L'universo, gli dèi, gli uomini, di Vernant

Materie:Riassunto
Categoria:Epica

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Testo

EPICA (riassunti di tutto il libro)
Jean-Pierre Vernant
L’UNIVERSO, GLI DEI, GLI UOMINI
IL RACCONTO DEL MITO
1. L’origine dell’universo
Inizialmente c’era Voragine (Chaòs), un vuoto oscuro dove niente può essere distinto, abisso cieco , notturno, sconfinato. Poi dal seno stesso di Chaòs apparve la Terra (Gaia): non più uno spazio di caduta indefinito, ma possiede una forma distinta, separata, precisa. Gaia è il pavimento del mondo.
Nel profondo della Terra: Voragine
Da un lato Gaia si spinge verso l’alto in forma di montagna, dall’altro sprofonda in basso come una galleria sotterranea. E’ la madre universale, partorisce e nutre ogni cosa: foreste, montagne, grotte sotterranee, vasto cielo, mare traggono origine sempre da Gaia.
Per terzo appare Eros che esprime un’energia nell’universo ed è’ l’amore primordiale.
Dalla Terra verrà fuori ciò che essa contiene nelle sue profondità: Terra lo partorisce senza aver bisogno di unirsi a nessuno. Partorisce dapprima Urano (Ouranòs),il Cielo, poi mette al mondo Pòntos,, l’acqua o più precisamente il Flutto marino. Urano si stende su di lei. Quindi Gaia e Urano costituiscono due piani sovrapposti dell’universo,un pavimento e una volta, uno sotto e uno sopra, che si coprono vicenda, completamente. Quando Gaia partorisce Ponto questo si insinua al suo interno e la delimita sotto forma di vaste distese liquide. In superficie Ponto è luminoso, ma in profondità è buio completo.
Il mondo si forma così a partire da tre entità primordiali: Chàos, Gàia, Eros, ne seguono poi altre partorite dalla Terra: Ouranòs e Pòntos.
La castrazione di Uranio
Urano (Uranòs) ricopre completamente Gaia, la Terra, che lo ha generato ed è incollato perfettamente su di lei. Eros gioca un ruolo importante: dalla congiunzione di Uranio e Gaia nascono esseri diversi dall’ uno e dall’altra e ciò continuamente perché Uranio non conosce che l’attività sessuale e non si stacca mai da Gaia, cosicché i nati non possono uscire: non c’è spazio. I figli dei due sono all’inizio i sei Titani e loro sei sorelle, le Titanidi. Il primo di questi è Oceano (Okeanòs), il fiume cosmico che gira su se stesso in un circuito chiuso. Il più giovane è Crono (Crònos). Oltre a questi dodici nascono due triadi di creature mostruose: i Ciclopi, potenti con un solo occhio e i cento braccia (Ecatonchiri), giganteschi e fortissimi.
Gaia è oppressa da Urano e chiede aiuto ai figli; allora insieme ad uno dei Titani (gli altri hanno paura) prepara un piano per recidere i genitali di Urano per staccarselo da dosso. E’ Crono il più audace e realizza il piano. Nel momento in cui Urano viene castrato lancia un urlo, si stacca da Gaia e si ferma in alto per non tornare mai più su Gaia.
La terra , lo spazio, il cielo
Il cielo ora è un soffitto, c’è spazio tra Gaia e Urano; i Titani vengono fuori da Gaia e possono procreare. Lo spazio è libero e Uranio è una specie di volta buia.
Intanto Voragine genera due figli: Erebo e Notte. Erebo è il nero assoluto e non genera niente. Notte invece, da sola come Gaia genera Etere ed Emera. Etere è la luminosità allo stato puro, non vi giunge mai l’oscurità ed appartiene agli Dei olimpici. Notte e Giorno invece stanno di fronte e si succedono regolarmente da quando si è aperto lo spazio tra Uranio e Gaia, incontrandosi alla porta del Tartaro (regno dell’oscurità). Quindi la nuova disposizione dell’universo è: in alto gli dei celesti dell’Etere splendente, in basso gli dei sotterranei (Tartaro), infine i mortali in un mondo in cui si alternano giorno e notte.
Dopo che Urano si stacca da Gaia Urano
cessa di unirsi a questa salvo nel momento delle grandi piogge. Al momento di allontanarsi da Gaia aveva lanciato una terribile maledizione contro i figli dicendo che si sarebbero chiamati Titani (dal latino titàino = io tendo) perché avevano teso le braccia troppo in alto e presto avrebbero pagato la colpa per aver osato alzare la mano contro il padre. Nel frattempo, al momento della castrazione, le gocce del suo sangue che caddero impregnando Gaia, avevano generato le Erinni, forze primordiali che avranno per sempre la funzione di custodire il ricordo dei crimini compiuti in famiglia e di perseguitare il colpevole (divinità della vendetta). Dallo stesso sangue fuoriuscito dalla ferita di Urano nascono anche i Giganti e le Meliadi (Melìai), le Ninfe di grandi alberi: i frassini. Sia gli uni che gli altri sono divinità guerriere dedite al massacro.
Discordia e amore
Il membro virile di Urano che Crono ha gettato nel Ponto galleggia sulle onde fondendo lo sperma alla schiuma, da cui prende forma una straordinaria creatura: Afrodite, che approda a Cipro. Mentre cammina sulla sabbia, man mano che avanza, sotto i suoi piedi spuntano a ogni passo i fiori più belli e i più profumati. Nella sua scia avanzano Eros e Hìmeros – Amore e Desiderio. Amore però non è l’Eros primordiale (della Voragine), è un Eros che esige la presenza maschile e femminile. Talvolta è chiamato figlio di Afrodite. Il suo compito è quello di unire due esseri ben individualizzati di sesso diverso, con un bel complesso gioco erotico: seduzione, gelosia, accordo etc. . Gli esseri vengono uniti da Eros affinché ne nasca un terzo, diverso dall’uno e dall’altro e che rappresenterà il loro prolungamento. Quindi è una creazione diversa da quella dell’inizio (Urano e Gaia); infatti la prima era forzata, priva di un gioco amoroso ; la seconda invece nasce da un gioco amoroso. Si può dire anche che Crono, mutilando il padre, ha creato due potenze che per i greci sono complementari: l’una è Eris, la Discordia, l’altra è Eros, l’Amore: Eris divide e Eros unisce. Tutti i personaggi divini fino ad ora nominati schierati da un lato con Eris, dall’altro con Eros, sono sul punto di affrontarsi e combattersi per designare un signore.
APPROFONDIMENTO
Amore e discordia
Anche i pensatori filosofi greci capirono l’importanza delle forze che dividono e uniscono e spiegarono le vicende del mondo proprio con questa incessata lotta. L’amore era visto come una forza ambigua, perché, proprio come la guerra, poteva agire tanto da forza costruttiva quanto da forza distruttiva.
2. Guerra degli dei, sovranità di Zeus.
Il mondo è così concepito: in basso c’è il mondo sotterraneo, in superficie c’è la grande terra, i flutti marini, il fiume Oceano che circonda il tutto e al di sopra di tutto, un cielo fisso. Così come la Terra rappresenta una sede stabile per uomini e animali, lassù in alto il cielo è una dimora sicura per le divinità. I primi dei propriamente detti, i Titani figli del Cielo (Urano) vanno ad abitare in alto, sulle montagne della terra, pur avendo a disposizione il cielo e lì dimoreranno anche divinità minori come le Naiadi, le Ninfe dei boschi e dei monti. Ognuno prende posto dove può agire.
L’ultimogenito dei Titani (detti anche Uranidi, Figli di Urano) comanda tutti i suoi fratelli: è Crono, il più crudele, quello che ha mutilato il padre, sbloccando così l’universo creando lo spazio. Il suo gesto, anche se è positivo perché ha dato origine a un mondo differenziato, è anche una colpa di cui deve essere pagato il prezzo. E’ stata lanciata dal Cielo una maledizione su di lui e verrà il giorno in cui pagherà il debito alle Erinni, dee della vendetta.
Accanto ai Titani, sottoposti a Crono, esistono altre due triadi di esseri divini (nati da Urano e Gaia), i Ciclopi e i Centibraccia (Ecatonchiri). Crono, che vuole essere solo a comandare, incatena gli uni e gli altri e li imprigiona nel Tartaro, mentre permette che i Titani si uniscano tra loro e procreino. Anche Crono si sposa con la sorella Rea, una forza primordiale molto simile a Gaia, la Terra.
Nel pancione paterno
Crono e Rea avranno dei figli e questi, a loro volta altri figli; così si forma una nuova generazione: la seconda. Crono, sospettoso e geloso, temendo di essere superato da uno dei suoi figli come gli aveva messo in testa Gaia, man mano che questi nascono li divora e li ricaccia nel proprio ventre. Rea però dopo un po’ si ribella e vuole giocare d’astuzia. Quando sta per nascere l’ultimo dei figli, Zeus, fugge a Creta e lì partorisce in segreto. Con la protezione di alcune divinità, le Naiadi, Rea tiene nascosto Zeus in una grotta e quando Crono volle vederlo, lo inganna mostrandogli un fardello avvolto in fasce: questo è una pietra. Crono ingoia anche questa e così tutti i bambini si ritrovano nel ventre di Crono con una pietra sopra.
Quando Zeus cresce, decide di far pagare al padre Crono le sue colpe, cioè la mutilazione di Urano e la sparizione dei figli suoi fratelli. Volle giocare d’astuzia, un’astuzia particolare che i greci chiamarono Meti (Metis), la Prudenza, quella forma di intelligenza capace di escogitare in anticipo gli espedienti necessari per ingannare qualcuno.
Zeus, d’accordo con Rea, fa prendere a Crono una medicina, presentata come pozione magica, che lo farà vomitare. Crono comincia a “rimettere” inizialmente la pietra e poi ad uno ad uno figli e figli, fino a quello nato per primo che naturalmente esce per ultimo.
Un nutrimento di immortalità
Così è costituita una fitta schiera di dei e dee,gli eserciti sono pronti. Da una parte, con Crono, si raccolgono i Titani, dall’altra, con Zeus, si raccolgono le divinità chiamate i Cronidi o gli Olimpici. Lo scontro dura tantissimi anni e coinvolge anche le altre generazioni di dèi. Non basta la sola forza per far vincere una delle due parti, ci vuole scaltrezza e astuzia, che viene regalata a Zeus da Prometeo (seconda generazione). Con questa Zeus capisce che ha bisogno di esseri particolari, proprio quelli che erano stati relegati negli Inferi: i Ciclopi e gli Ecatonchiri; questi vengono liberati e viene loro promessa l’immortalità, assaggiando il nettare d’ambrosia, se daranno manforte a Zeus. Si nutriranno di immortalità, come tutti gli dei olimpici, mangiando e bevendo senza faticare, come invece tocca agli umani.
Così con la forza e con l’astuzia il conflitto si concluse con la vittoria di Zeus a cui i Ciclopi hanno fornito la potente arma del fulmine e gli Ecatonchiri la forza delle braccia e delle mani. Al culmine dell’ultima battaglia il mondo regredisce ad uno stato caotico: crollano le montagne, si spalancano voragini, dal profondo del Tartaro si vede all’improvviso salire in superficie una nebbia, il Cielo si precipita sulla Terra e si ritorna al Caos, cioè allo stato primitivo del disordine originale, quando nulla aveva ancora forma. Sarà Zeus con la sua vittoria a creare un nuovo mondo, a ridurre all’impotenza i Titani, ricacciati nel Tartaro e Poseidone, dio del mare, elegge gli Ecatonchiri come guardiani fedeli di Zeus.
La sovranità di Zeus
Per il momento il vincitore è Zeus che si crea degli alleati: Stige, divinità-fiume che scorre nelle profondità del Tartaro abbandona i Titani e trascina con sé anche i suoi due figli; uno è Crato (Kràtos) che rappresenta il potere di dominio, l’altro è Bia (Bìe) che incarna la violenza, la forza bruta che si contrappone all’astuzia.; questi diventano la scorta di Zeus.
Una volta riconosciuto sovrano Zeus spartisce onori e privilegi stabilendo un mondo di dèi gerarchizzato, organizzato e ordinato. Ad Oceano, il fiume che circonda il mondo, che non si è schierato né a favore dei Titani né a favore degli Olimpici, Zeus concede di continuare a vegliare sulle frontiere del mondo con il suo abbraccio liquido. Così a Ecate, divinità femminile che non ha, neppure lei, preso parte alla contesa, concede di poter dispensare a suo piacere la buona o la cattiva sorte, con un margine di imprevisto. Si potrebbe pensare che ora tutto sia chiaro e tranquillo, ma non è così.
Zeus è il re degli dèi che ha rimpiazzato Crono e ne rappresenta l’esatto contrario: Crono era la negazione della giustizia, mentre Zeus basa il suo governo su una specie di giustizia (corregge ciò che vi era di unilaterale) e regna in modo più misurato e più equilibrato. Però il tempo passa, Zeus ha molti figli che naturalmente crescono in fretta e diventano forti e potenti. Ha pura perché come Crono aveva detronizzato il padre Urano, e poi Zeus il padre Crono, lui non può fermare il destino; anche lui dovrà essere cacciato via.
Le astuzie del potere
Però Zeus non vuole essere detronizzato da nessuno. La prima sposa di Zeus è Meti, che rappresenta l’intelligenza, l’astuzia e la prudenza che hanno permesso a Zeus di conquistare il potere. Quando Meti, che aveva il potere di trasformarsi in qualsiasi cosa, rimane incinta di Atena, Zeus le ordina di trasformarsi in goccia d’acqua e così ingoia lei e la figlia. Quest’ultima, quando sarà il momento, invece di uscire dal grembo della madre verrà fuori dalla testa del padre, quasi fosse il ventre di Meti. In questa situazione Prometeo ed Efesto aiutano Zeus sferrando un colpo fortissimo sul cranio del Dio. Esce Atena, una giovane vergine completamente armata con elmo, corazza, lancia e scudo, piena di astuzia; dentro Zeus rimane Meti, facendolo diventare Metiòeis, il dio fatto di Meti, la prudenza in persona. Tutto è sotto il suo controllo.
Madre universale e Caos
La guerra degli dèi si è conclusa: i Titani sono vinti e gli Olimpici sono i vincitori. Però niente è risolto: nel momento in cui sembra che il mondo viva in pace e in ordine,Gaia genera un altro figlio, unendosi a Tartaro. Questo figlio, chiamato talvolta Tifeo, altre volte Tifone, è un essere mostruoso, tenebroso, si sposta di continuo, tiene sempre in movimento mani e piedi, possiede cento teste di serpente ciascuna con una lingua nera che esce dalla bocca e cento paia di occhi da cui saetta come un dardo un fiamma ardente. Il suo essere rappresenta una mescolanza confusa di ogni cosa, l’unione in un solo individuo degli aspetti più contrari e dei tratti più incompatibili. Se una tale mostruosità, così caotica per aspetto, modo di parlare, sguardo, movimento e forza, trionfasse, l’ordine fondato da Zeus verrebbe sicuramente annullato. La nascita di Tifone rappresenta un pericolo per il potere di Zeus. La sua vittoria infatti potrebbe significare il ritorno del mondo allo stato primordiale e caotico.
Tifone ovvero la crisi del potere moderno
La battaglia tra Tifone e Zeus è spaventosa, è la lotta del mostro dai cento occhi contro l’occhio intelligente e fulminante di Zeus. Ci sono molte versioni del mito. Si dice che mentre Zeus dormiva, Tifone si avvicinò e cercò di rapirgli il fulmine, ma proprio in quel momento Zeus apre l’occhio, il suo occhio fulminante e folgora all’istante Tifone.
Un'altra versione dice che Zeus, rimasto solo perché gli Olimpici vedendo arrivare Tifone (immenso, alto come il mondo e grande come l’universo) lo avevano abbandonato, tuona e colpisce per primo Tifone che è costretto ad arretrare. Cerca poi di sconfiggerlo definitivamente ma questa volta è Tifone ad avere la meglio perché riesce ad accerchiare Zeus e a immobilizzarlo. Tagli i tendini al Dio e lo rinchiude in una caverna. Ancora una volta sono l’astuzia e l’intelligenza a far vincere gli Olimpici: Hermes (dio messaggero figlio di Zeus) e un altro riescono a recuperare i tendini all’insaputa di Tifone. Li riportano a Zeus che mentre Tifone dorme se li rimette ed esce dalla caverna, riprendendosi anche la saetta.
C’è anche un’altra storia in cui Tifone non è più visto come una bestia colossale ma come una balena. Viveva in una grotta marina dove era impossibile combattere con lui perché la aetta di Zeus non raggiungeva il fondo marino. Allora Hermes prepara un banchetto a base di pesce; Tifone esce dalla sua grotta e si riempie a tal punto la pancia che, tanto è ingrassato, non è più in grado di tornare nel suo nascondiglio. Allora Zeus riesce a sconfiggerlo.
Nonostante abbia vinto Tifone Zeus non detiene ancora il potere, perché un nuovo pericolo è rappresentato dalla guerra contro i Giganti.

Vittoria sui Giganti
I Giganti sono giovani guerrieri, divinità potenti e forti simili ai Centobraccia che si domandano il perché debbano sottostare a Zeus, se sono così forti. Questo è il motivo principale che scatena la guerra dei Giganti. Rappresentano la forza militare in contrapposizione alla potenza sovrana. Nascono da Gaia completamente armati e subito dopo si battono gli uni contro gli altri. Poi si alleano per entrare in guerra contro le divinità Olimpiche come Atena, Apollo etc. Gaia spiega a Zeus che gli dèi non riusciranno mai a battere gli avversari e infatti è cosi: anche se gli dèi infliggono ingenti danni ai Giganti non riescono mai ad annientarli del tutto e questi tornano sempre all’attacco.
I frutti effimeri
Per averla vinta sui Giganti gli dèi hanno bisogno dell’aiuto di una creatura non divina poiché i Giganti si trovano a metà strada fra mortalità e immortalità, il loro statuto è tanto indeciso come può esserlo quello di un ragazzo nel fiore della giovinezza: non è ancora un uomo fatto ma non è neppure un bambino. Questa creatura non divina è Eracle. Non si tratta di un dio vero e proprio, non è ancora salito sull’Olimpo, è semplicemente nato dall’unione di Zeus con una mortale: Alcmena. Di conseguenza è anche lui un mortale. Eracle si scaglia subito contro i Giganti; ma Gaia, la madre terra, non vuole che le creature nate da lei vengano annientate, e così va alla ricerca di una pianta capace di renderli immortali. Ma Zeus la precede, coglie tutte le piante sino all’ultima, cosicché per i Giganti non resta altro che morte certa.
Un mito simile esiste anche per Tifone: si dice che le Moire, divinità femminili che presiedono alla distribuzione del destino, abbiano offerto a Tifone una droga facendogli credere che avrebbe avuto l’immortalità e la vittoria su Zeus. Invece Tifone non ha preso altro che ciò che le dee chiamano “frutto effimero”, una pianta destinata ai mortali. Si tratta del nutrimento degli umani, di coloro che vivono di giorno in giorno e le cui forze diminuiscono con il tempo; si può dire che è il contrario del “nettare di ambrosia”.
Si capisce quindi che chi ambisce al suo trono Zeus dà frutti effimeri; ai Ciclopi e ai Centobraccia invece ha concesso nettare di ambrosia perché gli servivano per vincere e tenere il potere.
Il tribunale sull’Olimpo
Il regno di Zeus è saldamente insediato ma tra le divinità sorgono ogni tanto dispute, bisticci e vendette. Zeus vorrebbe che il suo regno fosse pacifico, ma siccome così non è, ha preso le sue precauzioni: se c’è una disputa tra dèi, tutti sono invitati ad una grande festa. Naturalmente viene convocato anche Stige, che accorre con una grande brocca d‘oro che contiene l’acqua del fiume. Le due divinità in disaccordo fanno una libagione, bevono un po’ dell’acqua e affermano una dopo l’altra di non essere responsabili della disputa e che la loro causa è giusta. Naturalmente una delle due non dice la verità: colui che mente, non fa in tempo a sorseggiare l’acqua che già cade in coma in uno stato di letargo (è momentaneamente messo fuori gioco). Al suo risveglio, dopo molto tempo, la divinità non ha il diritto di partecipare ai banchetti né di bere il nettare di ambrosia: è un escluso
Un male senza rimedio
Tifone, incatenato, imprigionato nelle viscere della terra, fa sentire i suoi sussulti ed emette lava. La vittoria di Zeus non può rimediare a quei mali per i quali non c’è nessun appello (sono eruzioni, terremoti, burrasche contro cui la volontà di Zeus nulla può).
Età dell’oro: uomini e dei
Zeus siede sul trono e da lassù domina l’intero universo. Tutto ciò che esisteva di malvagio nel cielo è stato cacciato via o imprigionandolo nel Tartaro o spedendolo nella terra dai mortali. La loro storia (dei mortali) non ha inizio con l’origine del mondo, ma nel momento in cui Zeus è già re, quando il mondo divino è organizzato e in ordine.
Gli dèi non vivono unicamente nell’Olimpo; ci sono luoghi, come la pianura del Mecone vicino a Corinto, in cui uomini e dèi vivono insieme, mescolati. Banchettano in compagni, siedono alla stessa tavola, partecipano a feste comuni. E’ l’età d’oro, quando uomini e dei non erano ancora separati. In quell’epoca gli uomini non conoscevano né nascita né morte, ma solo l’eterna giovinezza. Dopo centinaia, forse migliaia di anni, sempre uguali come quando erano nel fiore dell’età, si addormentavano, sparivano così come erano apparsi. Non c’erano più ma non si poteva parlare di morte.
Gli esseri umani sono solo maschili. Esiste il femminile, le dee, ma le donne non sono ancora state create; non esistono le donne mortali. Gli esseri umani, così come non conoscono le malattie, la morte e il bisogno di lavorare (infatti la terra produceva tutto da sola), non conoscono l’unione con le donne
Il distacco tra uomini e dèi avrà luogo dopo che gli dèi hanno concluso al loro interno la grande spartizione (le sorti e gli oneri)
APPROFONDIMENTO
La sovranità tra mito e politica

3. Il mondo degli umani
I riti religiosi sono un aspetto fondamentale di ogni religione e del popolo che la pratica. Ogni religione ha i suoi riti, le sue cerimonie, il suo modo di pensare l’Aldilà, ecc..
Uno dei riti più significativi è il sacrificio, presente in quasi tutte le religioni e anche nei miti (leggende); esso è un atto rituale che fonda il rapporto tra uomini e dei.
Prometeo l’astuto
Ad un certo punto Zeus doveva distribuire sorti ed oneri tra gli dei e gli uomini. Come fare, giacché sono così diversi, gli uni immortali e gli altri mortali? Per realizzare questa distribuzione Zeus si rivolge a Prometeo (suo cugino, figlio del fratello di Crono) che non ha combattuto contro di lui a fianco dei Titani, è rimasto neutrale; è molto affine ai Titani ed è scaltro e astuto, perciò Zeus ne fa un suo alleato; i due si somigliano per astuzia e scaltrezza.
Una partita a scacchi
Ecco cosa racconta il mito: gli uomini e gli dèi sono riuniti come loro solito. Zeus incarica Prometeo di affrontare la spartizione. Prometeo prende un enorme bovino, lo abbatte e lo taglia in due parti: dentro la pelle dell’animale mette le parti da mangiare, introdotte dentro lo stomaco e ne fa un sacchetto; avvolta in uno strato di bianco grasso appetibile mette tutte le ossa private della carne e presenta i due involti a Zeus. Questo capisce che ci può essere un inganno. In realtà Prometeo vuole offrire agli dei la parte non mangiabile (ossa avvolte in grasso appetitoso) e agli uomini la parte mangiabile (carni da arrostire e da lessare). Apparentemente Prometeo ha destinato agli uomini la parte migliore, in realtà non è così: gli immortali non hanno bisogno di mangiare (vivono di nettare e ambrosia) e tanto meno di faticare per mangiare; agli dèi bastano le ossa bianche che non si decompongono mai. Ciò che in un animale non è commestibile, è anche ciò che non è mortale, di conseguenza si avvicina di più al divino. Insomma, gli uomini non sono autosufficienti, gli dei sì. Però a Zeus rimane sempre il dubbio che Prometeo volesse ingannarlo; i due bisticciano e Zeus vuole punirlo.

Un fuoco mortale
Da quel giorno Zeus nasconde agli uomini il fuoco e il grano, che prima erano a loro disposizione. Per gli uomini restare senza fuoco è una vera sventura. Prometeo allora si impossessa di un “seme” del fuoco di Zeus, lo nasconde in un ramo di ferula che è secco dentro (e brucia) e rimane verde all’esterno; poi lo riporta agli uomini. Zeus vede il fumo e si infuria, lui che, insieme al fuoco aveva nascosto anche cioi = la vita = il nutrimento della vita (grano, orzo, cereali). Per ogni cosa gli uomini devono faticare e seminare, raccogliere, conservare i semi per la nuova stagione. E bisogna faticare anche per alimentare sempre il fuoco.
SIGNIFICATO: Il fuoco di Prometeo, rubato con “astuzia” è un fuoco tecnico, un processo intellettuale che differenzia gli uomini dalle bestie e li trasforma in creature civilizzate. Il fuoco è anche da combattere perché può diventare devastante con gli incendi.
Pandora ovvero l’invenzione della donna
Gli uomini sono stati puniti per il furto di Prometeo; devono alimentare il fuoco e seminare, ma Zeus non è ancora soddisfatto: convoca un po’ di dèi e dee e ordina a Efesto (dio del fuoco figlio di Zeus e Era) di creare un manichino di creta a forma di donna, giovane, in età da marito; dà l’incarico a Hermes di animarla e ad Atena e Afrodite di vestirla bene ed ornarla. Diventa bellissima, con un diadema decorato con la raffigurazione di tutte le bestie del mondo. E’ lei l’archetipo della donna, la prima. Il femminile esisteva già poiché esistevano le dee, ma non esisteva la donna: è lei la prima, fatta di creta, in cui gli dei immettono la forza di un uomo e la voce umana. Hermes le mette in bocca parole menzognere, le dà uno spirito di cagna e un temperamento di ladro. Da questo “manichino” ha avuto origine l’intera razza di donne con un aspetto esteriore ingannevole. Da lei sprigiona fascino che incanta gli uomini, che cadono sue vittime. Ecco dunque la donna, l’uomo, il suo doppio, luminosa come Afrodite, ma tutta menzogna e cattiveria. Questa è Pandora, la prima donna.
Prometeo capisce che Pandora è un altro dispetto di Zeus e raccomanda a suo fratello Epimeteo di non accettare nessun regalo dagli dèi. Ma l’indomani Pandora bussa alla porta di Epimeteo, lui apre e dopo poco sono già sposati. Così Pandora è insediata quale sposa presso gli umani. A lei sono stati attribuiti come lati negativi un appetito insaziabile e grande seduzione; inoltre i due hanno un appetito sessuale divorante.
Nasce perciò il dilemma per l’uomo: sposarsi o non sposarsi? Per essere tranquillo non dovrebbe farlo, ma deve farlo per avere discendenza. Così il matrimonio, come il fuoco, è un marchio distintivo del genere umano, che lo differenzia dalle bestie.
Lo scorrere del tempo
Anche nella casa di Epimeteo, come in tutte le cose dei contadini greci, ci sono molte giare. La più grande è nascosta e non si deve toccare. Un giorno Zeus suggerisce malignamente a Pandora di aprirla, lei lo fa e dalla giara escono e si diffondono una grande quantità di malanni per l’umanità. Solo una cosa non esce: rrrrr = la speranza. I mali si diffondono, invisibili, indistinti per colpa di Pandora e sono: le fatiche, le malattie, la morte, gli incidenti; essi non hanno fama, non fanno rumore e così gli uomini non possono né vederli né prevederli.
Uno dei tratti tipici dell’esistenza umana è proprio la dissociazione esistente tra l’apparenza di ciò che si lascia vedere e udire e la realtà.
Così la condizione umana viene macchiata in risposta alle astuzie di Prometeo. Zeus però per il furto del fuoco non punisce solo gli umani, ma anche il ladro. Prometeo è imprigionato su una montagna, incatenato saldamente a una colonna. Tutti i giorni l’aquila di Zeus divora il suo fegato e la sua carne senza lasciarne nessuna briciola, poi durante la notte tutto ricresce. Sarà così sino a quando Eracle (figlio di Zeus e la mortale Alcmena), con il consenso di Zeus, lo libererà. Poi Prometeo riceverà anche l’immortalità dal centauro Chirone. I due fanno uno scambio: Prometeo dona la sua mortalità a Chirone che soffre moltissimo e che prima, anche volendo, non poteva morire, e in cambio riceve l’immortalità dallo stesso.
Imprigionato fra cielo e terra Prometeo rappresenta la cerniera fra l’età, ormai così lontana in cui uomini e dèi vivevano mescolati e regnava la non-morte, l’immortalità, e l’epoca dei mortali, ora separati dagli dèi e sottoposti alla morte e al tempo che passa.
APPROFONDIMETO
Pandora e la condizione della donna.
Il mito di Pandora offre un interessante esempio della MISOGINIA (= odio verso la donna) presente nella cultura greca. E’ vero che ci sono figure di donna esaltate come eroiche (ad esempio Antigone) o prese in giro come in “ Donne in assemblea” (commedia di Aristofane), ma sono eccezioni che sottolineano la regola.
Nella realtà Ateniese la condizione della donna era difficile. Esistevano varie categorie di donne:
- mogli destinate a essere madri di figli legittimi;
- concubine, donne con cui i intrattenevano rapporti sessuali relativamente stabili;
- etere, compagne per le attività sociali;
Probabilmente la meno libera di tutte era la donna aristocratica, costretta in ruoli molto rigidi. Dopo il matrimonio, che avveniva intorno ai 12 o 14 anni, passava la sua esistenza nella casa del marito, senza poter partecipare alla vita sociale e senza neanche allevare i figli, perché destinati alle cure delle schiave. Gli unici diversivi erano costituiti da alcune festività religiose o da cerimonie familiari. Anche le concubine avevano diritti molto ridotti. Le più fortunate erano le etere, i solito colte, che prendevano parte ai banchetti e alle attività sociali.
4. La guerra di Troia

L’Iliade di Omero, che racconta la guerra di Troia, il più importante poema del mondo antico, è forse, con la Bibbia e la Divina Commedia, un’opera fondante della cultura occidentale. Ci sono altri poemi dedicati a questa guerra, ma l’Iliade è il più importante. L’autore di questo libro, Vernant, mette in luce una serie di eventi che fanno da cornice ai fatti. In particolare si sofferma su episodi della vita di Achille (figlio di Peleo, mortale, e Nereide Teti, dea), il più forte degli eroi, diventato il MITO dell’EROE.
Altra figura su cui Vernant si sofferma è quella di Elena (moglie di Menelao, fratello di Agamennone, re di Argo), che la tradizione addita come causa di questa guerra. Così vengono messi in risalto:
- l’importanza sociale del matrimonio e i doveri della donna, che deve rispettare certe regole di comportamento
- i diritti e i doveri relativi all’istituto dell’ospitalità
La guerra è veramente avvenuta (prove archeologiche) e viene narrata in maniera poetica da Omero. Per capire meglio le origini si può indagare su antefatti e personaggi.
Accade che in Tessaglia (monte Pelio), nella Triade (monte Ida) e nel territorio di Sparta monte Taigeto) la distanza tra uomini e dei è minore che altrove e che i due mondi siano “permeabili”. Tutto ha origine nel Pelio con le nozze tra Peleo, re di Ftia in Tessaglia, e Teti, figlia di Nereo, che è la più celebre Nereide di tutte le 49 sorelle. Può assumere qualsiasi aspetto (fiamma, uccello, palma etc.) così pure la dea Meti, prima moglie di Zeus, da lui ingoiata appena rimasta incinta perché non gli partorisse rivali usurpatori. [E’ così che dalla testa di Zeus nasce Atena (ingoiata inizialmente insieme a Meti). Questa Meti sarà per sempre posseduta da Zeus: ora è lui la potenza mutevole e astuta. Il destino degli umani è di invecchiare, decadere, essere superati e sostituiti dai figli; non è così per Zeus che sarà per sempre re degli Dei.] Teti piace molto a Zeus, ma ci rinuncia per non generare rivali. Ma potrà Teti rinunciare a uno sposo? Ecco che si unisce a Peleo (mortale) e genera un figlio mortale, Achille, straordinario sotto ogni aspetto: un eroe modello, bello, forte, che rappresenta nel mondo umano la somma delle virtù guerriere.
Il matrimonio di Peleo (I atto della tragedia che porterà alla guerra)
E’ un matrimonio deciso dall’alto (Zeus e altri dei) quello di Peleo e Teti. Teti è una Nereide che si trasforma, per possederla bisogna afferrarla con forza, qualunque forma prenda. Peleo ci prova a lungo: lei si trasforma in tanti animali, in fiamma, in acqua, infine in seppia, ma Peleo riesce a tenerla ferma sempre finché lei, sfinita, torna ad essere una bella dea e in quel preciso momento è vinta. L’ultima sua trasformazione è stata “in seppia”; da quel momento il luogo dove si è svolta l’ultima battaglia nuziale si chiama “capo seppia” (Sepias). Le nozze avranno luogo sulla cima del Pelio. La montagna infatti non è solo un punto di incontro tra dei e uomini, ma un luogo ambiguo, la dimora dei Centauri e in particolare di Chirone, il più vecchio e il più illustre di loro. Hanno una posizione ambigua e così l’aspetto: testa d’uomo, busto già equino, corpo di cavallo. Sono esseri selvaggi, subumani, crudeli, ma anche molto saggi (come Chirone) e coraggiosi, così come dovrebbe essere ogni giovane uomo.
Alla festa matrimoniale di Peleo e Teti, partecipano allegri molti dee e dei; all’improvviso, non invitata, arriva la dea Eris, la discordia, la gelosia, l’odio. Porta con sé un bel regalo, un pomo d’oro su cui è scritto “alla più bella” da cui scaturirà la guerra di Troia. Ci sono almeno tre dee che aspirano al pomo: Era, Atena, Afrodite. Ognuna è convinta che spetti a lei.
Le tre dee davanti al pomo d’oro
Zeus e gli altri dei non vogliono prendersi la responsabilità di attribuire il pomo e allora la lasciano agli uomini.
Sul monte IDA (II atto della tragedia che porterà alla guerra) vive un giovane di nome Paride, figlio di Priamo, re di Troia, che perfeziona lì la sua educazione alla vita dura e selvaggia. Viene chiesto proprio a lui di fare da arbitro tra le tre dee che si contendono il pomo.
La madre di Paride, la regina Ecuba, aveva avuto un sogno premonitore di sciagure quando era incinta di lui (l’interpretazione del sogno fu questa: Paride avrebbe provocato la rovina d Troia), per questo lo allontanò, ma un’orsa lo nutrì e alcuni pastori che lo scoprirono lo presero con loro e lo allevarono, dandogli il nome di Alessandro. Succede che un giorno Priamo e Ecuba (re e regina di Troia) vogliono fare un sacrificio agli dei proprio per onorare quel figlio abbandonato e mandano a prendere un toro; il caso vuole che il toro è quello preferito da Paride che decide di scortarlo per cercare di salvarlo. Si fanno giochi oltre che sacrifici per gli dei e anche Paride gareggia e vince tutte le competizioni. Uno dei figli di Priamo, Deifobo, si altera per la cosa: chi è questo intruso? Lo rincorre per ucciderlo, mentre lui, Paride, si rifugia nel tempio di Zeus dove si trova una loro sorella, Cassandra, che per aver rifiutato gli onori di Apollo è condannata a predire il futuro, ma nessuno presta mai fede alle sue parole profetiche. E’ lei che riconosce nel giovane vincitore il piccolo Paride, un tempo abbandonato. Questo fa vedere le fasce che aveva quando fu esposto e da qui il riconoscimento. E’ grande la gioia di Ecuba e Priamo, i genitori, che lo reinseriscono a pieno titolo nella famiglia reale.
Paride è un uomo che continua a vivere libero i campagna ed Hermes lo trova lì quando con le tre dee gli chiede di fare da arbitro: dare il pomo alla più bella. Paride è in imbarazzo, tutte sono belle e tutte lo lusingano e fanno una promessa:
- Atena offre vittoria in guerra e saggezza che tutti invidieranno;
- Era offre la sovranità di tutta l’Asia perché è moglie di Zeus e può tutto;
- Afrodite offre una seduzione che lo renderà irresistibile per le donne più belle e soprattutto conquisterà Elena, della cui bellezza si parla in ogni luogo.
Paride sceglie l’ultima offerta: Elena. (si conclude così il II atto di questi antefatti)
Elena colpevole o innocente?
Il terzo atto si svolge tutto intorno a Elena: è figlia di Leda, donna bellissima figlia di un re, e di Tindaro. Zeus dall’alto dell’Olimpo vede Leda e se ne innamora pazzamente così che, la notte in cui i due si sposano, Zeus, sotto forma di cigno, si unisce a lei. Così Leda partorisce figli di Tindaro e figli di Zeus, tra cui Elena.
Ci sono anche altre versioni del mito, ma questa è la più diffusa. Elena ha anche una sorella, Clitennestra, con caratteristiche negative, mentre lei, stirpe di Zeus, perfino nelle disgrazie che provoca mantiene un’aurea divina. E’ di una splendida bellezza e sposa Menelao, uno dei figli di Atreo. Ma, conosciuto Paride che si innamora pazzamente di lei abbandona marito e figli per seguire il giovane straniero che le propone un amore adultero. E’ colpevole, è innocente? Una versione dice che è stata rapita da Paride ed allora “sarebbe” innocente. Certo è che questo amore (o questo rapimento) ha scatenato la guerra di Troia. Paride era Troiano e portò con sé a Troia la sua rapita Elena, approfittando di un’assenza temporanea di Menelao. Questo, scoperto il tradimento, si rivolge al potente fratello Agamennone perché lo aiuti a vendicare l’offesa. In un primo momento si pensa di trattare e Menelao, accompagnato dal suo amico Ulisse, re di Itaca, va in delegazione a Troia per chiedere Elena. Gli anziani della città decidono di rifiutare ogni compromesso, anzi vorrebbero che Ulisse e Menelao non debbano ripartire vivi. Ma questi riescono a fuggire; annunciano il fallimento del loro tentativo di riconciliare le cose e per cui ormai non rimane che la via della guerra.
Morire giovane, vivere eterno nella gloria
All’apertura delle ostilità non tutti i greci erano entusiasti.
Ulisse, re di Itaca, per esempio, aveva avuto un figlio da poco tempo, Telemaco, e non voleva lasciare la moglie, Penelope. Quando vanno ad Itaca a dirgli che deve partecipare anche lui alla spedizione contro Troia, si fa trovare in un campo ad arare, mentre getta sassi anziché semi, con un aratro che spinge in senso contrario, dopo aver attaccato un asino e un bue. Insomma si finge pazzo per non andare in guerra. Ma uno degli alleati che era andato ad invitarlo, Nestore, capisce che Ulisse finge e per smascherarlo prende in braccio il piccolo Telemaco e lo mette davanti al vomere. Subito Ulisse torna in sé, prende il figlio perché non gli accada nulla ed è così smascherato.
Un altro imboscato smascherato è Achille, figlio di Peleo (mortale), e di Teti (immortale). Questa, che è riuscita ad immergere il figlio nel fiume Stige, non vuole che vada in guerra; così, sin da bambino, lo fa allevare in mezzo alle 40 figlie del re Sciro. Ma Ulisse, che va a cercarlo, lo smaschera tirando fuori collane e vestiti che le ragazze ammirano e vogliono, mentre Achille no. Questo invece viene attratto da un pugnale che Ulisse tira fuori all’improvviso. Il suo punto debole è il tallone perché – così dice una delle diverse versioni del mito – è rimasto fuori dall’acqua mentre la madre lo immergeva nel fiume Stige. Il padre Peleo vorrebbe che vivesse in casa, senza esporsi ai percoli, ma la sua forza, il suo ardimento, lo spingono a vivere, a guerreggiare, a primeggiare. E’ il prezzo da pagare per vivere e gioire: se si diventa immortali si è staccati dai piaceri che può offrire la vita, soprattutto conquistare la gloria che rimane in eterno, mentre per gli altri mortali (senza gloria) tutto finisce con la morte. Achille morirà, ma vivrà in eterno la sua gloria. Questa è quindi la scelta di Achille: vita breve e gloria per sempre.
APPROFONDIMENTO
La guerra e il modello eroico
[leggere e sapere bene la parte segnata dal 2° capoverso in poi, pag. 92-93]
5. Ulisse o l’avventura umana
L’Odissea è un viaggio nella MEMORIA e nell’IDENTITA’. Nel lungo ritorno di Ulisse verso la casa, la famiglia, il trono, la sua identità è messa duramente alla prova perché viene a contatto con un mondo diverso, un universo selvaggio, fatto di morti, di mostri, di semidei, che non condividono il modo di vivere e di pensare dei greci. Ulisse ritrova se stesso perché non perde mai la memoria di quello che è stato lui e il suo mondo; di conseguenza non perde mai la sua identità: quando ritorna, sarà riconosciuto come padre, sposo, figlio, padrone.
I greci hanno vinto, Troia è caduta grazie all’astuzia del cavallo ed è stata anche saccheggiata. Ma nel mondo greco(nella mentalità greca) la hybris (= la tracotanza), cioè gli eccessi nel comportamento che i greci hanno compito conquistano Troia (l’hanno bruciata, saccheggiata, hanno resi le donne e i bambini in schiavitù e ucciso gli uomini…) si paga, e così i vari eroi hanno diverse sventure.
Scoppia una disputa tra i due fratelli Agamennone e Menelao: il primo vuole trattenersi nel luogo per fare sacrifici ad Atena che ha determinato la vittoria, l’altro vuole tornare in patria, senza attendere oltre. Ulisse con le sue 12 navi decide di tornare subito ad Itaca; sulla stessa imbarcazione si trovano lui Menelao e Nestore, ma poco dopo la partenza Ulisse ha un diverbio con Menelao e ritorna a Troia per unirsi ad Agamennone. I due partono, ma si scatenano i venti, scoppiano tempeste e violenti temporali: molte navi affondano con i propri equipaggi. Sono pochi i superstiti e ancora meno quelli che riescono a tornare in patria come Agamennone che però, tornato a casa, viene subito ucciso dalla moglie Clitennestra che si era unita ad Egisto.
Ulisse quindi si trova solo con la sua flotta. Infine sbarca in Tracia, nel paese dei Ciconi che non lo accolgono bene, anzi uccidono molti dei suoi. Riparte di fretta con ciò che è rimasto di uomini e navi.
Verso il paese dell’oblio
Sono ormai in vista di Itaca, vicini al capo Maleo, ma sono colti da una tempesta che soffierà per sette giorni e li porterà in uno spazio ben diverso da quello in cui navigavano in precedenza. A partire da questo momento Ulisse non sa più dove si trova, incontrerà esseri che sono di natura quasi divina o mostri o subumani.
Cessata la tempesta, Ulisse ed i compagni approdano in una terra di cui non sanno assolutamente niente: la terra dei mangiatori di loto, i Lotofagi, la terra dell’oblio. I compagni di Ulisse che mangiano il loto appaiono come anestetizzati in una sorta di beatitudine che paralizza ogni ricordo, senza più legami, senza più desiderio di ritorno. Ulisse riesce con la forza a rimbarcare tutti e riprende il mare, ma da quel momento la cancellazione del ricordo è il vero pericolo, è il male. Infatti essere nel mondo umano significa vivere alla luce del sole, vedere gli altri ed essere visti da loro, vivere in reciprocità, ricordarsi di sé e degli altri.
Ulisse impersona Nessuno di fronte al Ciclope
Abbandonata l’isola dei Lotofagi, la nave di Ulisse avanza senza che i marinai possano remare e senza che possano avvistare ciò che li minaccia. Arrivano su un’altra isola, l’isola dei Ciclopi. Ulisse mette al riparo la propria imbarcazione e con 12 uomini sale nella collina dove ha avvistato un caverna nella quale spera di trovare del cibo.
Gli uomini entrano e con stupore non trovano cereali, ma greggi, formaggi e una piccola vigna selvatica. I compagni di Ulisse vogliono mangiare e andarsene subito, ma Ulisse rifiuta perché vuole conoscere l’abitante di quello strano luogo. Ben presto arriva il Ciclope, un essere gigantesco, con le sue capre, le sue pecore. Inizialmente non si accorge di quegli esseri minuscoli, poi all’improvviso li scopre e si rivolge ad Ulisse. Gli chiede chi fosse e lui risponde con qualche bugia chiedendo anche ospitalità. Il Ciclope no è interessato e mangia nudi e crudi due compagni di Ulisse mentre gli altri marinai restano impietriti per il terrore.
Ulisse si accorge del guaio in cui si è cacciato, anche perché il Ciclope ha chiuso l’entrata con un masso enorme che non si poteva assolutamente smuovere. Il giorno dopo divora altri 4 uomini: ne ha mangiato ormai la metà. Allora Ulisse lo inganna stabilendo un rapporto di ospitalità. Il Ciclope si presenta, si chiama Polifemo. Chiede ad Ulisse il nome e questo risponde che si chiama ..---- (= nessuno). Il Ciclope decide di fargli un regalo, di mangiarlo per ultimo; a questo punto Ulisse dà il suo regalo, del vino e del formaggio dato da Marone (mago dell’isola dei Ciconi). Polifemo si ubriaca; quindi Ulisse approfittando della situazione arroventa sul fuoco un enorme palo di ulivo e poi glielo conficca nell’occhio. Il Ciclope, addormentato, si risveglia urlando: il suo unico occhio è accecato. Alle sue urla accorrono i Ciclopi dei dintorni, poiché la porta è chiusa gli chiedono cosa è successo; lui risponde che Nessuno lo sta uccidendo. Quindi quelli se ne vanno scocciati.
Sono in un certo senso salvi, ma devono ancora uscire dalla caverna. Allora Ulisse lega i suoi compagni sotto le pecore, così che quando Polifemo apre il masso e fa uscire le pecore tastandole ad una ad una per evitare che i greci fossero saliti negli animali per uscire dalla grotta, Ulisse e la sua flotta sono liberi. Scendono veloci verso la nave e quando stanno per salpare Ulisse non resiste più, per vanità rivela la sua identità.
Polifemo è figlio di Poseidone, dio del mare, che alla richiesta del figlio di vendetta acconsente subito. Infatti sarà sempre Poseidone a scaturire tempeste per evitare in tutti i modi che Ulisse tornasse ad Itaca.
Idillio con Circe
La nave raggiunge l’isola di Eolo appartata e solitaria, protetta da una muraglia di rocce; è il punto dove si incrociano tutte le rotte marine. Il re è Eolo che abita con la sua famiglia senza contatti col mondo esterno. Vivono in solitudine gli Eolani e si accoppiano tra di loro. Accolgono Ulisse e i suoi con grande ospitalità, ma non hanno altro da regalare se non i venti. Eolo dona ad Ulisse un otre dove sono racchiusi i venti e i semi di tutte le tempeste, eccetto il vento che dalla sua isola conduce direttamente a Itaca. La raccomandazione forte è di non toccare l’otre: uscirebbero venti e tempeste e Ulisse non potrebbe più controllarle.
Riprendono il mare e dopo un po’ vedono da lontano Itaca. Ulisse, felice si addormenta. Allora i compagni pensando che l’otre contenga un tesoro, la aprono e subito i venti scappano fuori, il mare si agita, la nave vira e compie al contrario il cammino appena percorso; quindi al suo risveglio Ulisse si trova di fronte a Eolo. Questi lo rimprovera malamente, dice che non lo aiuterà più, che certamente è inviso agli dei se ha compiuto una simile azione.
Sconsolati, tutti riprendono il mare ed approdano poco dopo nell’isola dei Lestrigoni; si scorge una città ed Ulisse, anziché avvicinarsi al porto, ormeggia la sua nave più lontano e manda avanti alcuni compagni per capire chi sono gli abitanti del luogo. Questi, incontrata una bella giovine, enorme rispetto a quelle che loro conoscono, vengono condotti dal re, il padre della ragazza, per rifocillarsi; il re però, non appena li vede, afferra un compagno e lo divora. Allora fuggono tutti, ma i Lestrigoni riescono a inseguirli e a divorarne altri.
Ripartono così decimati, ed approdano nell’isola di Eèa, ancorandosi un po’ lontano. Tutti temono, nessuno vuole esplorare l’isola, finché 20 coraggiosi scendono e trovano un palazzo molto bello, con alberi e fiori, ma sono spaventati dai tanti animali che popolano il giardino (lupi, leoni), tutti mansueti e docili. Che sia il modo perfetto? Nel palazzo incontrano una ragazza molto bella, la maga Circe, che tesse, canta e li invita a sedersi e a bere. La bevanda contiene un filtro che, all’istante, li trasforma in porci e come tali vengono chiusi in un porcile. Ulisse, impensierito per il ritardo dei compagni, va cercarli e per fortuna viene avvertito dell’accaduto dal dio Hermes che gli dà una pianta da mangiare come antidoto al filtro di Circe. Ulisse, contro il parere dei compagni si avvia al palazzo e incontra la maga. Il filtro che lei gli offre non ha nessun effetto su di lui. Circe sa che quell’uomo è Ulisse e, sconfitta, gli chiede che cosa possa fare per lui. L’eroe chiede la restituzione dei compagni di nuovo uomini. Circe lo accontenta e nel frattempo comincia a tessere con Ulisse un bel rapporto d’amore. Giungono anche gli altri compagni e tutti vivono per un lungo periodo in quel luogo fatato; però non godono degli amori di Circe come Ulisse, perciò desiderano tornare in patria.
Circe sa che è questo il volere degli dei: lasciarli partire. Dà allora ad Ulisse alcuni consigli: arriverà nel paese dei Cimmeri, dov’è sempre buio; lì scorgerà una fossa dove facendo, dei sacrifici, vedrà apparire le anime dei morti; tra questi riconoscerà Tiresia, l’indovino che potrà dirgli ciò che dovrà fare.
I senza nome, i senza volto
Arrivati in quel paese Ulisse ubbidisce e compie il rito prescritto da Circe: a poco a poco si presentano e si affollano ombre indistinte, sono parvenze di esseri, un tempo individui, di cui ora non si sa più niente. Ulisse è preso da terrore e si domanda: finisce ogni gloria, ogni amore? Anch’io finirò così? Appare infine Tiresia a cui Ulisse fa bere il sangue dell’ariete che ha offerto in sacrificio e l’indovino gli predice che tornerà a casa da Penelope (la moglie), gli dà notizie dei suoi cari e gli dice che Agamennone è morto. Vede sua madre e poi riconosce anche Achille a cui dà un po’ del sangue sacrificale e l’eroe parla. Dice che preferirebbe essere l’ultimo dei poveri sulla terra piuttosto che un oscuro niente nell’Ade. Proprio il contrario di ciò che voleva in terra: aveva scelto una vita breve ma gloriosa, ora vorrebbe una vita misera ma molto lunga.
Ulisse torna da Circe a missione compiuta che gli dà consigli per superare i numerosi ostacoli che rallenteranno la navigazione: incontreranno infatti le Rupi erranti, grandi montagne galleggianti molto pericolose, per evitarle dovranno passare tra Scilla e Cariddi, scogli mostruosi che divorano i marinai. Infine incontreranno anche le Sirene che col loro canto affascinano i marinai per farli finire contro gli scogli.
Così Ulisse avvertito, quando si trova in mezzo al mare, oltrepassati gli altri pericoli, tappa con la cera le orecchie dei compagni perché non sentano le Sirene e lui, volendo sentire quella dolce melodia da cui tutti erano attratti, tiene le orecchie aperte ma si fa legare fortemente all’albero della nave per non essere affascinato da queste e di conseguenza per non andar loro incontro. Quindi comunque è l’unico a sentire il canto delle Sirene che gli dicono quanto è grande la sua fama, la sua gloria, e lo invitano a fermarsi; ma lui non si fa ingannare. Finalmente passano oltre ed approdano su un’altra isola, Trinacria, terra del sole.
Tiresia gli aveva detto di non toccare nessuna bestia delle mandrie di quell’isola perché sacre al dio Sole, pena il non ritorno a casa. “Dovranno bastare le nostre provviste dice Ulisse ai compagni nessuno mangi questi animali che sono sacri”. Per qualche giorno tutto va bene, ma quando la fame si fa sentire, i marinai dapprima si accontentano dei frutti della pesca, poi, approfittando del sonno di Ulisse, uccidono e mangiano gli animali della sacra mandria. Ulisse impreca anche contro gli dèi che lo hanno fatto addormentare, poi se la prende con i compagni e intanto assiste al prodigio delle bestie che, anche fatte a pezzi continuano a muggire.
Finalmente ripartono mentre Helios (= il Sole, il padrone e il dio delle mandrie) chiede direttamente a Zeus di essere vendicato, altrimenti cesserà di splendere e perirà tutto il genere umano. Zeus promette e mentre Ulisse e i compagni navigano dopo aver lasciato Trinacria, oscura il cielo, solleva una tempesta che tutto e tutti distrugge, salvo Ulisse che, attaccato a un relitto, si ritroverà, sospinto dalle onde, sulla spiaggia dell’isola di Calipso (Ninfa).
L’isola di Calipso
Anche questa è un’isola misteriosa, quasi un altro mondo; è la stessa Calipso che soccorre e aiuta Ulisse. Qui egli si trova come fuori dal tempo: è beato con l’amore di Calipso, unica abitante dell’isola, fuori di ogni sguardo. Ulisse rimarrà con lei un tempo lungo, che non sa più valutare.
Un paradiso in miniatura
Il racconto dell’avventura di Ulisse cantato da Omero (in versi) inizia da quest’isola. Tutto ciò che è stato detto prima dell’approdo da Calipso, è raccontato da Ulisse alla corte di Alcinoo, re dell’isola dei Feaci, dove l’eroe arriva naufrago dopo aver lasciato Calipso.
La dea Atena, approfittando dell’assenza di Poseidone (che odia Ulisse per via dell’accecamento del figlio Polifemo) ottiene da Zeus il permesso di aiutare Ulisse, non può negare questo alla figlia Atena. Ma come fare a convincere Calipso a lasciarlo partire? Tocca a Hermes, messaggero degli dei, occuparsene e non è affatto contento: quell’isola è una specie di non-mondo, lontano da dèi e da uomini; però, per obbedienza, indossa i sandali e corre velocissimo da Calipso, meravigliandosi, quando vi approda, di trovarsi in una specie di paradiso: giardini, boschi, fontane, fiori, Calipso che tesse e canta, che ama Ulisse! “Devi lasciar partire Ulisse, cara Calipso – dice Hermes – è l’unico eroe greco non ancora tornato in patria”. Calipso risponde che non vuole sentir sciocchezze, sa che questo è vero e sa che è un ordine di Zeus. “Siete invidiosi, peggio degli umani, voi dèi, non potete sopportare che io viva con un mortale”.
La Ninfa deve cedere. Intanto Ulisse si trovava sulla cima di un promontorio, di fronte al mare che piangeva distrutto dal desiderio di tornare a Itaca. Sa che Calipso gli offre un eterna vita giovane; aveva sentito da Achille quanto è brutto essere morti e quanto è bello vivere anche da poverissimi. Ma Ulisse non vuole da Calipso il dono dell’oblio, che quella vuole offrirgli, e desidera Itaca.
Impossibile oblio
Per accettare il dono dell’oblio Ulisse dovrà cessare di essere se stesso, dovrà restare nascosto, dovrà dimenticare di tornare in patria. Però per la mentalità greca rifiutare onore e quindi fama e gloria, è inconcepibile. Si trova davanti a un dilemma: o immortale (dono che vorrebbe offrirgli Calipse), giovane, nascosto e senza gloria, o uomo vero come è sempre stato (intelligente, astuto, sposo di Penelope che è la sua vera vita, come il suo paese). Infine Ulisse sceglie di tornare ad Itaca; Calipso lo aiuta a preparare una zattera più solida possibile e l’eroe parte.
Nudo e invisibile
Qualche giorno di navigazione ed è in vista dell’isola dei Feaci. Ma Poseidone, reduce dei festeggiamenti che gli avevano portato gli Etiopi, lo vede e preso dall’ira sconvolge il mare: Ulisse sta per morire affogato quando Ino, una dea del mare che talvolta soccorre i naufraghi, gli porge una fascia con la quale l’eroe riesce a nuotare e a raggiungere una spiaggetta sull’isola abitata dai Feaci, uomini di mare, specialisti traghettatori. Vinto dalla stanchezza Ulisse cade in un sonno profondo da cui è risvegliato dalle grida di ragazze che giocano a palla: sono le ancelle di Nausicaa, figlia del re del luogo, che invitata in sogno da Atena era andata al fiume a lavare le stoffe belle e pregiate che dovevano essere il suo corredo di sposa.
Il povero Ulisse è nudo come un verme, pieno di salsedine, arruffato e fa spaventare le ragazze che fuggono tranne una, Nausicaa che lo guarda con compassione. Ulisse anche così malconcio conserva la capacità di parlare in modo gentile ed è pieno di ammirazione verso la ragazza: “Tu sei bella come un giovane palma…”.Nausicaa ordina alle compagne di offrire all’uomo ciò che gli è necessario per lavarsi e vestirsi. Ulisse sembra un’altra persona, così lavato e vestito anche perché Atena, sempre sua protettrice, gli infonde grazia, forza, bellezza tanto che l’ingenua Nausicaa, di 15 0 16 anni, pensa che questo forse può essere lo sposo sognato. Ad Ulisse viene consigliato di presentarsi al palazzo reale dove Alcinoo e Arete, il re e la regina, lo accoglieranno perché Nausicaa andrà avanti con le sue amiche e lo annuncerà.
Atena intanto, in vesti di ragazza, dice a Ulisse che lo renderà invisibile perché non sia visto da nessuno che potrebbe creargli ostacoli. Così giunge alla reggia e solo quando è ai piedi dei reali diventa nuovamente visibile. Viene accolto come ospite e gli si prepara subito festa, banchetto, giochi, gare. Ulisse si distingue nelle gare vincendo nel lancio del disco e dimostrando di essere un atleta e un eroe. Mentre un aedo (cantore) allieta la festa cantando le gesta degli eroi che hanno combattuto a Troia, Ulisse si commuove e piange. Il re se ne accorge, fa cessare il canto perché capisce che il suo ospite è un Acheo. Allora Ulisse si presenta e inizia a narrare le sue avventure (tutto ciò che è già stato prima esposto).
Il re allora decide di far tornare Ulisse nella sua patria, accompagnato su una nave da suoi esperti marinai. Anche Alcinoo aveva fatto, come Nausicaa, qualche sogno sulla possibilità di un matrimonio, ma Ulisse deve tornare ormai nel mondo veramente umano; da troppo tempo ha vissuto in un mondo non-mondo: Circe, Ciclopi, Calipso etc.
Un mendicante equivoco
Ulisse viene deposto dai Feaci su una spiaggia di Itaca, infatti durante il viaggio si era addormentato. La nave dei Feaci non ritorna più nella sua isola perché viene trasformata in pietra da Poseidone, che si sente nuovamente beffato e radicata nel mare, diventa un isolotto roccioso. I Feaci non potranno più servire da passaggio tra i due mondi. La porta attraverso cui Ulisse è passato all’inizio del racconto e che ha varcato con i Feaci si è chiusa per sempre. Il mondo umano costituisce un tutt’uno e Ulisse ne fa nuovamente parte.
Atena non vuole che Ulisse sia riconosciuto subito perché teme che lo uccidano; lo trasforma perciò in un mendicante e lo rende irriconoscibile. Potrebbero ucciderlo i Proci, pretendenti alla mano di Penelope che notte e giorno le invadono la reggia, vivendo dei beni (bestiame, grano, etc.) della reggia stessa. Intanto, reduce da un viaggio a Sparta dove era andato a chiedere notizie del padre, torna ad Itaca Telemaco, figlio di Ulisse. Penelope nel frattempo rimanda le nozze con uno dei pretendenti, con la scusa che solo quando avrebbe finito di tessere la tela si sarebbe sposata, finché di notte viene scoperta da una serva traditrice a dispare il tessuto che preparava durante il giorno.
Atena dice ad Ulisse che deve sterminare i Proci alleandosi con Telemaco e qualche servo fidato. Il piano di Ulisse è di infilarsi nelle sale come l’ultimo dei mendicanti, accettare disprezzo e ingiurie e poi capovolgere la situazione, cioè mettere mano al suo arco che solo lui sa tendere e liberarsi di tutti i pretendenti. Quindi si avvia e vicino alla porta di casa ritrova il suo amato cane, Argo: ha 20 anni, è vecchio, pulcioso, debole, ha appena la forza di sollevare il muso e le orecchie, ma la sola vicinanza gli fa riconoscere il suo padrone (altri invece avranno bisogno di segni e di prove). Vedendo il cane Ulisse è sconvolto, sull’orlo delle lacrime, quindi si allontana veloce. Anche il vecchio Argo è commosso e per l’emozione muore.
Ulisse entra nella sua casa, dopo un po’ di insulti si scontra contro Iro, il mendicante a pieno titolo nella reggia, e anche contro un dei pretendenti. E’ Telemaco a mettere fine ai “giochi” e a proteggere lo “straniero”.
Una cicatrice firmata Ulisse
Ulisse si fa riconoscere dalle persone a cui chiede appoggio. Il primo è Telemaco, che stenta ad crederci perché non lo ha mai visto; Ulisse riesce ad imporsi come padre perché parla al figlio imponendosi come un vero padre. Quindi quando Telemaco ne è ormai sicuro parla alla madre di questo mendicante che forse può avere qualche notizia di Ulisse; i due si incontrano e alla domanda di Penelope se ha visto Ulisse, come stava, il mendicante Ulisse risponde, come spesso ha fatto, con una bugia, dice che lo ha visto e gliene dà la prova descrivendo i vestiti che indossava. Penelope allora lo vuole trattare bene e lo affida alle cure della vecchia nutrice Euriclea. La vecchia vuole lavarlo, ma Ulisse ha paura di essere riconosciuto; vuole riuscire nel suo piano di vendetta. Viene comunque scoperto dalla serva perché questa riconosce una cicatrice di un morso di cinghiale. E’ commossa, quasi incredula e promette di mantenere l’assoluto segreto.
Tendere l’arco sovrano
Intanto Penelope, sotto l’influenza di Atena, vuole mettere fine al saccheggio della sua casa e decide di sposare uno dei pretendenti: “Chi di voi sarà in grado di tenere l’arco del mio sposo, diventerà mio marito”- dice Penelope ai Proci. Comincia la gara, mentre Penelope si ritira nelle sue stanze e Ulisse si assicura che tutte le porte siano chiuse. Nessuno riesce a tendere l’arco: “Provo io!” dice Ulisse. Viene preso in giro da tutti perché Penelope non sposerà mai un mendicante, ma questa lo difende dicendo che anche lui ha il diritto di fare la prova e se riuscirà sarà ricompensato con molti doni. Poi va a dormire.
Ulisse tende l’arco e incomincia la strage: colpisce prima Antinoo, il più arrogante pretendente, poi altri e a lui si uniscono i servi e Telemaco. La sala gronda di sangue ed è piena di morti; viene fatta vendetta anche delle serve traditrici.
Quando tutto è terminato e tutto è ripulito Euriclea va a svegliare Penelope che Atena aveva protetta con un profondo sonno e le dice che giù c’è Ulisse. Lei non vuole credere, è stata già ingannata, non può credere che quel vecchio mendicante sia Ulisse, anche se la vecchia le dice di aver riconosciuto la cicatrice nel piede. Lei vuole il suo Ulisse come lo ha visto 20 anni prima; vuole un segnale segreto che possono conoscere solo loro due e ne esiste uno solo.
Un segreto condiviso
Nel corso della stessa giornata Atena fa riprendere ad Ulisse il suo vero aspetto; ha vent’anni di più ma è Ulisse e così sta di fronte a Penelope che si ostina a non volerlo riconoscere (con ira di Telemaco e Euriclea) e ordina alle ancelle di portare per Ulisse il letto della sua camera perché non vogliono dormire insieme. A queste parole Ulisse si infuria e dice che quel letto è inamovibile perché lo ha costruito lui stesso su di un olivo radicato dentro la casa. A questo punto Penelope si getta fra le braccia del marito! [vedi pag 134]
Ulisse però deve essere ancora riconosciuto dal padre Laerte che si è ritirato con pochi servi in una casa in campagna e coltiva la terra in solitudine. Così lo trova Ulisse a cui Laerte rivolge la parola perché, vistolo straniero, vuole sapere se conosce Ulisse e se ha qualche notizia. Siccome Ulisse tarda un po’ a rispondere, Laerte piange pensando al figlio morto. Allora Ulisse gli si rivela dandogli la prova della cicatrice e dicendogli tanti particolari degli alberi lì piantati. Si abbracciano allora tra le lacrime, mentre Atena riveste il vecchio com’era un tempo, di una bellezza regale.
Il presente ritrovato
Il passato è diventato per Ulisse e per tutti un presente ritrovato: la casa. La moglie, il marito, il figlio, il padre, gli alberi. Ognuno ricongiunge tutto ciò che era stato separato. Nessuno infatti aveva mai smesso di portare nel ricordo le persone e le cose da cui si era separato. Tutti si ricongiungono.
I tentativi di vendette contro Ulisse vengono sventati perché Atena, sempre vigile, impedisce lo scontro. Tutto è tornato come prima.
APPROFONDIMENTO
Tra natura e magia
Nel mondo antico e anche nel mondo greco la natura era molto legata alla magia. Tante cose che non si riuscivano a spiegare razionalmente erano spiegate o risolte con la magia. Perciò la sacralità dei boschi, delle grotte, di luoghi oscuri dove si pensava che vivessero divinità; perciò la credenza che erbe e pozioni potessero risolvere situazioni difficili; perciò i riti di propiziazione davanti ai poteri molto limitati dell’uomo.
6. Dionisio a Tebe
Raccontando le mitiche vicende di Dioniso, uno degli dei più strabi e complessi del mondo greco, l’autore (Vernant) ripercorre le affascinanti e truci vicende della città di Tebe (molti poeti dell’antichità e anche moderni hanno portato sulla scena queste vicende). Il successo di questi miti (Tebe, Dioniso) è dovuto al fatto che raccontano la trasmissione, di generazione in generazione, di una maledizione che consuma lentamente le istituzioni politiche, sociali e psicologiche della città (o stato o nazione). Si tratta insomma del mito del MALE che si insinua in varie forme e porta distruzione divisione.

Dioniso nel mondo mitico greco occupa un posto a sé: è una divinità errante, vagabonda, ma che esige di essere riconosciuta e accettata nei luoghi per cui passa. E in particolare vuole che il suo culto sia riconosciuto a Tebe, perché lì è nato. Instaura con gli umani una rapporto più intimo, più personalizzato, più vicino, ben diverso da quello tipico della religione greca.
Mentre si può affermare ch Atena è la dea della guerra e del sapere, Afrodite dell’amore, non c’è un’unica definizione per definire Dioniso.
Europa vagabonda
La storia ha inizio con Cadmo, primo re di Tebe e fondatore della città. E’ uno straniero, un Asiatico, un Fenicio che viene da lontano. E’ figlio del re Agenore e della regina di Tiro o Sidone (odierna Siria) che hanno molti figli maschi tra cui Cadmo ed una figli femmina, Europa (da cui deriva il nome del nostro continente). Questa è una vergine incantevole che, mentre si diverte sulla spiaggia di Tiro con le compagne, fa incantare Zeus che la vede dall’alto e decide di possederla. Si trasforma così in uno splendido Toro bianco e si sdraia, docile e molto mite, vicino alla ragazza. Lei lo accarezza in modo dolcissimo e addirittura gli si siede in groppa. A questo punto il toro balza in mare e naviga con lei sino a Creta. Dalla loro unione nascono Radamanto e Minosse, che saranno re di Creta.
Quando il padre di Europa, sa dalle amiche che questa è stata rapita da un toro, mobilita moglie e figli perché vadano a ritrovarla. Questi si mettono in viaggio, sciamano per il mondo intero, fondando anche città, e compiono infiniti pellegrinaggi: infatti il re Agenora ha detto loro di non tornare in patria se non con Europa. In un viaggio la madre muore.
Cadmo pensa di rivolgersi ad un oracolo, il più famoso, quello di Delfi, che dà questo ordine: “Quando incontrerai una bellissima vacca, non perderla mai di vista; quando si fermerà per la fatica, fallo anche tu e fonda lì una città. Là, tu, Cadmo, uomo di Tiro, troverai le tue radici.”
Cdmo con qualche compagno, segue le prescrizioni alla lettera e quando la vacca che ha avvistato e seguito si ferma su un prato in Beozia, nel luogo della futura città di Tebe; quindi capisce che lì deve fondare una città.

Straniero e autoctoni
Prima di fare questo Cadmo decide di fare un sacrificio ad Atena, una dea da lui venerata, e per far ciò ha bisogno di acqua. Manda i suoi compagni a cercarla, ma la fonte è custodita da un drago, un essere mostruoso. Cadmo allora giunge in aiuto dei suoi e lo uccide. Atena gli ordina di compiere il sacrificio promesso e di seminare per i campi i denti del drago dopo averli strappati.
Cadmo ubbidisce ed esegue tutto. Non appena i denti sono seminati, da ciascuno di essi spunta un adulto guerriero, armato, con atteggiamento di minaccia, dall’aspetto violento. Cadmo capisce che rappresentano una minaccia e potrebbero ribellarsi e approfittando del fatto che cominciano a sfidarsi l’un l’atro con lo sguardo, lancia non facendosi vedere, un sasso in mezzo a loro. Questi allora si accusano reciprocamente e si massacrano; i sopravvissuti sono solo 5: verranno chiamati Spartòi, Sparti, cioè uomini seminati, nati dalla terra, autoctoni (autoctono = colui che è nato nella sua stessa terra e quindi può vantare tale origine. Non sono vagabondi, le loro radici affondano saldamente nel suolo: rappresentano il legame fondamentale e concreto con la terra tebana e sono votati alla vita guerriera.
Purtroppo per Cadmo, il drago era figlio di Ares, dio della guerra, che adirato lo punisce con 7 anni di schiavitù. Quando finisce la sua pena, Atena che lo protegge, lo vuole fare diventare sovrano di Tebe; però occorre una discendenza, quindi una sposa. Come spesso accade, a questo matrimonio sono presenti dèi e uomini.
Cadmo sposa Armonia, figlia di Afrodite e di Ares (proprio quel dio che aveva punito Cadmo). Ma Armonia, attraverso la madre Afrodite è la dea dell’unione, degli accordi, della riconciliazione, della concordia. Si fa festa nella roccaforte di Tebe, nella Cadmea, e gli dèi portano doni, alcuni benefici, altri malefici. I due generano molti figli. Tebe viene quindi popolata da gente venuta da lontano (discendenti di Cadmo) e da autoctoni. Tra le due generazioni ci potrebbe essere accordo, ma potrebbero nascere anche incomprensioni e conflitti.
La coscia uterina
Una figlia di Cadmo, Semele, è una creatura affascinante e Zeus ha molti incontri con lei senza mai rivelarsi: Semele infatti non sa con chi è a letto. Quando finalmente, dopo tante suppliche da parte della ragazze, Zeus cede e si mostra nel suo splendore folgorante, Semele viene consumata dallo splendore divino del dio. E’ in cinta e Zeus non vuole perdere quel figlio, perciò lo estrae dal ventre della giovane e, fatta una specie di sacca nella sua gamba, continua la gestazione. Così nascerà Dioniso, due volte figlio di Zeus: per il seme e per la gestazione.
Per sottrarlo dalle ire di Era (la sposa ufficiale di Zeus), sempre gelosa, affida il bambino a nutrici che lo tengano nascosto. Quando sarà grande, mezzo dio e mezzo uomo, vagabonderà per il mondo, seguito ben presto da un corteo di “ammiratrici”, sempre in delirio per lui. Siccome Dioniso è detto anche Bacco, queste ragazze sono chiamate “baccanti”. Quando arriva in Tracia non è gradito al re di quei luoghi Licurgo, che fa imprigionare le ragazze, facilmente liberate in seguito dal potere di Dioniso. Devono però fuggire tutti e Dioniso, per troppa paura di essere preso si getta in mare. Sarà Teti (futura madre di Achille) a nasconderlo per un po’ nelle profondità marine. Quando riemerge abbandona la Grecia e passa in Asia. Il dio attraversa le distese asiatiche con le sue armate di fedeli, soprattutto donne, che combattono a colpi di tirso e che hanno poteri sovrannaturale. Sconfiggono tutte le armate che si lanciano contro di loro, quindi Dionisio percorre l’intera Asia come vincitore. Poi il dio fa ritorno in Grecia.
Sacerdote itinerante e donne selvagge
Torna a Tebe mentre regna un suo cugino, Penteo. Dioniso per non farsi riconoscere si traveste da donna, con un seguito di donne d’aspetto orientale che fanno baccano, vivono, mangiano e dormono all’aria aperta. Per il re Penteo è una cosa inconcepibile, che escano subito dalla città! Ma intanto anche donne tebane hanno perso la loro tradizionale vita virtuosa: corrono dietro alle altre, per monti e boschi, abbandonando mariti e figli, prese da una specie di follia. I contadini le guardano scandalizzati e ammirati allo stesso tempo. Penteo è furioso.
In primo luogo dà la colpa alle sue devote donne di campagna ritenute colpevoli del disordine femminile diffuso in città, poi ordina alle guardie di catturare le donne Lidie (= della Lidia) e di metterle in prigione. Ma, come per magia, appena chiuse in prigione, sono liberate da Dioniso, ed eccole di nuovo a cantare e danzare per la città. Allora Penteo ordina che venga catturata, gettata e chiusa nelle scuderie reali quella strana persona, che sembra un sacerdote che le seduce. Intanto invia molti soldati per boschi e campagne a catturare le donne.
Mentre Dioniso è chiuso nelle scuderie, all’improvviso si spezzano i ferri che lo tengono imprigionato, il palazzo prende fuoco, i muri crollano e Dioniso esce indenne. Penteo è stravolto e si ritrova davanti a questo strano “sacerdote”, sorridente e impeccabilmente vestito. Intanto tornano i suoi soldati malconci e dicono: “Sinchè le abbiamo lasciate tranquille erano felici e dolcissime e così tutte le cose intorno a loro, anche le bestie selvatiche vivevano in un mondo di armonia e concordia. Sembrava l’età dell’oro. Ma una volta visti i soldati sono diventate furie omicide”.
Vittoria della dolcezza sulla violenza, delle donne sugli uomini, della campagna selvaggia sull’ordine civico.
«Io l’ho visto vedendomi»
Dioniso agisce con intelligenza; nel dialogo con il cugino-re si serve di domande e risposte ambigue per risvegliare in lui l’interesse per un mondo che non conosce o forse non vuole conoscere, un mondo femminile fuori dalle regole tradizionali: marito, figli, lavori di casa. Poi parla di un dio e Penteo gli chiede chi è, se l’ha visto in un sogno. Dioniso risponde che invece l’ha visto quando era sveglio: “L’ho visto vedendomi”. Penteo si domanda cosa voglia dire. Poi Dioniso riesce a mettere nel re il desiderio di vedere, di controllare come può essere il mondo delle donne fuori dalle case, ma sa che i soldati, sono stati messi in fuga e maltrattati perché armati, schierati e minacciosi. Dioniso gli dice che può andare laggiù senza che nessuno lo veda, in segreto, può assistere alla loro follia. Basta che su vesta come lui.
All’improvviso Penteo, l’uomo Greco tutto d’un pezzo, sicuro della sua morale e delle sue regole,si traveste da donna, si sceglie capelli, è simile all’Asiatico, anzi sembra il suo specchio. I due si dirigono fuori città e si sistemano in un punto strategico. Penteo sale su un albero per vedere senza essere visto. Vede arrivare sua madre Agave e le donne di Tebe rese folli da Dioniso. Il dio le ha rese folli, questo è certo, ma le donne non sono veramente sue seguaci. Non sono “convertite” al dionismo. Al contrario si dichiarano che tutto ciò non esiste. Contro la loro volontà, questa pazzia presenta i sintomi di una malattia. Per non averlo accettato, per non averci creduto, sono malate di dionismo. Si trovano in uno stato di allucinazione e di follia, come hanno ucciso i soldati potrebbero uccidere i loro figli.
Dioniso non si è ancora stabilito in città, non è stato accolto, è ancora uno straniero guardato di traverso, con sospetto. Penteo dall’albero, vede le donne pacifiche e contente, ma quando si accorgono dello “spione” Penteo, un improvviso furore le possiede e vogliono sradicare l’albero. Urla alla madre che è suo figlio, ma il delirio ormai si impossessa di tutte, lo uccidono e lo fanno a pezzi. Agave addirittura conficca la testa del figlio in un pertica e insieme alle altre scatenate segue Dioniso sempre camuffato da sacerdote.
Cadmo, ormai vecchio, e Tiresia, vecchio indovino, non vogliono impegnarsi troppo e non provano odio mortale contro Dioniso così come lo provano altri. Decidono addirittura, indossata la veste rituale, di unirsi al gruppo che viene loro incontro mentre Agave osa nel delirio mostrare il su trofeo (la testa di Penteo). Cadmo, terrificato di ciò che vede, cerca pian piano di accostarsi alla figlia e con dolcezza farla rientrare nella realtà. A poco a poco Agave abbandona il suo delirio e si accorge che quella testa è del figlio. Orrore!
Rifiuto dell’altro, identità perduta
[Qui c’è un salto, il racconto si interrompe]
Il ritorno di Dioniso a Tebe ha suscitato incomprensione e rifiuto, ha gettato nel dramma la città; si è scatenata la incomprensione, la divisione. I valori tradizionali sono messi in discussione e sconvolti. Penteo, legato alle leggi e alle sagge usanze, ha ceduto alla curiosità e al fascino dell’«altro» ed è rimasto ucciso dalla sua stessa madre.
Dopo questi avvenimenti Agave fugge in esilio volontario e così Cadmo. Dioniso continua i suoi viaggi sulla terra e mantiene a Tebe il suo culto, in modo che in città, attraverso questo e attraverso le feste, sia rappresentato il vagabondo, lo straniero, il senza legge. Tutto ciò si tramanda nella discendenza sino ai Labdocidi (figli di un nipote di Cadmo, Labdaco) da cui deriva Edipo. Sono discendenti dalla stirpe dei Seminati, guerrieri dediti all’odio e alla violenza.
APPROFONDIMENTO
La città greca
I miti di Tebe e di Dioniso ci introducono nel cuore di una delle massime creazioni della cultura greca: la POLIS. [leggere da pag. 156 a 158]
7. Edipo fuori luogo
Dopo la morte di Penteo, la partenza di Cadmo e Agave, nasce il problema della successione al trono. Ci sono molte lotte perché dovrebbe passare ad un figlio di Cadmo, Polidoro, ma questo lo tiene per poco tempo perché viene spodestato dallo stesso figlio Labdaco. Nella loro famiglia esistono le buone qualità derivate da Armonia, e le qualità guerresche e violente derivate dai “nati dalla terra”. Quando Labdaco muore il figlio Laio ha solo un anno e perciò il trono viene preso da Nitteo e Lico due violenti che saranno eliminati da personaggi estranei a Tebe. Laio è costretto all’esilio ed è ospitato a Corinto presso il re Pelope.
Generazioni zoppicanti
A Corinto Laio si innamora di Crisippo, giovane figlio del re Pelope e lo violenta. Crisippo indignato e scandalizzato si suicida. Quando il re si accorge di questo rapporto erotico, lancia contro Laio una maledizione solenne chiedendo che la stirpe dei Labdacidi sia destinata alla estinzione.
Il nome Laio significa “sinistro, distorto, deviato”. E’ stato infatti deviato (= allontanato) dalla successione e ha distorto il gioco amoroso con Crisippo usandogli violenza.
Quando torna a Tebe coloro che hanno rimpiazzato Lico e Nitteo vengono uccisi e Laio viene accettato come re perché è di discendenza regale. Questo sposa Giocasta, di discendenza guerriera, ma non ha figli. Per questo motivo consulta l’oracolo di Delfi che gli dice: “Se tu avrai un figlio, quello ti ucciderà e giacerà con sua madre”. Laio terrorizzato non vuole più avere rapporti con Giocasta ma un giorno in cui è ubriaco, concepisce con lei un figlio. Siccome i due sanno che questo bambino sarà la loro rovina, lo affidano ad un pastore perché lo uccida. Questo lo appende alle sue spalle con una cordicella che gli trapassa il tallone e lo consegna ad un suo amico perché non ha il coraggio di ucciderlo. Neanche l’amico però ne ha il coraggio e sapendo che il re Polibo e la regina Peribea, di Corinto, non hanno figli e li desiderano, porta il piccolo da loro che lo allevano come figlio.
Così Edipo scacciato dalla sua città Tebe e dai suoi genitori, ora viene guardato un po’ come un intruso (infatti è figlio adottivo) dalla élite corinzia.
“Un figlio finto”
Un giorno un ragazzo litiga con Edipo e gli rinfaccia di essere “un figlio finto”, cioè di non essere il vero figlio del re. Lui, turbato, riferisce tutto a Polibo che lo rassicura senza riuscire però a tranquillizzarlo tanto che Edipo va a Delfi per consultare l’oracolo: “Insomma di chi sono figlio?” domanda. L’oracolo anziché dare una chiara risposta, gli dice che ucciderà il padre e che giacerà con la madre. Edipo inorridisce e da quel momento vuole andare lontano, fuggire; vuole diventare un errante, ma prima si dirige verso Tebe.
Lì intanto una terribile pestilenza, spinge Laio a chiedere aiuto a chiedere aiuto all’oracolo di Delfi; così padre e figlio (che non si riconoscono) bisticciano per una questione di precedenza dei carri lungo strada. Nasce una feroce lotta, anche tra i cocchieri. Tutti si colpiscono ed Edipo oltre che un cocchiere, colpisce a morte Laio, convinto di aver agito per legittima difesa. Continua la sua vita errante sinchè un giorno torna a Tebe dove da molto tempo si trova alle porte della città un mostro mezzo donna e mezzo leone chiamato Sfinge. Questa sottopone i giovani della città allo scioglimento di un enigma e se non lo indovinano li uccide. Il trono di Tebe (ucciso Laio) viene preso da Creonte, fratello di Giocasta, che visto questo bel giovane straniero, Edipo , spera che possa riuscire nell’impresa di intelligenza. Perciò gli dice che se riuscirà a vincere il mostro, indovinando l’enigma, sposerà la regina di Tebe.
Audacia funesta
Edipo quindi va dalla sfinge che gli formula il famoso enigma: “Chi è qell’essere ce ha due piedi, tre piedi e quattro piedi?” Edipo riflette e risponde: “L’uomo quando è bambino, adulto e vecchio. Vedendosi vinta la Sfinge si getta dall’alto della sua colonna e muore.
Tebe esulta perché è liberata dal mostro e porta in trionfo Edipo che, sposata Giocasta, diventa re a pieno titolo. Tutto procede bene per alcuni anni. La coppia ha dei figli: due maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Ismene e Antigone.
In seguito una eccezionale pestilenza si abbatte su Tebe, sconvolgendo non solo gli uomini, ma anche tutta la natura: le fonti si asciugano, i campi inaridiscono, le malattie fanno strage. Creonte decide mandare una delegazione a Delfi sotto la guida di Edipo dicendogli di cercare di indagare sull’origine di questo male dato che li ha già salvati una volta (dalla Sfinge).
La risposta di Delfi è che il male non cesserà finchè la morte di Laio non sarà vendicata. Edipo, che non sa che la persona che ha ucciso è Laio, si impegna a cercare il colpevole e a malincuore, sotto suggerimento di Creonte, accetta di far chiamare l’indovino Tiresia (di cui non ha nessuna stima perché non ha saputo indovinare l’enigma della sfinge). Tiresia, interrogato davanti a Creonte, Edipo e il popolo, non vuole parlare. Edipo allora si infuria e non ha nessun rispetto per l’indovino. Tiresia però si rifiuta di velare ciò che conosce per una saggezza divina; infatti lui sa chi è il colpevole e sa chi è Edipo. Quest’ultimo, dato che Tiresia non parla si convince che il colpevole è Creonte perché voleva prendere il potere e ordina che abbandoni subito la città. Tra i due si sviluppa un lotta: la città è divisa, da una parte la stirpe pura di Cadmo, dall’altra quella dei seminati (Labdaco, Laia, Edipo).
Quando viene fuori la storia dell’incidente, Edipo si accorge che corrisponde al suo ma siccome ci sono due diverse versioni vuole convocare l’uomo che era presente al momento dei fatti.
In quel momento arriva una messaggero da Coriste che comunica ad Edipo che i suoi genitori sono morti. Edipo in un certo senso è sollevato perché non può uccidere il padre e gicere con la madre perché ormai defunti. Il messaggero si aspetta che torni a Corinto per governarla ma Edipo risponde che lui l’aveva lasciata per ciò che gli era stato predetto dall’oracolo. Allora il messaggero replica dicendo che non se ne doveva preoccupare perchè non erano i suoi veri genitori. Edipo è stupito.

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Esempio



  


  1. joacquin castagna

    sto cercando una trama sul libro l'universo gli dei gli uomini di vernant sostengo il quarto ginnasio al liceo classico mameli di roma