il cardinale Barberini con il nome di Urbano VIII Galileo ritiene di poter nuovamente diffondere il suo pensiero. Nel 1632 pubblica il suo capolavoro "Dialogo sopra i massimi sistemi" in cui paragona i due massimi sistemi dell’universo: quello aristotelico-tolemaico e quello copernicano. Viene richiamato a Roma e sottoposto al secondo processo, condannato, costretto all’abiura pubblica, gli viene permesso di ritirarsi a vita privata nella sua villa a Cetri dove scriverà un’ultima opera "Dimostrazioni matematiche". Muore nel 1642. Galileo si dedica alla difesa dell’autonomia della scienza e della libertà del ricercatore. Questa difesa è condotta tramite una polemica contro quelli che sono i custodi della tradizione: la Chiesa e la tradizione culturale aristotelica.
Il primo ad accorgersi della forza sovversiva del metodo galileiano è stato il cardinale Bellarmino. Riguardo le sacre scritture i custodi della tradizione ritenevano che queste fossero la fonte della fede e che fossero anche il fondamento di ogni forma di sapere compreso quello scientifico, ritenevano che si dovesse credere a tutte le affermazioni della Bibbia non solo quelle direttamente legate ai dogmi ma anche qualsiasi altro tipo di affermazione. Contro questa posizione Galileo sostiene che sia la Bibbia che la natura sono creature di Dio, la Bibbia perché è stata scritta sotto ispirazione diretta di Dio, la natura perché è stata creata da Dio: la Bibbia è la fonte della fede cristiana ma la natura non può che seguire quelle leggi che sono quelle con cui Dio l’ha creata. Questo ci permette di distinguere tra le affermazioni contenute nella Bibbia che riguardano la fede e quelle che invece possono riguardare dei fenomeni naturali: quelle che riguardano la fede vanno credute, quelle che riguardano i fenomeni naturali devono essere considerate da un altro punto di vista, perché bisogna tenere conto che quando sono state scritte si rivolgevano a persone incolte, rozze e dovevano tenere conto della cultura dominante in quel momento. La natura infatti segue la sue leggi e le ha sempre seguite; le nuove scoperte non contraddicono quanto è scritto nella Bibbia perché non hanno nulla a che vedere con la fede.
L’altra polemica che Galileo conduce è quella contro gli aristotelici. Galileo ha una grande ammirazione per Aristotele ed è convinto che se dovesse tornare sarebbe il primo a confermare le sue teorie perché Aristotele consultava direttamente la natura e non faceva come i suoi seguaci che, invece di studiare la natura, si dedicano ad un "mondo di carta", cioè studiano la natura attraversi i libri e prendono dogmaticamente quanto afferma Aristotele proprio perché l’ha detto lui stesso.
Il metodo di Galileo e le sue scoperte sono preceduti da una serie di studi in cui Galileo, pur non avendolo mai formulato in maniera teorica usa il principio di inerzia che però è in aperto contrasto con la teoria aristotelica dei luoghi naturali secondo cui andavano delineandosi differenze tra moto violento e moto circolare, ecc. Il principio di inerzia elimina queste differenze. La differenza concettuale tra questo principio e la dottrina precedente è che moto e quiete nel principio di inerzia concettualmente sono uguali.
L’altro grosso apporto di Galileo alla scienza contemporanea è la formulazione del secondo principio (accelerazione), dimostrato con l’esperimento della caduta nel vuoto di una piuma e di una sfera di piombo, mentre Aristotele aveva detto che il moto è direttamente proporzionale al peso. Tutto ciò gli ha permesso di fare i funerali alla fisica aristotelica perché la scoperta dei quattro satelliti di Giove gli ha permesso di confermare la tesi copernicana come lo studio delle fasi lunari, ecc. La sintesi di tutto questo viene messa nel "Dialogo sui massimi sistemi" in cui mette in relazione il sistema tolemaico e quello copernicano. Questo dialogo si svolge in quattro giornate e avviene fra tre personaggi: Simplicio, sostenitore della dottrina tolemaica, rappresentante i custodi della tradizione; Salviati, che rappresenta la mente aperta al nuovo, la ragione libera e spregiudicata che indaga la natura e il mondo in autonomia; Sagredo che deve fare da moderatore tra gli altri due ma che per la sua mentalità aperta tende a dar ragione a Salviati. Nella prima delle giornate si fa un’analisi comparativa tra i due sistemi a tutto vantaggio di quello copernicano; nella seconda Galileo confuta tutti gli argomenti che in genere venivano sollevati per dimostrare l’impossibilità della tesi copernicana; nella terza viene dimostrato il moto di rotazione della terra; nella quarta abbiamo la teoria delle maree che però è sbagliata. Al di là dei contenuti è anche rivoluzionario il metodo proposto da Galileo mai espresso direttamente ma deducibile dai suoi libri. Galileo afferma che il metodo scientifico si basa sulla sensata esperienza e sulle matematiche dimostrazioni. La sensata esperienza è l’esperienza dei sensi, l’osservazione diretta dei fatti e volta alla descrizione quantitativa di un fatto; poi formula un’ipotesi: nella sua prima parte il metodo è induttivo, poi il metodo diventa ipotetico-deduttivo, cioè dall’ipotesi per via astratta e razionale formula delle conseguenze che poi sperimenta in una situazione artificiale creata apposta per vedere se l’ipotesi è corretta. Se l’esperimento conferma l’ipotesi questa si trasforma in legge fisica. Per Galileo la legge fisica esprime le uniformità di comportamento di un determinato fenomeno. Quindi cambia la prospettiva perché mentre prima la scienza si chiedeva il perché ora si chiede come si comporta il fenomeno in una certa situazione: la natura non è più descritta come un insieme essenzialistico e finalistico ma come un insieme di oggetti che si comportano in maniera causale: se c’è un effetto c’è una causa, se si ripropone la stessa causa si otterrà lo stesso effetto: la legge fisica si può esprimere matematicamente con una funzione. Cambia anche il rapporto tra la matematica e fisica, perché prima si riteneva che la matematica non potesse essere applicata a fenomeni fisici perché era ritenuta perfetta, mentre i fenomeni fisici erano ritenuti rozzi. Al contrario ora si ritiene che la matematica non sia ancora abbastanza evoluta per poter spiegare tutti i fenomeni fisici. Ciò permette a Galileo di proporre, nell’ambito della descrizione del mondo fisico, una classificazione tra qualità oggettive e qualità soggettive dei fenomeni. Le qualità oggettive sono quelle matematicamente quantificabili: costituiscono l’oggetto di studio della ricerca scientifica; quelle soggettive sono invece quelle che dipendono dai nostri sensi e che quindi possono costituire l’oggetto della fisica.
Con Galileo nasce la fisica moderna. Infatti i limiti del metodo precedente erano un eccessivo deduttivismo, cioè si partiva da principi teorici all’interno dei quali voleva inserire a tutti i costi l’esperienza pratica e un’eccessiva osservazione dei fatti senza che questi fossero opportunamente inseriti in una struttura matematica, anche perché la matematica nel medioevo veniva concepita in modo magico e simbolico, non si faceva uso della matematica come misurazione, e c’era una totale assenza dell’esperimento che doveva verificare la legge: mancava la verificazione attraverso l’esperimento. Il metodo di Galileo assieme alle sue scoperte astronomiche fa si che la chiesa lo condanni. In un primo tempo le teorie di Galileo erano state accolte con favore. I primi che si accorgono della portata rivoluzionaria delle sue scoperte sono i domenicani che pongono la necessità di sconfessare il metodo di Galileo: si rivolgono al Sant’Uffizio e al cardinale Bellarmino.
Il 23 febbraio 1616 la dottrina copernicana viene dichiarata falsa ed eretica. Il 27 febbraio Galileo viene convocato e viene ammonito. Nel 1633 viene nuovamente convocato a Roma, viene ritenuto colpevole, tenuto in carcere e costretto all’abiura pubblica. Galileo torna a Firenze dove trascorre i suoi ultimi anni e scrive le "Dimostrazioni Matematiche".
Il metodo di Galileo tarda ad affermarsi e verrà ufficialmente accettato solo dopo Cartesio, ma costituisce un punto di partenza determinante per tutta la filosofia moderna e contemporanea.
Il paese che per primo accetta questo nuovo metodo di ricerca è l’Inghilterra a causa del suo sviluppo economico e della crescita della borghesia, la quale necessita di mezzi sempre migliori per aumentare la propria produzione: è aiutata in questo da un parlamento capace di scelte spregiudicate. Altra causa è anche la tradizione empiristica della filosofia inglese.

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