"Parmenide" di Platone

Materie:Appunti
Categoria:Filosofia
Download:543
Data:19.03.2001
Numero di pagine:10
Formato di file:.doc (Microsoft Word)
Download   Anteprima
parmenide-platone_1.zip (Dimensione: 120.2 Kb)
trucheck.it_parmenide-di-platone.doc     160 Kb
readme.txt     59 Bytes



Testo

LAVORO DI GRUPPO SU “PARMENIDE”
• Cenni biografici su Platone
• Zenone legge la sua opera.
• Socrate chiede che sia riletta la prima ipotesi del primo argomento( è impossibile che i dissimili siano simili; è impossibile che gli enti siano molti; i molti non sono).
• Socrate sostiene che Zenone abbia scritto la stessa cosa di Parmenide.
• Zenone si oppone e spiega che i suoi scritti sono un ausilio al discorso di Parmenide, il quale ha ragione.
• Obiezioni di Socrate che afferma che non è assurdo né contraddittorio accettare la tesi della molteplicità degli enti.
• Obiezioni di Parmenide contro la dottrina socratica, concentrate in particolare sull’ipotesi della partecipazione, che pone in relazione le due sfere del reale, le idee e le cose empiriche.
• Esercizio dialettico, inteso come specifica preparazione filosofica che permetterà a Socrate di difendere con maggior efficacia la sua dottrina.
• Cominciano qui le otto deduzioni che procedono nella rigorosa forma analitica di un vero e proprio trattato logico:
Ipotesi: se l’uno è
1. l’uno, considerato rispetto a se stesso, non è e non è uno;
2. l’uno, considerato rispetto agli altri dall’uno, è tutto e non lo è;
3. gli altri dall’uno, considerati rispetto all’uno, sono tutto e non lo sono;
4. gli altri dall’uno, considerati rispetto a se stessi, non sono e non sono molti
Ipotesi: se l’uno non è:
5. l’uno, considerato rispetto agli altri dall’uno, è tutto ma e non lo è;
6. l’uno, considerato rispetto a se stesso, non è nulla;
7. gli altri dall’uno, considerati rispetto a se stessi, appaiono tutto e non lo appaiono;
8. gli altri dall’uno, considerati rispetto all’uno, non sono nulla né lo appaiono.
• Conclusione dell’esercizio.
• Cronologia del Parmenide
• Personaggi del Parmenide
• Struttura del Parmenide
• Concetti e termini – chiave
• Il significato del Parmenide: la teoria delle idee e il dilemma della partecipazione
Cenni biografici su Platone

Platone fu prima discepolo dell’eraclideo Cratilo e poi di Socrate. La comprensione del suo pensiero non è facile, perché egli non ha affidato alla scrittura i suoi messaggi filosofici nella loro interezza, preferendo il dialogo, che egli riteneva, come già Socrate, il metodo più efficace. Le opere che ci sono giunte sono state per lo più trascritte dai suoi discepoli. Nato ad Atene nel 428/427 a.C., aspirava da sempre alla vita politica la quale gli fu però preclusa quando nel 404/405 a.C. l’aristocrazia prese il potere e due suoi congiunti, Crizia e Carmide, ebbero parti di primo piano nel governo oligarchico, e dalla quale si allontanò ulteriormente nel 399 a.C., quando Socrate fu condannato a morte. Nella sua vita viaggiò molto ed è forse questo il motivo della diffusione della sua filosofia in così vaste aree. Morì nel 347a.C. ad Atene, dove ritornò nel 360 a.C.

L’argomento e la cronologia del “Parmenide”

L’oggetto del “Parmenide” consiste nella serrata discussione che dapprima coinvolge Parmenide, Zenone e Socrate, per trasformarsi in seguito in un vero e proprio monologo di Parmenide di fronte ad un interlocutore pressoché muto; il dialogo può quindi essere diviso in due parti di lunghezza disuguale: la prima procede in discorso indiretto, la seconda, dopo un breve intermezzo passa improvvisamente al discorso diretto. Il confronto prende spunto dalla lettura dell’opera di Zenone, concepita dal suo autore come un semplice aiuto e una difesa della tesi monista di Parmenide contro i suoi numerosi detrattori. Coloro che i quali negano l’unità del tutto e affermano l’esistenza di una molteplicità degli enti, cadono in una grave e immediata contraddizione. Infatti, se “i molti sono”, l’insieme degli enti risulterà essere allo stesso tempo uno e molteplice, quindi bisognerà necessariamente affermare che tale ipotesi debba essere abbandonata a favore della dottrina parmenidea.

Socrate però si oppone alla confutazione zenonina, tentando di dimostrare che se ci fosse “l’unità del tutto”, diventerebbe legittimo sostenere che qualunque cosa empirica partecipi allo stesso tempo dell’idea della somiglianza e dell’idea della dissomiglianza appare contemporaneamente simile e dissimile senza sollevare nessuna contraddizione. La tensione aporetica dell’argomento di Zenone contro la molteplicità viene così facilmente disinnescata e le sue conclusioni respinte. E’ a questo punto che interviene Parmenide, che svolge un inflessibile esame dell’ipotesi formulata da Socrate per porne in rilievo le gravi difficoltà, in un crescendo irresistibile nel corso del quale ciascuna delle obiezioni proposte riprende, sviluppa e approfondisce gli effetti devastanti della precedente.

Diverse possibilità sono passate in rassegna: forse le idee partecipate sono presenti nelle cose empiriche partecipanti nella loro totalità o divise in parti diverse, presenti ciascuna in ognuno delle cose partecipanti, oppure, ogni idea deve essere concepita come un’unità intellegibile collocata al di là della molteplicità sensibile. Nessuna delle ipotesi suggerite risulta davvero soddisfacente e l’analisi si complica ulteriormente nel momento in cui Parmenide rivolge l’attenzione dalle modalità alla natura stessa della partecipazione e alla sua possibilità. Il grande Eleate non intende però scoraggiare il giovane interlocutore ma suggerire invece un esercizio preliminare alla ricerca della verità, che renda Socrate più esperto e lo ponga in condizione di affrontare con maggiore efficacia le opere connesse alla teoria delle idee. Questo esercizio riprende essenzialmente il metodo argomentativo e dialettico di cui Zenone ha dato prova nella sua opera espressa all’inizio, però con alcune significative correzioni: bisogna che l’indagine dialettica sia ampliata dalle cose sensibili alle realtà intellegibili.
“- E qual è il modo, Parmenide, di fare questo allenamento? chiese. – Quello che hai sentito da Zenone, disse. Ad eccezione di questo, di cui mi sono compiaciuto nel sentirtelo dire a lui, cioè che non consentivi che l’indagine vagasse nelle cose visibili e si limitasse ad esse, anzi doveva vertere su quegli oggetti che si possono cogliere soprattutto col ragionamento e possono essere considerati idee. – Infatti, disse, mi pare che per questa via non sia affatto difficile mostrare che gli enti sono simili e dissimili e subiscono qualsiasi altra affezione. – Ed hai ragione, disse. Ma oltre a ciò bisogna anche fare questo: non solo, dopo aver posto che una singola cosa è, esaminare le conseguenze derivanti dall’ipotesi, ma porre anche come ipotesi che questa stessa cosa non sia, se vuoi esercitarti meglio”. 1

Dal momento che l’incontro tra Socrate e Parmenide è accennato nel Teeteto e nel Sofista, siamo incoraggiati a pensare che, come anche dedotto dall’analisi stilistica e stilometrica dei dialoghi, Platone abbia composto il Parmenide poco prima del Teeteto e del Sofista e pertanto presumibilmente qualche anno dopo il 370 a.C..

I personaggi del Parmenide

Il confronto filosofico che avviene all’interno del Parmenide coinvolge Socrate, Parmenide e Zenone. Forniamo qui di seguito alcune informazioni biografiche e sulla filosofia dei tre.

Socrate non lasciò scritti, ma affidò il suo sapere ai discepoli mediante il dialogo nella dimensione della pura oralità. La difficoltà di ricostruire la sua dottrina sta nel fatto che ciascuno dei testimoni coglieva solo alcuni aspetti della dottrina del maestro; Platone, ad esempio, tende ad idealizzare la sua figura. Alla base della sua dottrina stava la consapevolezza del non sapere e la convinzione che tramite il dialogo fosse possibile estrapolare la verità presente nell’animo umano. Sosteneva che esistesse una sola virtù. Ora, nel Parmenide, Socrate è raffigurato come un giovane brillante e acuto, pur se troppo irruento e impetuoso a causa della giovane età (“ Socrate era allora molto giovane…” 2, “-Infatti sei ancora giovane, Socrate, disse Parmenide, e la filosofia non ti ha ancora preso come un giorno, a mio avviso, ti prenderà, quando non disprezzerai nessuna di tali cose; ora invece a causa della tua giovane età hai ancora riguardo per le opinioni degli uomini…” 3), che il maturo ed esperto Parmenide tiene, per così dire, a battesimo. Viene quindi capovolta l’usuale immagine del saggio educatore dei giovani.
Il problema più serio per il lettore è senza dubbio sollevato dai personaggi Parmenide e Zenone. Non bisogna attendersi una ricostruzione e una presentazione storicamente fedeli e filologicamente corrette dell’eleatismo. Secondo il Parmenide, Zenone avrebbe composto la propria prima opera esclusivamente in difesa del maestro. Doveva essere articolata in più parti di cui qui viene citata solo la prima, dedicata alla confutazione dell’esistenza della molteplicità. L’unico obiettivo chiaramente espresso dall’opera sarebbe stato insomma quello della rigorosa deductio ab absurdum delle dottrine elaborate dagli avversari di Parmenide. Muovendo da un assunto ipotetico, di per sé né vero né falso a priori, Zenone ne esamina dialetticamente le conseguenze per ottenere così una valutazione definitiva dell’assunto iniziale. Tuttavia, mentre Zenone limitava la sfera di applicazione del suo metodo e i confini della sua indagine agli aspetti empirici a al mondo sensibile nel suo insieme, Platone per bocca di Parmenide, invita ad estendere la ricerca alla dimensione delle realtà attingibili con il pensiero e il ragionamento.
Per quanto riguarda Parmenide, egli nacque ad Elea nella seconda metà del VI secolo e fondò la scuola eleatica. Con la sua filosofia gettò le basi della metafisica, affermando che l’Essere Assoluto è e che le cose sono in quanto, facendo parte dell’Essere Relativo, partecipano dell’Essere Assoluto. Una plausibile ipotesi di lavoro è che il personaggio di Parmenide non sia solo una sorta di maschera, quella di nobile e antico caposcuola, un pensatore così profondo da assumere un ruolo e un valore simbolico indipendenti dai concreti dati di fatto della sua biografia e dagli elementi oggettivi della sua opera. Ciò spiegherebbe perché la sua tesi dell’unità del tutto sia enunciata in modo molto rapido e schematico.

La struttura del Parmenide
La narrazione è riportata su quattro diversi livelli: il lettore(1) apprende il racconto di Cefalo(2) che presenta il resoconto udito da Antifonte(3), che conosceva, per averli ascoltati spesso da Pitodoro(4) i discorsi tenuti una volta da Parmenide, Socrate e Zenone. L’io narrante è collocato a notevole distanza temporale dalla narrazione.

Il monologo di Parmenide si può sostanzialmente suddividere in otto svolgimenti deduttivi:
Ipotesi in forma affermativa (Se l’uno è):
I serie di deduzioni:
l’uno, considerato rispetto a se stesso, non è e non è uno;
(“… se è uno, non è forse vero che l’uno non potrà essere molti? […]… se dunque non ha alcuna parte, non può avere né principio né fine né mezzo, perché queste sarebbero ormai parti di esso…” 4)
II serie di deduzioni:
l’uno, considerato rispetto agli altri dall’uno, è tutto e non lo è;
(“ Dunque anche l’essere dell’uno sarà, ma senza essere identico all’uno, perché altrimenti esso non sarebbe l’essere dell’uno, né quello, cioè l’uno, parteciperebbe di esso, anzi sarebbe analogo dire “l’uno è” e “l’uno uno”…” 5)
III serie di deduzioni:
gli altri dall’uno, considerati rispetto all’uno, sono tutto e non lo sono;
(“ Ma l’intero è necessariamente un’unità consistente di una molteplicità e di esso saranno parti le parti. Infatti ciascuna delle parti deve essere parte non di una molteplicità, ma di un intero.” 6)
IV serie di deduzioni:
gli altri dall’uno, considerati rispetto a se stesso, non sono e non sono molti;
(“… diciamo allora da capo: se l’uno è, da quali proprietà devono essere affetti gli altri dell’uno? […]… L’uno non è forse separato dagli altri e gli altri non sono forse separati dall’uno? […]… e neppure sono simili e dissimili rispetto all’uno gli altri stessi, né c’è in essi somiglianza e dissimiglianza.” 7)
Ipotesi in forma negativa (Se l’uno non è):
V serie di deduzioni:
l’uno, considerato rispetto agli altri dall’uno, è tutto e non lo è;
(“… certamente l’uno che non è partecipa anche del “di quello” e del “di questo”. […]… certamente non è neppure uguale agli altri, perché se fosse uguale, già sarebbe e sarebbe simile ad essi per quanto riguarda l’uguaglianza…” 8)
VI serie di deduzioni:
l’uno, considerato rispetto a se stesso, non è nulla;
(“… l’uno che non è si altera e non si altera…” 9)
VII serie di deduzioni:
gli altri dall’uno, considerati rispetto a se stessi, appaiono tutto e non lo appaiono;
(“… è insieme per insieme che essi sono reciprocamente altri, perché uno per uno non potrebberlo esserlo, dal momento che non c’è uno. Ma ciascun gruppo di essi, a quanto sembra, è illimitatamente molteplice…”10)
VIII serie di deduzioni:
gli altri dall’uno, considerati rispetto all’uno, non sono nulla né lo appaiono.
(“Infatti tra i molti, se fossero, sarebbe incluso anche l’uno, perché se nessuno di essi è uno, tutti insieme non sono nulla, sicché non saranno neppure molti. […] Ma non essendo l’uno incluso negli altri, gli altri non sono né molti né uno” 11)
Concetti e termini-chiave
Il Parmenide è probabilmente uno dei pochi dialoghi da cui si traggano indicazioni piuttosto precise sul significato di alcuni termini e concetti essenziali nella formulazione della prospettiva ontologica di Platone e della teoria delle idee. I termini e i concetti presi in considerazione qui di seguito ricadono in tre diverse aree del linguaggio filosofico di Platone: il linguaggio impiegato nella definizione delle realtà ideali e della loro natura; il linguaggio impiegato nella descrizione delle reazioni di partecipazione e separazione fra le cose empiriche e le idee; il linguaggio impiegato nella descrizione dell’opposizione fra l’unità e la molteplicità.
Il termine idea indica in primo luogo l’aspetto, la forma o la figura di qualcosa ma nel linguaggio filosofico di Platone si riferisce alle idee nei dialoghi giovanili, maturi e tardi, senza sostanziali differenze.
Il termine eidos significa anch’esso propriamente specie, forma o aspetto ed è impiegato da Platone in riferimento alle idee per lo più nei dialoghi maturi e tardi, ma non è assente in quelli giovanili e intermedi.
Le idee platoniche sono enti realmente e massimamente esistenti che costituiscono il contenuto della vera conoscenza: ogni idea è detta perciò “essenza realmente essente”. Inoltre, dal momento che rappresenta l’oggetto del pensiero soltanto, e non dei sensi, bisogna che sia invisibile, priva di qualunque forma materiale e corporea.

Il significato del Parmenide: la teoria delle idee e il dilemma della partecipazione

L’esame condotto nel Parmenide non si conclude con un definitivo rigetto dell’ipotesi socratica dei generi ideali, ma, al contrario, con la recisa e inequivocabile affermazione della sua assoluta necessità.
Solo nella sfera delle idee si delinea quel sistema di riferimento assoluto da cui discendono i criteri e le norme universali che il pensiero deve assumere per stabilire i fondamenti della vera conoscenza. Ecco perché le idee non possono che essere universali, eterne, immobili, perfettamente compiute in se stesse.
Nella forma aporetica e dilemmatica del suo svolgimento, il Parmenide svela il significato più intimo ed autentico del platonismo: la postulazione delle idee, che risponde all’esigenza di universalità e oggettività suscitata dalla ricerca intellettuale della vera scienza e dalla necessità pratica del giudizio etico-morale e dell’azione politica, solleva immediatamente la spinosa ed intricata questione della partecipazione fra il mondo apparente degli enti empirici e dei fenomeni sensibili e la sfera delle realtà supreme, con le infinite contraddizioni cui la methexis dà luogo. Tuttavia, qualunque obiezione pure efficacissima possa esserle rivolta, la teoria delle idee rimane agli occhi di Platone l’unica ipotesi filosofica capace di salvare il pensiero. La filosofia si trova perciò imprigionata in questo acuto paradosso, che induce Platone a porre ad un tratto, per bocca di Parmenide, l’interrogativo drammatico e decisivo: ”Che farai allora a proposito delle filosofia? Dove ti volgerai, se queste cose restano ignorate?”.
Note
1. citazione 135d8-136a2
2. citazione 127c4
3. citazione 130e1
4. citazione 137c4- 142a8 (partim)
5. citazione 142b1-157b5 ( partim)
6. citazione 157b6-159b1 (partim)
7. citazione 159b2- 160b1 (partim)
8. citazione 160b5- 163b6 (partim)
9. citazione 163b7-164b4 (partim)
10. citazione 164b5- 165e1 (partim)
11. citazione 165e2-166c2 (partim)
BIBLIOGRAFIA
Platone, Parmenide, editori Laterza, Torino 1981
Giovanni Reale, Dario Antiseri, Storia della filosofia vol. I, Brescia 1997
1

Esempio