Anselmo

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Testo

ANSELMO D’AOSTA
LA VITA
Nato ad Aosta nel 1033, Anselmo d'Aosta entrò nell'abbazia benedettina di Bec in Normandia, dove fu allievo del teologo Lanfranco di Pavia, e nel 1066 divenne monaco; successe, poi, a Lanfranco, dapprima nella carica di abate, nel 1078, e, nel 1093, in quella di arcivescovo di Canterbury, in Inghilterra, nel quale ufficio resistette con straordinaria fermezza all'invadenza del potere secolare. Qui si trovò a dover difendere le prerogative e l'autonomia della Chiesa contro i sovrani normanni d’Inghilterra, sino alla sua morte, avvenuta nel 1109. Rivestendo questa carica, si trovò implicato nelle vicende della chiesa inglese del tempo, che difendeva i suoi privilegi contro le pretese del re.
Anselmo si dedicò alla speculazione filosofica e teologica e i suoi temi ontologici, criticati dallo stesso Tommaso d'Acquino furono ripresi da molti scolastici agostiniani, fra cui San Bonaventura e Duns Scoto. Anselmo divenne celebre per la sapienza e la devozione, tanto che i monaci lo esortarono a trascrivere per loro le sue meditazioni, che costituirono i fondamenti dell'insegnamento che egli impartiva loro. Verso il 1076, compose il Monologion, cioè soliloquio, da lui considerato un esempio di meditazione sulle ragioni della fede, in cui descrisse Dio come essere supremo e tentò di delinearne gli attributi. Nei due anni successivi, scrisse il Proslogion, cioè colloquio, intitolato anche Fides quaerens intellectum (“la fede alla ricerca di intendimento”), nel quale è contenuto l’argomento ontologico per provare l'esistenza di Dio; scrisse anche un gruppo di dialoghi su argomenti vari (tra cui La verità e Il libero arbitrio) e opere logiche (De veritate, De grammatico).
FEDE E RAGIONE
Nelle filosofie cristiane del Medioevo si riscontra un tentativo di conciliare la fede con la ragione, che nella nostra mente possono sembrare quasi degli opposti. Credo ut intelligam, intelligo ut credam è il motto di questi filosofi, che vuole significare che, tramite la ragione, si può arrivare alla fede e, per fare ciò, sono ricorsi a dei collegamenti con la filosofia antica.
L'accordo tra la fede e la ragione fu ripresentato da Sant'Anselmo d'Aosta, arcivescovo di Canterbury, che vide nella razionalità un effetto della illuminazione divina ed un prezioso ed ineludibile completamento della fede. La ragione umana ha un ambito limitato, dovuto alla finitudine della natura, ma non è in disaccordo con la fede. Questo concetto venne racchiuso nell'espressione credo ut intelligam, che significa insieme "per poter comprendere, credo" e "credo al fine di comprendere". L’accordo tra ragione e fede è essenziale, ma se ci fosse un contrasto, bisognerebbe mettere in discussione la ragione e basarsi sulla fede. In questo caso, c’è quasi una subordinazione, ma Anselmo asserisce che tale contrasto non ci può essere poiché la ragione e la fede hanno la stessa natura, cioè derivano entrambe dall’illuminazione divina.
Il suo intento é di approfondire le ragioni (intelligere) che sono presenti nei contenuti della fede, nella misura in cui ciò é possibile nella condizione terrena. La comprensione, però, non é veramente possibile se non si ha la fede; ragione e fede non sono, dunque, due ambiti separati o contrastanti, né esiste una distinzione fra teologia e filosofia.
Nella sua teologia il momento raziocinante è assai prevalente, ed è quello che fonda la credibilità della fede. Parlando di prove o di primato della fede, Anselmo ha potuto sottrarsi all'accusa di eresia, benché già allora il monaco Gaunilone avesse scoperto la natura antireligiosa e formalistica dei suoi ragionamenti.
Il punto di partenza di Anselmo é la fede nella verità rivelata da Dio e contenuta nelle Sacre Scritture; ad esse, che costituiscono l'auctoritas per eccellenza, si affiancano gli insegnamenti dei Padri della Chiesa.
LA GIUSTIFICAZIONE DELLA FEDE
Anselmo è uno dei più importanti precursori di quella corrente della teologia medievale che avrà il suo maggiore rappresentante in Tommaso d'Aquino. Tutta la teologia di Anselmo tende ad un fine di giustificazione logica della fede.
Sant’Anselmo, nato nel 1033, ha fatto parte del periodo della scolastica che, appunto, cercava innesti con la filosofia antica. La ragione giustifica le verità di fede di Sant’Anselmo che sosteneva due prove di esistenza di Dio:
o a posteriori: argomento dei gradi;
o a priori: argomento ontologico.
La prima prova, scritta nel libro Monologion, ci dice che, se ognuno di noi è in grado di poter affermare che una cosa è più o meno buona, dovrà esistere, allora, il concetto di bene assoluto, che è riconducibile a Dio. La rivalutazione massima della ratio si ha in Anselmo nelle dimostrazioni dell'esistenza di Dio: le prove a posteriori elencate nel Monologion.
Nel Monologion, Anselmo dice di scrivere su richiesta dei suoi confratelli quanto egli aveva esposto oralmente sull'esistenza di Dio, allo scopo di offrirlo come esempio alla loro meditazione. Egli non intende avvalersi di un procedimento che faccia ricorso all'autorità delle Scritture e dei Padri; vuole convincere mediante argomenti razionali, accessibili a tutti. Egli intende mostrare come può arrivare a Dio anche chi ancora ignora, o perché non ascolta la parola di Dio o perché non crede.
Scrive dunque un monologo, fatto di argomenti cogenti, come preliminare alla meditazione. L'obiettivo del Monologion é, infatti, quello di mostrare che esiste una natura somma, più alta di tutte le cose esistenti, eternamente beata e autosufficiente, la quale dà l'essere a tutte le altre cose, rendendole buone in virtù della propria bontà.
A tale scopo, Anselmo ricorre ad alcune argomentazioni, che hanno in comune il fatto dalla considerazione delle cose del mondo. Questo tipo di dimostrazioni saranno poi dette a posteriori, in quanto procedono dagli effetti che vengono dopo (le cose sensibili create) per risalire alla loro causa (Dio). Il loro fulcro é che il mondo sensibile costituisce un ordine gerarchico di beni e di perfezioni, ma questi beni e perfezioni sono tali in virtù di un bene e di una perfezione, che non dipende a sua volta da altro: esso é il sommo bene e la somma perfezione.
Il presupposto di questi ragionamenti é platonico: tutte le cose buone sono tali in quanto partecipano del bene e a causa del bene. Con la ragione si é arrivati a dimostrare che esiste una natura superiore a tutte le altre, la quale non ha nulla sopra di sé: questa natura somma ha nome Dio. Si é così dimostrato non tanto che Dio esiste, quanto che esiste una natura somma, alla quale si può dare il nome Dio. La nozione di Dio non é il punto di partenza, ma il punto di arrivo: é il predicato che, a conclusione, viene attribuito al soggetto, che é la natura somma o sommo bene. Le prove dell'esistenza di Dio furono elaborate da Anselmo all'interno di un'esperienza di crisi sociale e personale della religione, ma esse furono usate dalla Chiesa al potere per imporre un determinato modello di fede.
Il monaco Gaunilone del monastero di Marmoutiers, nel Liber pro insipiente (l'insipiente è il biblico negatore dell'esistenza di Dio), sostenne che, innanzitutto, chi nega l'esistenza di Dio nega anche il suo concetto ed inoltre che l'idea di un essere perfetto non implica necessariamente la sua esistenza. Anselmo replicò a Gaunilone, nel Liber apologeticus, che solo il concetto di Dio come essere perfetto, riferendosi all'assoluto, esclude la distinzione fra essenza ed esistenza; ciò invece non può valere per tutto il resto che è relativo. Gaunilone, nel tentativo di contestare la fondatezza della prova ontologica dell'esistenza di Dio, arriva a ipotizzare una posizione ateistica molto avanzata, laddove afferma che se Dio è incommensurabile con qualsiasi cosa esistente, ne consegue che l'uomo può non averne alcun concetto, alcuna immagine, non essendo in grado di capirne la definizione. Il materialismo invece si manifesta allorché egli sostiene, con un ragionamento ineccepibile, che se anche, per ipotesi, l'uomo avesse un concetto adeguato di Dio, da ciò non seguirebbe necessariamente che Dio esiste, poiché è il concetto a dipendere dalla realtà e non il contrario.
La seconda prova, contenuta nel libro Proslogion, si basa soprattutto sulla ragione. Ci dice che anche un ateo afferma l’esistenza di Dio, in quanto, negandolo, esprime il concetto di un Dio perfetto che deve per forza esistere altrimenti non sarebbe tale.
Nel Proslogion, Anselmo si chiede se sia possibile trovare un unico argomento, capace di dimostrare da solo che Dio esiste ed é il Sommo Bene. Diversamente dal Monologion, ora Dio é all'inizio dell'indagine, il cui punto di partenza é la nozione di Dio che si ha grazie alla fede. L'obiettivo diventa ora comprendere ciò che Dio crede, ossia fides quaerens intellectum. Il discorso assume la forma di un dialogo con lo stolto (insipiens), di cui si parla in uno dei Salmi e che in cuor suo dice che Dio non esiste. Insipiente, qui, significa stolto in quanto nega l'esistenza di Dio, non in quanto non intende la parole o non coglie il significato delle definizioni. Ma prima di procedere nel colloquio con l'insipiente, Anselmo assume un punto di partenza di chiara impronta agostiniana: la preghiera a Dio per ottenere il suo aiuto e la sua illuminazione e poter comprendere che egli esiste. E' la fede, infatti, che fa credere che Dio, a cui Anselmo rivolge la sua preghiera, é qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore. Anche l'insipiente, che dice dentro di sé che Dio non esiste, comprende ciò che sente, ossia questa definizione o questo appellativo di Dio; e ciò che egli intende é nel suo intelletto, anche se egli comprende che esiste anche nella realtà. Anche l'insipiente, dunque, é convinto che, almeno nell'intelletto, esiste il concetto di qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore. Ma ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore non può esistere solo nell'intelletto. Prende di qui avvio la confutazione dell'insipiente, ossia quella che sarà detta, in seguito, prova ontologica dell'esistenza di Dio. La sua caratteristica é di partire non dalla considerazione delle cose del mondo, bensì dalla sola nozione di Dio; in questo senso sarà anche detta a priori. Essa procede per via indiretta, ossia assumendo per vera la tesi dell'avversario. La dimostrazione di Anselmo assume implicitamente, senza dimostrarle, alcune premesse come evidenti di per sé. In primo luogo, assume che l'insipiente che nega l'esistenza di Dio sia in grado di comprendere la nozione di qualcosa di cui non si può pensare nulla di maggiore; altra assunzione é che ciò che si comprende esiste nell'intelletto; e infine che ciò che esiste nell'intelletto e nella realtà é maggiore di ciò che esiste solo nell'intelletto.
La prova di Anselmo sarà discussa, accettata o criticata nella storia della filosofia, ma il primo a tentare di confutarla fu il monaco Gaunilone nel suo Libro in difesa dell'insipiente.
A questo, Anselmo risponde che non si deve confondere il concetto di ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore con il concetto di ciò che é maggiore di altro. Il confronto con Gaunilone consente di chiarire la prospettiva di Anselmo: per Gaunilone, l'ascolto della parola non dà luogo, nell'intelletto, ad un concetto corrispondente a ciò che si é udito. Inoltre, dall'esistenza di una nozione nell'intelletto non si può inferire l’esistenza di ciò che é indicato da essa. Nel discorso di Gaunilone s'interrompe il legame di continuità tra parola, concetto e realtà; egli, pertanto, isola l'argomentazione di Anselmo dal contesto nel quale é inserita. L'insipiente di cui parla Gaunilone si arresta alla parola Dio e non comprende che cosa essa significhi e, dunque, nega l'esistenza di Dio: é fuori dalla sua prospettiva la considerazione della parola come rivelazione divina. Anselmo, infatti, controbatte dicendo che anche lo stolto che dice che Dio non esiste, deve dare un senso alla parola Dio. Infatti, si usano parole, secondo Anselmo, solo se hanno un significato; in caso contrario, l'insipiente non dice nulla.
LA TRINITÁ
Nella mente umana, come già aveva indicato Agostino, si manifesta un'immagine della Trinità. Credere in Dio comporta un coinvolgimento non solo dell'intelligenza, ma anche dell'amore e della volontà, che spingono alla ricerca della visione diretta di Dio, ma, al tempo stesso, si avverte che Dio é inattingibile e che, solo per iniziativa di Dio stesso, se ne può avere una qualche visione parziale. Anselmo é convinto che i più alti misteri della fede sono incomprensibili, ma ciò suscita un impegno ancor maggiore da parte della ragione.
Il cristiano sa per fede che Dio si é incarnato, ma deve anche cercare una risposta alla domanda: Perché Dio si é fatto uomo? La spiegazione di Anselmo é che Dio ha creato l'uomo allo scopo di consentirgli di essere beato, ma il peccato originale ha prodotto una colpa nei confronti di Dio, per riparare la quale non basta l'obbedienza prestata a Dio stesso. Sembrerebbe, dunque, che il peccato abbia annullato lo scopo perseguito da Dio nel creare l'uomo, ma ciò sarebbe assurdo, perché qualsiasi scopo perseguito da Dio non può non realizzarsi. Occorre, allora, che la grave colpa commessa nei confronti di Dio riceva una riparazione adeguata, e questa può essere data solamente da un Dio che é anche uomo e sconta la pena del peccato originale.
In tal modo, Anselmo mostra che l'Incarnazione presenta una sua razionalità, é cioè spiegabile mediante ragione.
Sullo sfondo di questa argomentazione e della concezione di Dio di Anselmo, si é anche ravvisata l'immagine di un sovrano feudale, che comanda i suoi vassalli e a tutti richiede il servizio e le riparazioni dovute. Ma si tratta anche di un Dio che non impone una costrizione alla libertà umana.
LA LIBERTÀ
Altro aspetto importante di Sant'Anselmo riguarda il concetto di libertà in sé‚ ed in rapporto alla prescienza divina. Questo tema é affrontato da Anselmo in due opere, Sulla libertà di arbitrio e Sulla concordia della prescienza e della predestinazione nonché della grazia di Dio con il libero arbitrio, quest'ultima composta nel 1109. In entrambe, come, in generale, nell'intera produzione di Anselmo, é evidente l'influenza della riflessione di Agostino, anche se ne sono smussate alcune punte pessimistiche.
Secondo Anselmo, la libertà per essere tale, non può essere costretta né da necessità esterne né da una necessità interna. Egli afferma che la libertà è la capacità di seguire la legge morale, e non tanto la facoltà di scegliere tra bene e male.
La libertà non consiste tanto nella possibilità di scegliere tra il bene e il male, perché se così fosse, Dio non sarebbe libero, ma nell'istinto di rettitudine, cioè nell'amore per il bene: il peccato ci fa perdere tale istinto e ci rende schiavi; ma da questo stato di schiavitù si può uscire con la grazia divina. Quanto alla prescienza di Dio, essa non è necessitante per l'uomo, ma costituisce solo la previsione di quelle scelte che l'uomo liberamente compirà. Il male, perciò, è originato solo dalla volontà umana, esso, come già in Sant'Agostino, non ha una sua valenza ontologica.
In realtà, la capacità di peccare diminuisce la libertà, che consiste, invece, nella capacità di conservare la rettitudine della volontà. Questa é volere ciò che Dio vuole che si voglia e può essere persa solo per un atto della volontà umana. Solo la grazia divina può restituire all'uomo la rettitudine della volontà, e la libertà diventa capacità di conservare questa rettitudine, quando essa é ridata all'uomo da Dio.
La libertà umana non é limitata neppure dalla prescienza e dalla predestinazione divina: Dio prevede tutte le azioni future, ma le prevede libere. Così, anche nella predestinazione degli eletti alla salvezza, Dio non impone alcuna necessità: sono salvati quelli di cui Dio conosce anticipatamente la rettitudine della volontà.
LA POLEMICA TRA DIALETTICI E ANTIDIALETTICI
All'epoca di Anselmo si stava sviluppando un dibattito, all'interno della stessa filosofia cristiana, tra dialettici e antidialettici. Cioè tra coloro che sostenevano l'uso di metodi logici – dialettici per risolvere e dimostrare le questioni di fede, e tra quelli che, invece, svalutavano questi metodi di indagine razionale a favore del ricorso stesso alla fede e alle Scritture.
Nella polemica medievale tra dialettici e antidialettici, le posizioni progressiste erano assicurate dai primi, nel senso che volevano superare la teologia cattolica in nome di una filosofia laica, umanistica, capace di attribuire alla politica imperiale quella autonomia che la chiesa romana si rifiutava di riconoscerle.
E' fuor di dubbio che l'innesto della logica nella teologia, se porterà a una progressiva laicizzazione della stessa teologia, porterà anche a una sua progressiva formalizzazione e astrattezza, poiché la logica non avrà come referente concreto un'esperienza sociale alternativa a quella del servaggio.
Il Monologion di Anselmo è un esempio di questa duplicità della teologia medievale, la quale, da un lato, afferma l'esigenza di una razionalizzazione del sapere religioso, mentre dall'altro non riesce ad uscire da tale sapere.
Anselmo ha l'esigenza di dimostrare l'esistenza di Dio a partire dalla pura forza delle argomentazioni logiche; nel contempo, però, continua ad avere come preoccupazione fondamentale quella di offrire dei supporti ad una fede che in quel periodo storico era sempre meno vissuta. Perciò, se da un lato Anselmo sembra portare avanti la laicizzazione della teologia, dall'altro proprio tale laicizzazione viene usata per giustificare una prassi cristiana in via di dissoluzione, perché corrotta, compromessa col potere economico e politico classista.
Le sue prove dell'esistenza di Dio non provano alcunché, poiché sono tutte tautologiche, cioè danno per scontato quanto va dimostrato, ovvero dimostrano ciò di cui si può ammettere l'esistenza solo per fede. Anselmo pretese di dimostrare come evidente ciò in cui egli già credeva. Le sue prove filosofiche contraddicono la migliore teologia cristiana, che non faceva dipendere la fede dalla ragione. Con Agostino, infatti, la ragione serviva per giustificare ulteriormente la fede, ma la fede agostiniana presumeva di trovare in se stessa la propria giustificazione. Con Anselmo la prima, vera, giustificazione della fede sta nella capacità della ragione di dimostrare l'esistenza dell'oggetto fondamentale della stessa fede, cioè Dio. Singolare il fatto che, per dimostrare l'esistenza di Dio, Anselmo sia costretto a farla dipendere dai limiti dell'uomo; a suo giudizio, infatti, non ci sarebbe alcuna perfezione divina se non ci fosse l'imperfezione umana. Il processo è capovolto, rispetto alla migliore tradizione religiosa, in quanto Dio appare come una creatura dell'uomo e non il contrario. Questo processo speculativo è molto interessante, poiché esso può portare anche all'ateismo, se alle contraddizioni storico – sociali si sanno trovare soluzioni immanenti. In mancanza di tali soluzioni, esso, inevitabilmente, porta all'idealismo.
Anselmo, nel Proslogion, si rende conto dei limiti del Monologion, ma, invece di uscire dall'ambito della teologia, per avventurarsi direttamente e completamente nell'ambito della filosofia, si incaponisce in un discorso di tipo onto – teologico, che è quanto di più astratto si possa pensare.
In realtà, Anselmo non si spinse mai a una forma di idealismo così laicizzata. L'identità di essere e pensiero era possibile, secondo lui, proprio perché era l'essere a renderla inevitabile, non il pensiero. Il pensiero non faceva che coglierla speculativamente.
ANSELMO E BONAVENTURA
La differenza tra Anselmo e Bonaventura sta nel fatto che il primo pretende di dimostrare l'esistenza di Dio con un ragionamento logico, basato sulla forza del sillogismo, mentre il secondo si serve della logica per dimostrare che l'esistenza di Dio va aldilà di ogni logica, in quanto va colta in maniera spirituale o esistenziale.
Bonaventura ha cercato di dare alla crisi dell'agostinismo, di cui Anselmo rappresenta l'espressione più significativa, una valenza emozionale, intimistica, riflettendo, in ciò, l'esperienza francescana, che rappresenta, indirettamente e soprattutto sul piano pratico, l'ultima esperienza ortodossa in occidente. Bonaventura ha compiuto un tentativo disperato, destinato all'insuccesso. Sul piano laico, infatti, l'autonomia della filosofia diventerà un processo irreversibile, mentre sul piano religioso Bonaventura cercherà di recuperare non l'esperienza della chiesa ortodossa, non quella del cristianesimo primitivo, né quella delle sette ereticali del suo tempo, ma un'ideologia dell'amore segnata dal modo di procedere speculativo e astratto della teologia latina.
LE OPERE E I CONTENUTI
Anselmo era un chierico, eppure cercò di comprendere e di spiegare l'esistenza di Dio con la ragione, cioè con la filosofia. Però egli non cercò di dimostrare l'essenza di Dio, ma solamente la sua esistenza. Di Anselmo si ricordano due opere fondamentali: Il Monologion, nel quale dimostra l’esistenza di Dio osservando che ci sono molte cose buone, che sono buone più o meno; deve esserci quindi un bene supremo in base al quale si possano rapportare le varie cose e questo bene supremo è Dio. Altra opera è il Proslogion, dove mette in evidenza come anche l’ateo, per affermare l’inesistenza di Dio, cade in contraddizione: infatti, per negare l’esistenza, di Dio deve aver nell’intelletto il concetto stesso di Dio, e questo concetto è qualcosa di cui non se ne può pensare uno maggiore, quindi per essere veramente il maggiore deve esistere anche nella realtà, poiché se esistesse nel solo intelletto se ne potrebbe pensare uno maggiore che esiste realmente; è impossibile, dunque, che ciò di cui non si può pensare qualcosa di maggiore esista solo nell’intelletto.
La dimostrazione a posteriori si basa e parte dall'esperienza per poi arrivare a Dio, quindi dagli effetti alla causa. Essa si basa su quattro prove:
o Nella realtà si possono vedere diversi livelli di bene, così ci deve essere anche un sommo bene, in base a cui si definiscono gli altri livelli di bene.
o In natura ci sono cose più o meno grandi, solo l'esistenza di una cosa sommamente grande permette di stabilire tra due cose quella più grande.
o Quindi, se tutti i beni sono tali in virtù del sommo bene e le cose grandi sono tali in virtù di una medesima grandezza, così tutto cioè che è, esiste in virtù di un unico ente.
o Infine, il sommo ente si presenta come il sommo valore, poiché non si potrebbe che un ente vale più di un altro se non ci fosse questo sommo valore.
Ma Anselmo può affermare che questo sommo ente è Dio solo dopo aver dimostrato che questo ha la stessa natura di Dio, trinitaria, ed è legato alle sue creature con il medesimo amore che Dio ci rivolge e che sappiamo per fede.
Dopo che il monaco dell'abbazia di Marmoutier, Gaunilone, intervenne nella discussione sul problema dell'esistenza di Dio, affrontato da Anselmo nel Proslogion, con un Libro in difesa dell'insipiente, Anselmo compose un Libro apologetico contro Gaunilone.
Anselmo è passato alla storia per la Ratio Anselmi, o argomento ontologico, descritta nel Proslogion. Essa è una dimostrazione a priori dell'esistenza di Dio, che, basandosi solo sulla pura ragione, dimostra la necessità dell'esistenza di Dio. In pratica, Dio viene definito aliquid quo nihil maius cogitari potest, cioè ciò di cui non si può pensare nulla di più grande, la cosa più grande. Se noi pensiamo a questa cosa più grande, essa automaticamente dovrà esistere, perché altrimenti esisterebbe nel mondo reale una cosa più grande di lei. Nel mondo reale esiste, quindi, la cosa più grande, e poiché la cosa più grande è Dio, Dio esiste. L'insipiens di cui parlano i Salmi cade in palese contraddizione: egli non può non pensare alla cosa più grande ma contemporaneamente afferma che Dio non esiste.
Altri scritti di epoca successiva sono: Sulla verità, Sulla libertà di arbitrio, Sul grammatico, Sulla concordia della scienza e della predestinazione; verso la fine della sua vita, Anselmo compose il Perché Dio si é fatto uomo.
Nello scritto Sulla verità, Anselmo interpreta la verità come corrispondenza (rectitudo) tra le proposizioni e lo stato delle cose che esse enunciano. La proposizione, che dice le cose come sono, manifesta la verità, cioè la conformità con le cose che essa dice, ma, come dice Anselmo in un altro scritto, Sul grammatico, le cose stanno come le ha pensate e dette, in principio, il Logos, nella somma verità.
A fondamento della conoscenza e del linguaggio umana vi è, dunque, la parola creatrice di Dio. Dio é verità assoluta, fondamento di ogni verità. Dire la verità da parte dell'uomo è, al tempo stesso, conformarsi alla parola di Dio e dire le cose come devono essere dette. Nell'impostazione di Anselmo, conoscenza, atteggiamento morale e fede si saldano inscindibilmente. La fede consiste nell'aderire con amore alla parola di Dio.
LA CRITICA DI GAUNILONE E DI TOMMASO
Gaunilone, monaco antidialettico, fu il primo a criticare l'argomento ontologico. Per Gaunilone, non era legittimo il passaggio dalla ratio cognoscendi, ovvero dal piano logico della dimostrazione, alla ratio essendi, cioè all'effettiva esistenza ontologica. Mostrare che deve esistere un Dio non equivale a dimostrarne l'esistenza nel mondo reale. La critica di Gaunilone mette in evidenza come sia diverso il piano del pensiero e delle possibilità da quello della realtà effettiva, pertanto dalla possibilità concettuale non deriva una convincente prova ontologica.
Tommaso, invece, critica il problema della definizione: nell'argomento ontologico, si parte dal presupposto che Dio sia la cosa più grande. Ma, per Tommaso, Dio è ineffabile, e quindi non possiamo associare in modo univoco una definizione a Dio; questa, infatti, ne costituirebbe l'essenza, che non siamo in grado di comprendere con la sola ragione.
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