"Timeo" di Platone

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Testo

Platone
Platone, filosofo autore di molti altri dialoghi e fondatore di una scuola di pensiero destinata ad avere un enorme successo, nacque ad Atene attorno al 427 a.C. da una famiglia della nobiltà aristocratica che vantava parentele illustri all’interno della polis. Alla scomparsa del padre egli fu affidato alle cure di Pirilampo, amico di Pericle, anche se di origine aristocratica. Presso di lui il giovane Platone venne educato secondo le tradizioni della democrazia, regime cui si rivelerà in seguito assai critico.
Divenuto poi allievo di Socrate assistette alla crisi della democrazia. Sebbene simpatizzasse per il ceto aristocratico, Platone non si dedicò mai attivamente alla vita politica, da cui si allontanò definitivamente a seguito della condanna a morte del proprio maestro. Si dedicò dunque a molti viaggi, visitando soprattutto la Magna Grecia e Siracusa, dove strinse amicizia con il tiranno. Ritornato ad Atene fondo la propria scuola: l’Accademia. Platone effettuò altri due viaggi verso Siracusa e i suoi progetti riesercitare una positiva influenza, mediante la filosofia, sulla vita politica della città naufragarono e misero in pericolo la sua stessa sopravvivenza. Il suo sogno del “re filosofo” tramontò quindi definitivamente. Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati allo studio e all’insegnamento presso la sua scuola ateniese.
La produzione platonica si rivelò assai prolifica. Numerosi sono infatti i dialoghi scritti dal filosofo durante tutta la sua vita filosofica che si divide sostanzialmente in due periodi: quello della convivenza con Socrate e quello più autonomo che seguì alla scomparsa del maestro. Il Timeo fu una delle sue opere. Platone si spense probabilmente nel 347 a.C., lasciando incompiute le leggi.
NOTE SULLA MODALITA’ DI STESURA
Nota: il testo cui faccio riferimento in questa relazione è: Platone, Timeo, ediz. Bur, a cura di Francesco Fronterotta.
Ho deciso di presentare un riassunto concentrato delle prime parti riguardanti la città ideale e il discorso di Crizia.Ho ritenuto infatti che queste non appartenessero al campo di indagine filosofica per cui questo dialogo è stato scritto, cioè quello ontologico-cosmnogonico. Alcune riflessioni esposte in questo passo mi torneranno però utili nel commento.
Nella relazione ho inoltre tralasciato l’esposizione del funzionamento del corpo umano 77c-81e, poiché li ho trovati meno importanti rispetto al resto delle argomentazioni. Anche le parti relative all’esposizione del corpo umano sono riassunte in modo stringato.
Coordinate generiche

Il Timeo è propriamente un dialogo sulla natura, sebbene questa classificazione non sia del tutto categorica e soddisfacente. L’oggetto della discussione non è infatti da intendersi semplicemente lo stesso in cui spaziavano le indagini dei presocratici. Esso è affrontato secondo idee e procedimenti logici assai distanti da quelli dei primi filosofi, le cui tesi vengono spesso ampliate o confutate. Il compito di Timeo è quello di discutere la natura dell’universo, a partire dalla sua generazione, fino ad arrivare a parlare dell’uomo.
I partecipanti dell’incontro di cui si rende conto nell’opera sono Socrate, Ermocrate, Crizia e Timeo. E’ citato un quinto personaggio, assente per malattia, la cui identità rimane tutt’oggi sconosciuta. Molte sono le incongruenze storiche dovute all’età e alla storia di questi quattro filosofi.
La messa in scena del dialogo induce il lettore ad un effetto di “straniamento”, accresciuto anche dall’esigenza di capire quale dei personaggi possa essere considerato come portavoce delle dottrine di Platone. La figura di Socrate ricopre infatti un ruolo marginale durante l’intera esposizione cosmogonia. Molti passi del Timeo sono peraltro dalla grammatica e dall’interpretazione incerta. Quest’opera si rivela dunque densa di ambiguità, dall’atmosfera incerta e dai contorni spesso sfumati (F.Fronterotta).
Fondamentale e subito ammessa dallo stesso Timeo è la peculiarità del proprio discorso, che assume note di verosimiglianza piuttosto che di certezza. Questa esposizione, che tratta dell’universo, elemento in perenne modificazione non potrà mai acquisire toni assoluti. L’universo, a differenza del suo modello stabile, non sarà né potrà mai essere oggetto di un discorso pienamente vero e coerente con se stesso, esatto da ogni punto di vista. Tuttavia il discorso di Timeo è, pur nella sua peculiarità di verosimiglianza, del tutto razionale e si stacca dunque dal filo mitologico-cosmogonico, che fa della “fantasia” la sua caratteristica preminente ed è paragonata a “favole per bambini”.
TIMEO: l’opera
Introduzione:La città ideale e il racconto di Crizia
La primissima parte del dialogo, nella quale si può assistere ad una partecipazione di tutti i personaggi, consiste del riassunto dei discorsi fatti il giorno precedente in merito alla città ideale. Socrate fa il punto della situazione esponendo dunque le modalità di educazione e i comportamenti che i cittadini devono tenere. L’attenzione viene poi focalizzata sulle varie classi sociali della città. In merito a questo argomento Socrate attua peraltro una vera e propria polemica nei confronti dei sofisti e della retorica.
Al discorso sulla città ideale segue poi, su diretta esortazione di Socrate, il racconto di Crizia su un antico incontro fra Solone e un sacerdote egizio durante il quale vennero narrate le vicende dell’Atene antica e la sua vittoria egemonica ai danni di Atlantide che affondò nell’oceano.
IL DISCORSO DI TIMEO
Le “due realtà” e la generazione dell’universo
Il discorso principe del dialogo, cioè l’origine del mondo, sarà trattato, sotto esortazione di Socrate da Timeo, il più sapiente dei quattro in materia. Il lungo monologo si apre con la rituale e necessaria invocazione alla divinità.
La prima distinzione fondamentale operata da Timeo riguarda i due piani del reale: ciò che è ingenerato e stabile e ciò che sempre diviene, senza mai essere. Viene qui introdotto un punto cardine dell’ontologia platonica, secondo cui esistono due realtà. La prima è quella priva del divenire e sempre identica a se stessa, al di fuori dello spazio e del tempo. Si tratta della conoscenza, della scienza in senso proprio, raggiungibile solo attraverso il pensiero e il ragionamento discorsivo. Il secondo genere di realtà abbraccia invece tutto ciò che, essendo in continuo mutamento, sempre diviene: l’opinione. Essa viene colta con il semplice ausilio dei sensi e rappresenta una forma di conoscenza parziale e imperfetta, di cui è impossibile dare una definizione, poiché si trova appunto in uno stato di perenne modificazione. I fenomeni fisici, che appartengono al secondo genere di realtà, sono il risultato di una catena di cause tra le quali è possibile distinguere una causa prima, o causa generale che precede tutte le altre (dottrina della casualità). Essendo dunque l’universo una realtà prettamente sensibile, poiché viene sempre filtrato dai nostri sensi e non si coglie mai con il pensiero puro, è anche in perenne divenire. Questa sua ultima peculiarità implica dunque una sua generazione: solo ciò che appartiene al primo genere di realtà è infatti eterno.
Timeo afferma che la causa prima dell’universo, il demiurgo, lo abbia creato, per sua bontà, secondo il modello di ciò che è eterno. Il mondo concreto non è infatti altro che copia bella, ma pur sempre imperfetta di questo modello. Timeo ricorda poi che anche il suo discorso non è vero in assoluto, ma verosimile e quindi soggetto a possibili errori e paradossi. L’opera del demiurgo divino segna dunque il passaggio dal disordine all’armonia. Egli pose il pensiero in un’anima, poiché nulla è migliore di ciò che è dotato di pensiero. L’anima venne poi inserita in un corpo formando insieme con essa l’universo, essere vivente il cui modello non consiste di un solo elemento, ma è quello della sfera delle realtà intelligibili. Il mondo è poi unico, poiché se ve ne fossero infiniti non si giungerebbe mai ad un modello “primo” al quale fermarsi, e comprende in sé tutti i viventi, congeneri a lui per natura.
La caratteristica dell’universo di essere visibile e solido implica che la sua costituzione sia di fuoco (visibile) e terra (solido). Affinché la proporzione fra questi due elementi sia armonica è necessario introdurne altri due: aria e acqua. Questi quattro elementi sono in “amicizia” tra loro secondo precisi e complessi calcoli matematici la loro unione dà vita a tutte le cose.
Il demiurgo diede poi alla propria creazione una forma sferica, figura migliore ed in ogni punto simile a se stessa, e liscia. Da quest’ultima caratteristica dipende l’autosufficienza dell’universo. Il creatore volle poi che il mondo assumesse un moto circolare e uniforme a sé, che tra i sette movimenti è quello che più si avvicina al pensiero e all’intelligenza.
L’anima, che domina il corpo e fu creata prima di esso, venne collocata al centro del corpo, così da poterlo pervadere tutto, avvolgendolo fino all’esterno, formando un cielo, affine all’anima per caratteristiche. L’anima ha una costituzione matematica e armonica, che Platone fa corrispondere ad una precisa struttura musicale, secondo la quale interagiscono le sue tre componenti: l’essere, l’identico e il diverso. Essa ha la forma di due cerchi concentrici: il cerchio dell’identico e quello del diverso. In virtù della sua composizione mista, l’anima è in grado di riconoscere le caratteristiche di ciò in cui si imbatte.
Viene ribadito che l’universo sensibile è la copia che più assomiglia al modello intelligibile, ma rimane pur sempre una copia mortale. La generazione del mondo ha comportato la creazione del tempo, “immagine mobile dell’eternità”, che riesce a produrre nella maniera più fedele possibile, pur nel movimento (che procede armonicamente secondo il numero), l’immobilità assoluta del modello. Insieme con esso e per la sua esistenza vennero generati il sole, la luna e gli altri cinque astri che hanno moti identici in tempi identici e si muovono in modo armonico e ben definito, ruotando sullo stesso piano, ma in orbite diverse. Così come l’universo anche i pianeti sono dotati di anima. L’interpretazione del sistema solare è naturalmente di tipo geocentrico, con il sole che gravita attorno alla terra nella seconda orbita. Il perfetto muoversi dei pianeti dà poi vita all’alternarsi del giorno e della notte, dei mesi e degli anni.
Gli esseri viventi: gli dei e l’uomo
L’universo creato fino a qui, pur dotato di corpo, è ancora assai diverso dal modello intelligibile, poiché manca delle specie viventi, che si dividono in quattro gruppi:
o Gli dei, composti di fuoco.
o La specie alata, che vive nell’aria.
o La specie acquatica, che vive nell’acqua.
o La specie pedestre, che vive sulla terra.
Si noti come anche in questo frangente ricorre l’interazione e l’unione dei quattro elementi.
La prima specie vivente creata dal demiurgo stesso è quella degli dei. Splendenti e belli a vedersi e di forma rotonda a immagine dell’universo, rappresentano l’ordine cosmico e sono la natura più potente e migliore. Essi sono naturalmente identificati negli astri stessi e compiono due movimenti di grande armonia: ruotano intorno a se stessi e procedono in avanti. La loro vera natura può essere colta solo attraverso il calcolo dei loro spostamenti.
Accanto agli astri vengono generati altri dei, quelli della tradizione mitologica, che si rendono visibili al loro piacimento. Inizia dunque l’apostrofe del demiurgo agli dei che dona loro l’anima razionale, li rende immortali e mostra loro l’ordine dell’universo e le sue leggi immutabili. Aggiunge che non può creare le altre tre specie viventi, poiché le creerebbe simili a loro. La potenza degli dei è infatti solo una copia imperfetta rispetto a quella del demiurgo, ed è loro compito dare vita alle altre creature. Prima di ritornare nella sua condizione di contemplazione delle idee, il demiurgo termina la sua opera “seminando” alcune leggi, affinché tutto sia reso il più possibile perfetto.
Gli dei creano dunque l’uomo, inserendo l’anima in un corpo. Vengono subito stabilite le regole di una dottrina della metempsicosi, secondo cui coloro che abbiano condotto una vita corretta e giusta, ritorneranno al proprio astro sottoforma di anime, per una vita felice e pura. Per tornare al proprio astro l’anima afflitta dal male si deve affidare alla razionalità, così da potersi liberare dalla parte irrazionale e impura.
La natura mortale è fatta di sei movimenti che ne indicano l’inferiorità agli dei e disordine. Il contatto del corpo umano con i quattro elementi circostanti genera sensazioni che spesso scuotono il flusso sanguigno, modificando il movimento dell’anima. Ciò provoca una confusione fra identità e diversità, per la quale l’anima priva di ragione non riesce a distinguere le relazioni fra gli oggetti che le stanno intorno. Il termine dei “tumulti” permette il pieno recupero dell’equilibrio, grazie al quale l’anima torna nel suo stato abituale assennato, che è possibile mantenere e rinforzare attraverso l’educazione.
Nella dell’uomo viene posta l’anima razionale nella testa, di forma sferica, parte più divina del corpo che si trova subordinato alle sue decisioni. Vengono creati i quattro arti che permettono il movimento sulla superficie irregolare della terra e donati gli organi di senso, grazie ai quali la parte razionale può disporre delle informazioni ad essa necessarie per giudicare e operare secondo il suo volere. Gli occhi che permettono di vedere attraverso l’interazione del fuoco a loro interno e il fuoco esterno (luce). La vista, il più potente dei sensi, permette l’osservazione del cielo, da cui è possibile acquisire i concetti di numero, di tempo e di armonia (causa prima), stimolando quindi il ragionamento e l’approccio alla filosofia. L’udito è assai importante poiché ci permette di ascoltare la musica, che non rappresenta solo un piacevole passatempo ma contribuisce a creare ordine nella nostra anima.
I tre pilastri universali della realtà e i quattro elementi
Fino a questo punto il discorso di Timeo si è focalizzato sui prodotti dell’intelletto. L’universo è però una mescolanza di ragione e necessità ed ora l’esposizione viene spostata sulle creazioni di quest’ultima. Bisogna dunque tornare sui nostri passi considerando l’intervento della necessità e delle cause “erranti” irrazionali (causa seconde), esaminando la natura dei quattro elementi “in sé”, prima che il demiurgo se ne servisse per costruire il mondo. Egli è stato, fino a questo punto del discorso, autosufficiente e giustificava la propria creazione in quanto essere superiore. Poiché occorre però effettuare nuove distinzioni, viene introdotta la difficile questione della χώeα (ricettacolo, nutrice, madre) che contemporaneamente lo spazio in cui ha origine ogni cosa sensibile e il materiale di cui ogni cosa sensibile si compone nell’atto della generazione.
Per potere impostare un discorso credibile è indispensabile che il suo oggetto sia a sua volta una realtà stabile. In una dissertazione che abbia come tema i quattro elementi ciò risulta difficile, proprio perché essi sembrano subire un continuo processo di trasformazione che li porta a mutarsi ciclicamente gli uni negli altri e sono dunque privi della stabilità necessaria, precludendo le basi per un ragionamento certo in termini assoluti. Timeo opera di conseguenza una limitazione di carattere linguistico, evitando aggettivi o pronomi riferiti agli elementi che possano comunicare idea di immutabilità, come, ad esempio, “questo” e “codesto”. In base a quanto detto si giunge a comprendere la doppia realtà degli elementi: alla parola “fuoco” si accostano infatti l’idea del fuoco (stabile) e il fuoco sensibile (mutevole).
Tornando alla χώeα, viene affermato che essa è una realtà stabile ed eterna, al pari delle idee, ma non possiede, diversamente da esse, alcuna qualità e determinazione, poiché si configura come ciò che è puramente indeterminato. Solo in questo modo essa potrà infatti accogliere tutte le cose che prendono forma in essa. E’ necessario chiarire che nella χώeα non entrano le idee, che rappresentano il modello per la generazione. L’ente sensibile è, come il “figlio”, il risultato dell’unione fra la “madre” (χώeα) e il “padre” (idee). Il ricettacolo è una realtà intermedia, misto di opinione e conoscenza intelligibile, paragonabile al sogno. La χώeα è da un certo punto di vista fuorviante, poiché può confonderci, inducendoci a sovrapporre le immagini sensibili ai modelli intelligibili. Ciò è evitabile solo attraverso il ragionamento.
A questo punto del monologo viene aggiunta una nota importante alla dottrina delle idee: per ogni genere di cose sensibili e mutevoli esiste una realtà in sé e per sé intelligibile che rimane sempre identica. Si identificano dunque due piani di realtà:
1. Realtà delle idee → conoscenza intelligibile, se ne può rendere conto razionalmente ed è insegnabile; non è soggetta alla persuasione e pochi uomini la raggiungono.
2. Realtà delle cose → opinione sensibile, deriva dalla persuasione, si appoggia alla mutevole sensazione appartiene a tutti gli uomini.
Riassunti i diversi generi di realtà (idee, enti sensibili e χώeα) si passa ad uno studio degli elementi. Essi sono pensati come corpi dotati di volume e quindi delimitati da “facce” che possono tutte essere scomposte in triangoli. Proprio quest’ultima figura è, secondo Platone, l’unità fondamentale del tutto, che assume quindi una struttura matematico-geometrica caratterizzata, nonostante il perenne divenire, da una certa stabilità. Il triangolo perfetto è naturalmente il triangolo equilatero, a sua volta formato da due scaleni rettangoli aventi un cateto che misura metà dell’ipotenusa. Timeo afferma che fuoco, aria e acqua possono trasformarsi gli uni negli altri, secondo un processo circolare da cui è esclusa la terra. A ogni elemento viene infatti associata la struttura di un poliedro regolare:
o Fuoco (I elemento) → tetraedro regolare, scomponibile in scaleni rettangoli.
o Aria (II elemento) → ottaedro regolare, scomponibile in scaleni rettangoli.
o Acqua (III elemento) → icosaedro regolare, scomponibile in scaleni rettangoli.
o Terra (IV elemento) → esaedro regolare (cubo), scomponibile in isosceli rettangoli.
Alla luce di queste strutture riesce facile capire perché la terra sia esclusa dalle trasformazioni che accomunano gli altri elementi. Essa costituisce l’elemento più compatto, più grande e meno mobile, a differenza del fuoco piccolissimo e mobilissimo. Tutti i solidi elencati, insieme con il dodecaedro regolare, che verrà utilizzato dalle divinità per dar vita ai viventi, sono inscrivibili nella sfera. E’ naturale che gli elementi risultano invisibili nella loro singolarità di particella, ma visibili nelle loro aggregazioni.
Gli elementi vengono legati insieme da un movimento meccanico derivante dall’anima, dando vita a tutte le cose. Il moto circolare dell’universo permette, attraverso la compressione, che non si creino spazi vuoti fra gli elementi. A causa di questa forza premente, ogni corpo è destinato a mutare la propria grandezza e posizione, dando vita ad un movimento senza fine.
Ogni singolo elemento può presentarsi sotto diverse forme. Il fuoco può essere ad esempio luce o fiamma, l’aria etere o nebbia. Un diverso discorso vale invece per l’acqua, che si può presentare allo stato liquido o fusibile (l’oro è la più preziosa forma di acqua fusibile). A seconda delle mescolanze con gli altri elementi essa può diventare grandine, neve, brina, ma anche rame. L’acqua presente nelle piante prende il nome di succhi, di infinita varietà. Importanti sono i succhi che contengono il fuoco: vino, olio, miele, “fermento”. Anche la terra, a contatto con gli altri elementi, da vita a diversi composti (argilla, sale…)
Percezione e sensi
Il discorso di Timeo, chiarite le proprietà degli elementi, passa a trattare i processi percettivi del corpo, che sono in stretta relazione con la struttura fisiologica umana. La forma del solido associato ad un elemento definisce le caratteristiche dell’elemento stesso: ad esempio il fuoco, piccolissimo, sminuzza e riduce in frammenti ciò che incontra, generando la produzione e la percezione del caldo. I brividi, cioè il freddo, sono il risultato della compressione delle particelle interne al nostro corpo da parte di quelle esterne.
Le sensazioni derivano dall’incontro del corpo con gli elementi circostanti e diventano tali quando, percepite dai nostri organi di senso, sono condotte attraverso le ramificazioni nervose alla parte razionale dell’anima. Il cosiddetto “meccanismo delle impressioni” dipende dalla capacità di un corpo di “trasmettere” le sue particelle componenti. I composti della terra nel nostro corpo (capelli, ossa, …), per la loro grande staticità, non riescono a trasmettere le sensazioni alla parte razionale dell’anima, a differenza delle parti costituite dai restanti elementi (vista, udito, …) che sono mobilissimi. Il dolore è causato da un’impressione contronatura, che si manifesta improvvisamente in noi e provoca un mutamento della condizione naturale. Il piacere,al contrario consiste proprio nella restaurazione di tale condizione. Ogni cosa è infatti finalizzata a conservare strutturalmente il proprio stato, il proprio “essere originario”. Un’impressione che si manifesta in modo graduale, non è destinata a comunicarci sensazioni.
Il monologo di Timeo procede con l’illustrazione dei sensi.
Il gusto è dovuto a fenomeni di contrazione delle particelle (aggregati dei quattro elementi) che vedono opporsi le loro proprietà. Le particelle trasportate nelle vene fino al cuore danno vita alla sensazione di aspro se sono ruvide e di dolce se sono lisce. E’ interessante osservare che le funzioni di trasmissione degli impulsi, proprie dei nervi, vengono attribuite invece alle vene, che fanno capo al cuore, sede della parte irascibile dell’uomo. Esistono poi particelle che hanno il compito di pulire la superficie della lingua, risultando amare o salate a seconda dell’intensità della loro azione. Le particelle che si scaldano con il calore della bocca, infiammandola, sono dette piccanti.
Nulla allo stato naturale ha un odore proprio: essi si generano quando i corpi si bagnano, si decompongono, si dissolvono, evaporano, ecc. Un odore viene più precisamente percepito dorante la tappa intermedia della trasformazione di un elemento nell’altro (es: acqua → aria = fumo [odore del fumo]). Gli odori spiacevoli irritano la cavità nasale, mentre quelli spiacevoli la riportano al suo stato naturale.
La percezione del suono è data dall’urto che si propaga dalle orecchie al fegato (&parte desiderativa dell’anima). L’intensità del suono è direttamente proporzionale alla forza del movimento.
La teoria platonica sulla percezione dei colori risulta simile a quella democritea. Viene aggiunto che essi sono mescolanze di più elementi secondo proporzioni definite.
L’uomo: anima e corpo
Ricapitolati i punti principali della creazione, Timeo si accinge ad approfondire la natura umana, generata dagli dei attraverso l’unione di anima e corpo.
L’anima umana si compone di due parti principali: quella immortale, inserita come detto nella testa, e quella mortale, contenuta nel torace. Quest’ultima è divisa a sua volta in due: anima irascibile e passionale, e anima appetitiva e desiderativa.
La prima delle due è contenuta nel cuore e presta ascolto alla ragione per la sua vicinanza con la testa, che la può comandare facilmente, grazie anche all’aiuto dei polmoni, che circondano il cuore e gli concedono refrigerio e conforto quando esso batte freneticamente. L’anima appetitiva sta invece nel fegato ed è difficilmente controllabile dalla ragione, cui ubbidisce attraverso la produzione della bile e di liquidi amari. La mantica e la divinazione vengono praticate attraverso l’uso di questa parte dell’anima e sono un dono divino come rimedio della debolezza della natura umana. Dopo la farneticazione e il recupero delle facoltà mentali sarà però la ragione a interpretare le visioni.
Timeo passa poi a parlare degli altri organi. La milza assorbe e purifica le scorie del fegeto, gli intestini digeriscono ed espellono cibi e bevande. Le carni, che proteggono dalle intemperie e dagli urti, e le ossa, originate dal midollo, sono tenute assieme ai nervi (funzione che in realtà spetta ai tendini), che ne permettono il movimento. La pelle protegge il corpo dagli agenti esterni, mentre i capelli hanno la funzione di riparo per la testa.
Gli dei avrebbero potuto creare l’uomo cosi che potesse vivere più a lungo, grazie ad una diversa costituzione fisica, ma avrebbe avuto vita peggiore.
Agli uomini spetta poi la creazione delle donne e degli animali, per lo stesso motivo per il quale il demiurgo ha delegato agli dei la generazione della specie umana maschile.
Le piante svolgono una duplice funzione: nutrono e proteggono dai quattro elementi l’uomo. Esse sono dello stesso genere della natura umana per la composizione elementare e per il fatto di possedere un’anima appetiviva, priva però di ragionamento, che le rende passive rispetto a ogni cosa.

Le malattie del corpo e dell’anima
A seguito dell’esposizione della fisiologia umana Timeo passa a parlare delle malattie del corpo e dell’anima. La conservazione del proprio stato di armonia e proporzione permettono la salute e il benessere, mentre la malattia è data dalla perdita della condizione naturale. Le malattie del corpo sono causate da:
1. Eccesso, difetto o errata collocazione degli elementi che compongono i corpi
2. Scorretto e innaturale funzionamento di un tessuto
3. Malattie dipendenti da aria e umori (“flegma” e bile)
4. Febbri (eccesso di un elemento nel corpo)
Le malattie dell’anima possono essere invece provocate da un eccesso di dolore o piacere, inibendo pericolosamente le capacità del ragionamento. Spesso l’incapacità di domare un piacere viene erroneamente scambiata per malvagità: colui che compie un azione scellerata agisce infatti nell’ignoranza e nell’inconsapevolezza, e non è da condannare in senso assoluto. E’ opportuno per questo motivo educare il cittadino. Le malattie dell’anima sono anche provocate dall’azione degli umori che vagano per il corpo sull’anima:
1. Aggressione parte desiderativa → scontentezza e afflizione
2. Aggressione parte irascibile → temerarietà e viltà
3. Aggressione parte razionale → oblio e pigrizia intellettuale
La cura migliore per tutti i disturbi la scoperta di un equilibrio fra anima e corpo. Colui che vuole dedicarsi alla scienza e agli studi deve nel contempo praticare la ginnastica, e l’esercizio del corpo va accompagnato con quello dell’anima (musica e filosofia). Chi si abbandona ai desideri e alle ambizioni (cose mortali), si rende mortale, avendo curato la parte mortale dell’anima. L’uomo che si impegna nella ricerca del sapere attingendo alla verità riesce a conseguire la felicità, avvicinandosi quanto più possibile all’immortalità. Le malattie minori vanno curate secondo Timeo con l’esercizio fisico (movimento, diete, …) piuttosto che con i farmaci, aspettando che scompaiano da sole finito il loro ciclo vitale. La definizione platonica di cura è dunque l’attribuzione dei movimenti appropriati a ogni parte del corpo.
Conclusione: gli altri viventi
Ultimo discorso trattato da Timeo concerne la creazione, da parte dell’uomo, degli altri esseri viventi, che non sono altro che la reincarnazione degli uomini che durante la loro vita non si sono comportati in modo virtuoso e non possono fare ritorno al proprio astro:
o Donne → procreazione della specie umana.
o Uccelli → Uomini non cattivi, ma leggeri e dediti alle cose celesti, ma non credono che la dimostrazione si consegua attraverso la vista.
o Animali pedestri → uomini non dediti alla filosofia e ciechi di fronte alla natura delle cose celesti.
o Stirpe acquatica → uomini più stolti e ignoranti, non possono neanche godere della respirazione dell’aria.
Con questo discorso si chiude l’esposizione di Timeo, che ha esposto nella maniera più razionale possibile la creazione del mondo da parte del demiurgo ispiratosi ad un modello appartenente al mondo delle idee.

Commento
Desidero partire focalizzando la mia attenzione sui parallelismi e le differenze che si possono individuare fra il demiurgo Platonico e il Dio cristiano. Bisogna sottolineare il fatto che cultura ebraica, cultura cristiana e cultura greca sono differenti fra loro, se pur con delle somiglianze. Messo in luce ciò, dire che la nostra società si basa su tradizioni “ebraico-cristiane” può essere un azzardo, poiché il cristianesimo attinge molto dalla cultura romana, proiezione di quella greca. Ebraismo e cristianesimo sono entrambe religioni monoteiste, con la differenza che la prima non è però monolatra, ammette cioè il culto di figure come la Madonna, i santi, il Figlio e lo Spirito santo, non solo Dio. L’ebraismo si stacca da questo punto di vista poiché non solo adora JHWH, ma rifiuta categoricamente la venerazione di altre entità che non siano il Dio unico. Il non monolatrismo cristiano deriva appunto dal contatto con la cultura romana e i suoi culti, figli di quelli greci. Molti sono infatti le somiglianze rintracciabili nel cristianesimo con alcuni culti dionisiaci e, più in generale misterici. Per sottolineare ancora di più l’improprietà della qualificazione “ebraico-cristiana” legata alla nostra cultura, richiamo alla memoria un discorso di Umberto Eco, nel quale veniva affermato che l’Unione Europea non doveva limitarsi a riconoscere nella propria storia basi ebraico-cristiane, ma ebraico-classico-cristiane, poiché grande è appunto l’influenza del classicismo figlio della cultura greca.
Grandi sono anche le differenze fra la cosmogonia ebraica e quella cristiana. L’ebraismo è infatti una religione che dà larga importanza al mito della creazione, presentato nella genesi. Il cristianesimo limita invece la generazione del mondo al breve racconto del Vangelo secondo Giovanni (“In principio era il verbo …”), considerando ad ogni modo secondario il problema cosmogonico. Si possono trovare parecchi parallelismi fra il demiurgo e la sua creazione e il Dio cristiano. La Chiesa, sebbene avesse trovato in Aristotele il “Filosofo”, riprende in molte coincidenze la propria cosmologia dalla dottrina platonica ed in particolare neoplatonica. In primo luogo il mondo viene creato dal nulla (ex nihilo). Nel cristianesimo ciò sottolinea l’onnipotenza di Dio, mentre nel platonismo permette di spiegare il principio delle cose. Non solo l’entità trascendente dà vita il cosmo, ma lo fa in modo armonico e ordinato, così che la creazione diventa manifestazione stessa della sua bontà. L’uomo è in entrambe le concezioni natura imperfetta nel mondo, che, nel cristianesimo, disobbedisce a Dio. Una differenza si può invece riscontrare nella provvidenza divina del cristianesimo, vero motore del mondo, del tutto assente nella visione platonica.
Un punto di contatto che accomuna le tre culture (greca, ebraica e cristiana) è ad esempio il discorso che il trascendente instaura con la propria creazione. Nel Timeo il demiurgo si rivolge agli dei affinché creino l’uomo. Adamo riceve invece da Dio il compito di dare il nome agli animali e alle cose. Questa analogia si può rilevare anche nel filone mitologico greco, nel quale Prometeo ed Epimeteo distribuiscono agli animali, sotto incarico di Zeus, le caratteristiche.
Visti alcuni punti di contatto fra cristianesimo, ebraismo e cultura greca procedo analizzando alcuni spunti interessanti contenuti nel discorso di Crizia, che si trova a inizio dialogo. La leggenda dell’estinzione di Atlantide è senza dubbio ricca di fascino poiché ci viene presentato il collasso di una misteriosa civiltà, che venne superata solo dagli Ateniesi. Sono stati compiuti diversi studi sul “Problema di Atlantide” inerenti anche alla sua effettiva esistenza.
Interessantissima la riflessione avanzata dal sacerdote egizio secondo cui un oggetto o una persona che scompare senza lasciare traccia di sé ai posteri non verrà ricordato e non sarà quindi mai esistito agli occhi delle stesse generazioni future. Si può aprire una lunga parentesi su questo discorso. Una persona che lascia il proprio ricordo, continua a vivere in coloro che lo ricordano. Questo è l’unico modo attraverso il quale l’uomo può abbattere le barriere della morte, conseguendo una sorta di immortalità. Il discorso perde naturalmente di senso se si ragiona in ottica cristiana. Non ritengo però opportuno addentrarmi in una dissertazione intricata e sottile come quella della logica religiosa. Personalmente, pur essendo un cattolico, ritengo che lo spunto proposto qui dal sacerdote sia affascinante e, certamente, non del tutto sbagliato. Ignoro cosa possa esserci dopo la morte, poiché sono un po’ scettico sulla concezione cristiana in merito, ma ritengo che essere ricordati dalle generazioni, sia segno tangibile di “grandezza” e motivo di orgoglio e piacere. Concordo dunque con questa visione, fatta propria anche dal Foscolo. Fino ad ora ho raramente trovato nella morte qualche paura o un qualcosa di oppressivo. Ho riconosciuto il mio pensiero in proposito in una riflessione della Fallaci in cui la scrittrice afferma di non temere la morte, ma di provare verso essa un senso di fastidio: è un peccato nascere per poi morire. La morte, afferma Epicuro, è un qualcosa di cui non possiamo avere esperienza, ed è inutile averne paura. Resta però il dispiacere di lasciare sulla Terra le persone che sono state importanti per noi. Questo dolore viene acuito dalla paura che il nostro ricordo si affievolisca con il tempo nei loro cuori.
Nel discorso del sacerdote viene inoltre fatto un paragone fra scrittura e oralità, da cui emerge che le culture dotate della scrittura sono superiori anche perché si possono dedicare a occupazioni assai importanti come la stessa filosofia. Altro interessante spunto, alla luce di quanto letto in Armi, acciaio e malattie, è il ragionamento secondo cui il clima favorevole e l’intelligenza umana siano direttamente proporzionali. I fattori climatici sono senza dubbio importanti, ma ciò che ci viene messo davanti agli occhi è una teoria che si basa su una distinzione razziale, che considera irrimediabilmente meno intelligente chi nasce in un luogo dal clima sfavorevole.
Passando alla figura di Socrate, essa appare in un certo senso defilata rispetto ad altri dialoghi, poiché la parola viene ceduta per molto tempo a Timeo. E’ dunque meno facile rintracciare gli espedienti della maieutica e della brachilogia. Sembra che il dialogo si divida in due: nella prima parte il pensiero di Platone è rintracciabile nella figura del proprio maestro, mentre nella seconda parte, nell’esposizione cosmogonica, si trasferisce in Timeo. La visione universale non può che essere geocentrica. La Chiesa riprenderà in seguito questo modello proprio della cultura ellenistica, in cui lo stesso Tolomeo è vissuto. Nell’Antico Testamento si ritrova peraltro una conferma a questa concezione, poiché sta scritto che Dio fermò il sole. L’accettazione cieca e convinta da parte della Chiesa di quanto detto nelle Sacre Scritture costò grandi difficoltà a personaggi come Galileo che avanzarono teorie nuove e rivoluzionarie. Questo esempio dimostra come la Chiesa sia solita chiudersi a riccio di fronte a idee che non si rispecchiano nei propri dogmi. La paura della confutazione, vedi anche la riforma di Lutero e Calvino, ha sempre oppresso la Chiesa, comportandone il suo insuccesso e la sua discesa postmedievale.
La prima parte del discorso di Timeo tratta della creazione dell’universo. Viene sin da subito introdotta la dottrina delle idee, pilastro di ogni affermazione platonica in merito. Così come lo era stato per Parmenide, è prima necessario focalizzare l’attenzione sulla realtà. La conoscenza vera è opposta in questo caso all’opinione. Ogni realtà generata e in divenire non è che immagine di un modello eterno e perfetto. Quando viene affermato che l’universo sensibile è “la più bella delle cose” non significa che sia privo di difetti. La sua bellezza deriva dalla bontà del demiurgo che lo ha creato il più possibile simile al modello.
La riflessione di Timeo sulla verosimiglianza del proprio discorso risulta assai interessante. Il logos non è infatti uno strumento perfetto per descrivere la realtà, ma è soggetto a contraddizioni e paradossi. Si può dunque individuare una critica di fondo alle concezioni sofiste in merito e una lotta al relativismo. Che esistano pilastri indiscutibili è dunque una verità, la prima verità. I sofisti non possono quindi ritrarre la realtà attraverso i loro labili discorsi. L’eristica non è dunque mezzo per conseguire la verità, a differenza del dialogo, assai caro a Socrate. Una critica alla sofistica e alla poesia, che rappresenta la realtà senza porsi domande sulla sua natura, viene poi rivolta dal figlio di Sofronisco durante la discussine sulla città ideale. Egli aggiunge che i suoi veri interlocutori sono coloro che abbiano solide basi politiche e filosofiche.
Per quanto riguarda le caratteristiche della parte razionale dell’universo, Platone ricerca ciò che ne possa rappresentare la perfezione: la matematica e la geometria. Il fascino di queste due scienze sta nella loro perenne e inconfutabile coerenza, che non ammette errori. Non è la prima volta che la matematica occupa una posizione di rilievo in una corrente filosofica: il precursore di tutto è infatti Pitagora, che diede il via a un lungo processo che porterà a considerare il numero come elemento fondamentale. Lo stesso Galileo arriverà ad affermare che il mondo è interpretabile solamente in chiave matematica. Gli stessi quattro elementi si basano sulla matematica e sulla geometria: sono poliedri scomponibili in triangoli rettangoli, e il numero (proporzione) e la forma stanno alla base delle loro interazioni.
Analogo ragionamento si può poi fare per la musica, che aveva una grande importanza in Grecia, se si considera anche il suo largo utilizzo durante le narrazioni epiche e poetiche, accompagnate con strumenti come il liuto e la cetra. Ma la musica non è da vedersi come un qualsiasi motivo di svago, bensì un vero e proprio mezzo di perfezionamento interiore. Impossibile dare torto a Platone. Molti trovano riparo durante una situazione difficile nella loro canzone preferita. Tutto sarebbe più difficile senza la musica. Essa interviene sul nostro animo, facendo emergere nel modo più spontaneo le nostre emozioni, aiutandoci a capire chi siamo. La musica può essere intesa come una vera e propria medicina dell’anima.
Decisamente interessante è la trattazione sull’anima, divisa in tre parti, che spiega in un certo senso le sensazioni dell’uomo. Le teorie sull’anatomia possono far sorridere per la loro dissomiglianza alla reale fisiologia umana. Bisogna però tenere in mente che scienze come la medicina, grazie a Ippocrate, muovevano i loro primi passi nel mondo, per poi subire una decisa accelerata solo all’alba del XX secolo. La maniera per spiegare il corpo umano viene così strutturata su basi razionali, utilizzando come elementi di riferimento le poche conoscenze in campo medico. Logicamente nel dialogo non vengono trattate discussioni dalla forte componente etica, poiché la cosmologia e la fisiologia umana vengono esposte in modo “meccanico”. Ne è prova lo stesso monologo di Timeo, che non viene mai interrotto per lasciare spazio a riflessioni.
Riferimento interessante è la vicinanza delle teorie platoniche con quelle atomistiche di Democrito. Affine è infatti la concezione dei colori e più in generale gli aggregati dei quattro elementi, che appaiono come le lettere dell’alfabeto.
Concludo con un commento sulla riflessione qui presentata da Platone sulla malvagità. Il precetto socratico del “nemo sua sponte peccat”, secondo cui le azioni cattive sono frutto della semplice ignoranza, apre una questione abbastanza delicata. In tutte le riflessioni della filosofia antica riguardanti l’animo umano si analizza sempre il piano razionale, poiché è considerato il principale. Un comportamento sbagliato, alcune malattie, un sentimento di malessere sono frutto di una maldisposizione della parete razionale, che può cedere, ad esempio all’anima appetitiva. Tutti questi discorsi non tengono però in considerazione la parte inconscia e irrazionale dell’uomo, i cui studi sono stati avviati da Freud. Questo livello dell’animo influisce in modo decisivo sulla nostra vita e quindi anche sulle azioni che possono essere considerate malvagie. I pensieri platonici al riguardo sono dunque da osservare con una certa prudenza. La malvagità non può infatti essere limitata, a mio avviso, all’ignoranza o ad una scorretta educazione. L’insegnamento può sicuramente fare molto per l’uomo che è una figura sempre perfettibile, ma non esclude alcuni comportamenti sbagliati.
Il dialogo ha sicuramente destato il mio interesse, poiché rappresenta un pilastro della cultura cosmogonia antica. Ho sempre coltivato un certo interesse per come diverse culture si siano avvicinate alla generazione del mondo e dell’uomo e alla sua anatomia. Ciò ci aiuta a comprendere molto di più su queste stesse culture, senza dimenticare che la nostra è un prodotto del tempo, e quindi è in parte loro figlia. Lo stile adottato, cioè quello del dialogo, permette poi al lettore un maggior coinvolgimento e una percezione della forza della parola libera, così come lo stesso Socrate la intendeva. Grande è la maestria di Platone nel presentare gli argomenti in questa opera che tratta l’indagine fisica e cosmologica, ma che non disdegna anche , di tanto in tanto, di presentare qualche riflessione etica.
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