Apologia di Socrate

Materie:Tesina
Categoria:Filosofia

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Testo

La parola apologia deriva dal greco apologeomai che significa parlo in mia difesa.
Nel gennaio del 399 a.C. Anito, Meleto e Licone presentarono un’accusa contro Socrate chiedendone la condanna a morte. Quando Socrate subì il processo e la condanna, Platone aveva circa 28 anni. Egli era stato discepolo di Socrate ed era rimasto, al pari di molti altri giovani ateniesi, profondamente segnato dall’impronta del carisma del suo maestro, nei confronti del quale nutriva un sentimento di devozione.
La condanna di Socrate turbò profondamente Platone, tanto che, nel 396 a.C., decise di trasformarla in un dialogo.
L’Apologia di Socrate è divisa in tre parti, corrispondenti ad altrettanti tempi dell’azione giudiziaria che si svolse nel 399 a.C., dinnanzi al tribunale degli eliasti.
Nella prima parte Socrate si difende dall’accusa di empietà, mossagli anche da Aristofane, che, nella sua commedia Le nuvole, presenta Socrate in una cesta che galleggia a mezz’aria, assorto in ragionamenti bislacchi. Accusato di essersi interessato alle scienze della natura, Socrate proclama la sua totale estraneità a questo tipo d’interesse. La fama di sapiente di cui gode è dovuta a un responso dell’oracolo di Delfi (nessuno è più sapiente di Socrate) e al tentativo che ha fatto di metterne alla prova la verità. Interrogati da Socrate, coloro che hanno fama di sapienti dimostrano di non esserlo per nulla, pur avendone la presunzione. La sapienza di Socrate, al contrario, consiste nel non avere la presunzione di sapere ciò di cui egli è all’oscuro. A seguire, Socrate interroga Meleto, uno dei suoi accusatori: da questo interrogatorio Platone fa trasparire tutta la pochezza dell’accusatore. In particolare ritiene assurda l’accusa di ateismo: com’è possibile accusare la stessa persona di essere atea e, contemporaneamente, di introdurre nuovi dei? In verità Socrate è al servizio dei concittadini e non rinuncerà ad obbedire al dio, nemmeno se minacciato di morte, né rinuncerà alla sua dignità, utilizzando quegli artifici strappalacrime a cui molti sono soliti ricorrere per sfuggire alle condanne.
Alla fine i giudici dichiarano Socrate colpevole.
Nel secondo discorso, Socrate si proclama innocente e meritevole: perché mai dovrebbe proporre una pena se è degno di una ricompensa? Egli sostiene, infatti, di dover essere mantenuto a spese dello stato.
Il terzo discorso assume la forma di un estremo messaggio di Socrate ai giurati, dopo che la sentenza di morte è stata già decretata; a coloro che hanno votato per la condanna egli predice che, un giorno, rimpiangeranno di essersi resi responsabili della morte di un innocente. Invece, rivolgendosi a coloro che lo hanno assolto, espone loro le ragioni del perché attenda con serenità il destino che lo aspetta: resta la convinzione che il sommo male non sia la morte ma la malvagità e che all’uomo giusto e buono non possa mai accadere nulla di male. Come Socrate, Platone ritiene che temere la morte altro non è che credere di essere saggi senza esserlo, di sapere ciò che non si sa. Infatti, nessuno sa che cosa sia la morte, se per l’uomo è il più grande dei beni; eppure tutti la temono come se fossero sicuri che essa è il più grande dei mali. L’intera filosofia di Platone nasce come preparazione alla morte. Egli ha, infatti, una visione pessimista della società ateniese e sostiene che se si è giunti ad uccidere l’uomo più giusto di tutti, il malessere della società è pervenuto al suo punto limite. Socrate, in un mondo corrotto, è una luce nelle tenebre: egli ha sentito la necessità di un rinnovamento etico della società, in nome della virtù e della giustizia. Manifestando la necessità di andare oltre il relativismo dei Sofisti, egli ha ricercato definizioni stabili ed universali, su cui tutti potrebbero essere d’accordo, senza più lasciare gli individui in un vuoto di certezze. Inoltre, a differenza dei Sofisti, impegnati in discorsi raffinati ma paradossali e col solo fine di avere un buon effetto sulle orecchie degli uditori, Socrate predilige un dialogo botta e risposta: è proprio dal discorso che viene a galla la verità. Platone, a questo proposito, dirà che il discorso tra due o più individui è come lo scontro tra due pietre dal quale nasce la fiamma della conoscenza.
Riprendendo Socrate, Platone sostiene che la virtù del giudice sia controllare se durante i processi vengono dette cose giuste, mentre quella dell’oratore sia dire la verità. In base all’idea del giusto, un uomo di qualche merito non deve star lì a calcolare il rischio di vita e di morte, invece di pensare se ciò che fa è giusto o ingiusto e se si è comportato da uomo onesto o malvagio. Questo è un chiaro richiamo all’intellettualismo etico: per Socrate nessuno può fare il male volontariamente, in altre parole, se si conosce ciò che è giusto non si può fare a meno di comportarsi di conseguenza. Similmente Platone, nella “Repubblica”, sostiene che ogni cittadino, consapevole del proprio livello di conoscenza dell’idea di giustizia, non può esimersi dall’occupare volontariamente il ruolo sociale che gli è stato assegnato. Inoltre per Platone compiere un’ingiustizia non danneggia che la subisce ma chi la commette, perché costui dimostra di non avere una conoscenza adeguata dell’idea di giustizia. Come il suo allievo, Socrate auspicava che una classe molto preparata intellettualmente e moralmente potesse guidare lo Stato. Da tutte queste analogie tra maestro e allievo si può notare una sovrapposizione del pensiero filosofico di Socrate e Platone; infine si può scorgere nella figura dello schiavo che si è liberato dalla caverna dell’omonimo mito il riferimento a Socrate: il filosofo, scoperta la verità che sta oltre il mondo dei sensi, non può racchiudersi egoisticamente nella sua contemplazione e nella sua felicità, ma deve comunicare ai suoi compagni, che sono rimasti prigionieri del mondo sensibile, la sua scoperta. Questi ultimi sono talmente legati ai sensi che, appena il filosofo tentasse di sciogliere le loro catene e di far compiere loro il viaggio che egli ha già compiuto, sarebbero in grado di ucciderlo, come del resto è successo a Socrate.

Relazione a cura di:
Consani Sirio
Damasco Federica
Pesce Elisa Verardo Ilaria

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