Anselmo d'Aosta e Gaunilone

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia

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Testo

Anselmo d’Aosta e Gaunilone

A partire dal XI sec. l’impiego della dialettica nella spiegazione dei dogmi religiosi provoca timore da parte di coloro che temevano che la saldezza delle verità di fede potesse essere compromessa dalle argomentazioni filosofiche.
In quest’ambiente si sviluppa il contrasto tra dialettici che sostengono l’uso della ragione per intendere le verità di fede e antidialettici che negano un qualunque valore alla ragione nella comprensione dei misteri di fede. Nel XII secolo si sviluppa la discussione per il rapporto tra fede e ragione tra i maggiori esponenti dei vari gruppi che sono Anselmo d’Aosta e Pietro Abelardo.
Sant’Anselmo d’Aosta, da buon dialettico, amava affidarsi alla ragione per sviluppare il discorso argomentativo. Non che intendesse distogliere l’interesse da Dio, l’unico oggetto davvero importante per un buon monaco, né che perdesse mai di vista la parola rivelata e gli scritti dei Padri, specialmente di Sant’Agostino; era tuttavia convinto che l’uomo avesse a disposizione due distinte fonti di conoscenza: la ragione e la fede. Contro i dialettici puri ammetteva che fosse anzitutto necessario aprirsi alla rivelazione e accoglierne la verità. Per un cristiano, l’intelligenza deve supporre la fede. Eppure Sant’Anselmo non si schierava affatto con gli avversari irriducibili della dialettica: non vedeva nessun male nel tentare di comprendere razionalmente quanto già si credeva. La verità è così vasta, o inesauribile, che mai i mortali arriveranno ad abbracciarla interamente.
In conclusione, se affidarsi alla sola ragione, come facevano i dialettici puri, sembrava ad Anselmo un «peccato di presunzione», non applicarsi a capire quanto si crede significava per lui credere alla negligenza.
Anselmo analizza nel Proslogion o Soliloquio la concezione di Dio attraverso l’esame ontologico. L’ontologia studia l’essere in quanto tale, l’essere perfetto.
Anselmo ci presenta la figura dell’insipiente che e colui che non riuscendo a dimostrare che dio esiste dice che non esiste, visto che il credente può esse indebolito dall’ insipiente (la certezza) il credente deve comportarsi nei confronti dell’insipiente rafforzando la propria fede continuamente con la ricerca razionale e deve far capire all’insipiente che non tutto può essere spiegato. Anselmo sostiene inoltre l’esistenza di Dio non facendo ricorso al mondo. Quando si pensa a Dio si pensa come un essere superiore, onnipotente, perfetto quindi che non manca di nulla quindi necessariamente deve essere esistente senno manca di qualcosa.
Il contrasto tra ragione e fede non può esistere perché sono doni di Dio.
Il vecchio monaco Gaunilone era avverso all’argomento a priori e scrisse il Libro pro insipiente (il Libro a favore dell’ignorante).
Le idee di Anselmo erano due: la prima era l'idea di Dio come «ciò di cui nulla può pensarsi maggiore», poi l'argomentazione che su tale idea si fondava. Secondo Anselmo l’insapiens può dire: «Dio non esiste!», ma non può pensare una cosa del genere, come non si possono pensare le enunciazioni «l'essere non è», «il bianco è nero», o qualsiasi altra frase che contenga una contraddizione. Gaunilone, considerando i limiti propri dell'uomo, trovava più giusto capovolgere i termini della questione: prima di sapere o dalla fede o con argomenti filosofici che Dio esiste, si può benissimo dire e ridire: «ció di cui il maggiore non è concepibile», ma qualcosa che gli corrisponda non si può effettivamente pensarlo. Il motivo è presto detto: noi, legati come siamo alla conoscenza sensibile, non possediamo un vero concetto di Dio a priori o per conoscenza diretta. Nella seconda parte dell'opuscolo, Gaunilone negava la possibilità di passare dall'idea dell'ente più perfetto alla sua esistenza. Aggiungeva poi il paragone dell’isola fortunata: non basta immaginare l'isola incomparabilmente più bella per concludere che tale isola deve esistere davvero in mezzo all'oceano perché altrimenti non sarebbe la più bella.
Anselmo si soffermò su quest'ultima critica. Nessuno poteva confondere un'isola, pur bellissima, con Dio concepito come l'ente di cui non è pensabile il maggiore.

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