Prova vuoto di un trasformatore

Materie:Altro
Categoria:Elettrotecnica

Voto:

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Testo

Istituto Tecnico Industriale Statale “A. Meucci”
Laboratorio di Misure Elettriche
Classe
4° B
Specializzazione
ETA
Gruppo
Alunno
Esercitazione n.
4
Data
Compiti svolti
Montaggio
Rilevaz. Caratt. App.
Verifica montaggio
Rilevamento dati
Oggetto dell’esercitazione
Prova a vuoto di un trasformatore monofase
Schema

Strumenti adoperati
Sigla
Descrizione
Tipo
Classe
Costruttore
Modello
Matricola
Portate
NDFS
Note
V
VOLTMETRO
0.5
SAMAR
150V
300V
150
A
AMPEROMETRO
0.5
YOKOGAWA
ELECTRIC
WORKS
Z013
MOD.377
2,5/10A
100
W
WATTMETRO A BASSO cosφ
0.5
SEB
E/05
A23183
150W
A: 5/10A
V: 150/300V
150
Tr
TRASFORMATORE
220-127V
DIDACTA ITALIA
D00226
75041136
Riferimenti teorici e normativi:
Teoria degli errori
Una misura non è mai esatta, ma sempre affetta da errori. Con particolare riferimento alle misure elettriche, oltre agli errori grossolani dovuti a disattenzione, si possono avere due tipi di errore:
-Errori sistematici: influenzano il risultato sempre nello stesso senso e non possono pertanto essere compensati facendo la media di più misurazioni.
-Errori accidentali: sono dovuti a cause che si possono immaginare in linea di principio ma di cui non si possono prevedere gli effetti. In genere sono conseguenza dell’incertezza con cui sono poste determinate condizioni di misura che vengono invece considerate come se fossero attuate esattamente. Gli errori accidentali hanno la proprietà di essere variabili sia in valore che in segno e si individuano ripetendo una misura diverse volte con gli stessi strumenti e in condizioni che, per quanto sta nelle facoltà dell’operatore, possono essere ritenute costanti. L’eventuale discordanza dei risultati, supposto nullo ogni errore sistematico, sarà dovuta alla presenza di errori accidentali.
ERRORE D’ANGOLO ED ERRORE DI FASE:Dai fatti esposti risulta in particolare che nel wattmetro elettrodinamico il circuito voltmetrico deve presentare un’induttanza L nulla o trascurabile affinché la corrente I nella bobina mobile risulti in fase con la tensione V.
In realtà, l’induttanza L del circuito voltmetrico non può mai risultare di valore nullo; la corrente I che percorre la bobina mobile perciò non è esattamente in fase con la tensione di linea V, ma è invece sfasata in ritardo di un piccolo angolo ε, detto “errore d’angolo” del wattmetro. Il diagramma vettoriale che definisce il regime di funzionamento del wattmetro assume perciò la configurazione rappresentata in figura. Ne risulta quindi un errore sistematico di misura che è espresso in percento dalla relazione:
ΔP%=100 (P’-P)/P=100ε tanφ
dove P’ è la potenza indicata dallo strumento e P è la potenza sul carico.
L’errore sulla potenza così definito è chiamato “errore di fase” del wattmetro:esso diviene particolarmente insidiosi nelle misure di potenza su circuiti fortemente induttivi o capacitivi nei quali tan φ può assumere valori assai elevati.

PERDITE NELLE MACCHINE ELETTRICHE:
Le trasformazioni energetiche che avvengono nelle macchine elettriche sono sempre accompagnate da fenomeni dissipativi che determinano la degradazione in calore di una parte dell’energia ricevuta. L’entità del flusso di calore prende il nome di potenza perduta o dissipata o, semplicemente di perdite. L’esame delle perdite che si manifestano in una macchina elettrica è fondamentale importanza sia tecnica che economica.
Da loro dipende innanzitutto il funzionamento della macchina stessa, che non può superare determinati limiti per non provocare un degradamento eccessivamente rapido delle caratteristiche meccaniche e isolanti dei materiali dielettrici impiegati. Le perdite incidono inoltre sul costo di esercizio della macchina. Per l’uno o l’altro motivo si rende quindi necessario contenere l’entità delle perdite entro valori tecnicamente ed economicamente accettabili. Ciò viene fatto ponendo dei limiti alle sollecitazioni elettriche, magnetiche, meccaniche ecc. a cui sono sottoposte le diverse parti costituenti una macchina. Per il caso che qui interessa delle macchine elettriche,il contenimento delle perdite impone, per ogni macchina di date dimensioni, limiti superiori per le tensioni e le correnti di funzionamento e quindi,in ultima analisi per la potenza. I fenomeni che nelle macchine elettriche determinano dissipazione di potenza sono molti e assai complessi. Fra le perdite che ne conseguono, le principali sono quelle di seguito esposte:
-Perdite per effetto Joule: Rientrano in questa categoria le perdite che si manifestano in tutte le parti componenti la macchina elettrica destinate ad essere percorse da corrente elettrica. Tali parti sono dette avvolgimenti: se R è la resistenza di un avvolgimento e I è il valore efficace della corrente che lo percorre, la potenza media dissipata in esso per Effetto Joule è:
Pj = R* I2
Occorre ricordare che nel calcolare la resistenza R da introdurre si deve tenere conto dell’inevitabile riscaldamento degli avvolgimenti. Inoltre, nel caso di avvolgimenti percorsi da corrente alternata, la resistenza è maggiore di quella misurabile in corrente continua. Ciò è dovuto anche all’effetto della pelle che tende a concentrare le linee di corrente solo in una parte della sezione disponibile del conduttore. Il fenomeno è tanto più importante quanto maggiori sono la sezione dei conduttori e la frequenza di lavoro.
-Perdite nel ferro: Queste perdite si manifestano nei nuclei ferromagnetici interessati da induzioni variabili nel tempo. Tale situazione è frequente nelle macchine elettriche dove la struttura magnetica o parte di essa è spesso interessata da induzioni alternate sinusoidali o che si possono ritenere tali in prima approssimazione.
Con queste ipotesi si hanno nei materiali ferromagnetici perdite per isteresi e per correnti parassite. In questo caso si considera la perdita specifica per unità di peso. Nel caso di circuiti magnetici laminati, essa può essere calcolata in funzione dell’induzione massima Bm e della frequenza f con l’espressione qui sotto citata:
P’f = Ki * f * Bαm + Kc * f2 * B2m * δ2 (W/Kg)
con α variabile fra 1,6 e 2, δ spessore dei lamierini e Ki e Kc coefficienti che dipendono dal tipo di materiale. Il primo addendo si riferisce alle perdite per isteresi, il secondo a quelle delle correnti parassite.
Per tutti i materiali ferromagnetici viene fornita la cifra di perdita Cp intendendo con ciò la potenza perduta in un kilogrammo di materiale, quando sia sottoposto a un’induzione sinusoidale con valore massimo di 1 T alla frequenza di 50 Hz. Nel caso in cui la frequenza risulti diversa da 50 Hz o l’induzione massima diversa da 1 T, si può stimare la perdita per unità di peso con l’espressione qui sotto:
P’f = Cp (f/50)m * B2m (W/Kg)
in cui m compreso fra1,2 e 1,8.
Calcoli preliminari e scelta degli strumenti:
Calcoli preliminari:
Dati del wattmetro:
PA(W) = 5 A
PV(W)1-5= 150 V
PV(W)6-9= 300 V
NDFS= 150 div
K(W)1-5= ((PA(w) PV(w)) /NDFS) cosφ = ((5*150)/150) * 0,2 = 1 W/div
K(W)6-9= ((PA(w) PV(w)) /NDFS) cosφ = ((5*300)/150) * 0,2 = 2 W/div
Dati del voltmetro:
P(V)1-5 = 150 V
P(V)6-9 = 300 V
NDFS = 150 div
K(V)1-5 = P(V) / NDFS = 150/150 = 1 V/div
K(V)6-9= P(V) / NDFS = 300/150 = 2 V/div
Dati dell’amperometro:
P(A)1-9 = 2,5 A
P(A)10= 5 A
NDFS = 100 div
K(A) = P(A) / NDFS = 2,5/100 = 0,025 A
-Calcoli preliminari per la scelta della portata dell’amperometro:
Inoltre abbiamo effettuato altri calcoli per trovare la portata dell’amperometro più adeguata per la nostra esperienza:
In = Sn / V1n = 2000 / 220 = 9,09 A
Io% = 10%
Io = (Io% * In) / 100 = (100 * 9,09) / 100 = 0,909A segue che Io≈1 A
Quindi come portata dell’amperometro ho scelto 2 A essendo questo valore il più vicino a questa soluzione.
Tipi di strumenti:
-Amperometri elettromagnetici
Abbiamo scelto di lavorare con questo amperometro poiché è ideale per le basse correnti: infatti I < 5 A.
Gli amperometri elettromagnetici detti anche a ferro mobile ( famosi per le caratteristiche intrinseche di precisione, robustezza e limitato autoconsumo) sono basati sulle azioni attrattive che il campo creato da una bobina percorsa da corrente esercita su un nucleo di ferro dolce convenientemente sagomato.
Il circuito interno dello strumento si riduce perciò a un’unica bobina fissa in rame, mentre l’equipaggio mobile è costituito da un piccolo nucleo di materiale magnetico, imperniato sull’asse dello strumento.
La coppia antagonista è ottenuta per mezzo di molle a spirale.
Una delle forme costruttive più comuni è quella rappresentata in figura. Essa è costituita da una bobina b,
in un filo di rame più o meno grosso, entro la quale si trovano due nuclei cilindrici di ferro dolce F ed M rispettivamente fisso e mobile: quest’ultimo è rigidamente collegato all’asse O al quale è fissato anche l’indice dello strumento.Al passaggio della corrente I i due nuclei di ferro, magnetizzando nello stesso senso,si respingono e il segmento M si allontana da F provocando la deviazione dell’indice. Tutti gli estremi a ferro mobile servono indifferentemente sia per le correnti continue che alternate: infatti invertendosi la corrente s’inverte anche il verso della magnetizzazione dei nuclei magnetici e perciò il verso delle forze che li sollecitano non muta.
La coppia motrice dipende dal prodotto dei valori dell’induzione magnetica nei due segmenti magnetizzati e siccome questi valori dipendono ciascuno a loro volta dall’intensità della corrente, la coppia risulta dipendente dal quadrato della corrente I che percorre la bobina(o dal quadrato del valore efficace), come negli strumenti elettrodinamici:
Tm = Km I
In conseguenza dei fenomeni dissipativi che inevitabilmente hanno sede nei nuclei magnetici questi strumenti non possono mai rivestire carattere di grandissima precisione(massima classe 0,2).
Essi rappresentano d’altra parte gli strumenti più economici e più robusti e perciò costituiscono la categoria tipica degli strumenti normali da quadro e degli strumenti portatili da officina e anche da laboratorio.
Voltmetro elettromagnetico: si basano sugli stessi principi dell’amperometro elettromagnetico.
- WATTMETRI ELETTRODINAMICI
I più importanti tipi di wattmetri sono quelli elettrodinamici. Un wattmetro elettrodinamico è costituito da una bobina fissa inserita in serie su uno dei fili di linea a costituire il circuito amperometrico dello strumento e da una bobina mobile derivata fra i due fili a costituire il circuito volumetrico.
La struttura di questo strumento, e il relativo principio di inserzione, corrispondono agli schemi rappresentati.
La corrente alla bobina mobile viene addotta, come al solito, attraverso le molle antagoniste.
La bobina fissa è sempre costituita da un limitato numero di spire di sezione proporzionata alla portata amperometrica che si vuol realizzare, mentre la bobina mobile è formata con molte spire di filo sottilissimo.
La resistenza propria della bobina mobile, insieme alla resistenza addizionale in manganina Ra, forma la resistenza del circuito voltmetrico Rv, che deve essere proporzionata alla portata volumetrica dello strumento. Esternamente il wattmetro presenta quattro morsetti: i due più grossi rappresentano i capi del circuito amperometrico, costituito dalla bobina fissa, e i due più piccoli rappresentano i capi del circuito voltmetrico, costituito dalla bobina mobile e dalla resistenza addizionale interna.
Nelle condizioni d’inserzione indicate, la bobina fissa è attraversata dalla stessa corrente I che attraversa il circuito utilizzatore di cui si vuol misurare la potenza: questa corrente sarà in generale sfasata di un certo angolo φ rispetto alla tensione V di linea. La bobina mobile sarà invece percorsa da una certa corrente Iv.
Per effetto della tensione V che risulta applicata agli estremi del circuito voltmetrico: se questo circuito, di resistenza ohmica Rv, presenta un induttanza nulla o trascurabile, la corrente Iv sarà determinata dalla relaz.
Iv = V / Rv
e risulterà in fase con V come è indicato .
In queste condizioni, fra le due correnti I e Iv che percorrono rispettivamente la bobina fissa e mobile, esiste lo stesso angolo di sfasamento φ che caratterizza il fattore di potenza del circuito utilizzatore cos φ .
D’altra parte la coppia motrice che sollecita la bobina mobile di uno strumento elettrodinamico è proporzionale in ciascun istante al prodotto fra i valori istantanei delle correnti che percorrono le due bobine: il valore medio Tm di tale coppia risulta conseguentemente proporzionale al prodotto fra i valori efficaci delle due correnti per il coseno del loro angolo do sfasamento. Si può scrivere pertanto

Tm = K I Iv cosφ = (K / Rv) V I cosφ = Km P
essendo Iv = V / Rv, e il prodotto V I cosφ la potenza attiva P che si vuol misurare.
Sotto l’azione di questa coppia, la bobina mobile devia fino a raggiungere l’equilibrio con la coppia antagonista Ta = Ka δ fornita dalla torsione elastica delle molle antagoniste. La deviazione di equilibrio δ dello strumento è quindi definita dall’eguaglianza fra le due coppie Ta e Tm, e cioè dalla uguaglianza

Ka δ = Km P
Ne risulta P = (Ka / Km) δ = K δ dove K costituisce la costante wattmetrica dello strumento.
-TRASFORMATORE
-Principio di funzionamento del trasformatore:
La diffusione della correnti alternate nel campo delle applicazioni industriali dell’energia è in gran parte basata sulla possibilità di eseguirne la trasformazione da bassa ad alta tensione e viceversa con l’impiego di una macchina statica, e cioè senza organi di movimento, di costruzione semplice e di rendimento assai elevato, quale è il trasformatore.
Il trasformatore industriale di un nucleo magnetico di piccola riluttanza e perciò realizzato con materiale di elevata permeabilità, senza interposizione con il tra ferro: per ragioni di semplicità costruttiva a quest nucleo si dà la forma parallelepipeda.
Attorno al nucleo sono disposti due avvolgimenti isolati e distinti, ciascuno costituito da un certo numero di spire N1 e N2 di piccola resistenza elettrica. Applicando agli estremi di uno di questi avvolgimenti la tensione alternata da trasformare U1 si rende disponibile agli estremi dell’altro avvolgimento la tensione trasformata U2. In pratica l’avvolgimento che viene alimentato alla tensione da trasformare U1 viene detto avvolgimento primario e l’altro, ai cui estremi si preleva la tensione trasformata U2, costituisce l’avvolgimento secondario; anche le due tensioni U1 e U2 vengono brevemente indicate coi nomi di tensione primaria e secondaria del trasformatore e analogamente per le due correnti I1 e I2 che percorrono i due avvolgimenti.
-TRASFORMATORE REALE A VUOTO
Uno degli aspetti principali per cui un trasformatore industriale, e cioè un trasformatore reale, si distingue da un trasformatore ideale è rappresentato dal fatto che, a causa dei fenomeni di isteresi magnetica e delle correnti parassite, il flusso alternato nel nucleo determina una dissipazione di potenza che prende il nome di “perdita nel ferro” del trasformatore.
Le perdite dipendenti dall’isteresi sono dovute, come è noto, a una specie di attrito molecolare interno al ferro che ostacola i magnetini elementari quando sono condotti a orientarsi alternamente in versi opposti: le perdite per correnti parassite sono invece di natura elettrica e cioè corrispondono all’effetto Joule delle correnti indotte in seno al nucleo dal flusso alternato che lo attraversa.
In generale le perdite per isteresi sono già per loro natura di entità tollerabile: le perdite per correnti parassite invece sarebbero assolutamente proibitive se il nucleo venisse costruito con sezione piena.
Per ridurle a valori accettabili è necessario interrompere i circuiti secondo cui tendono a richiudersi le correnti indotte componendo il nucleo con un pacco di lamiere isolate fra loro per obbligare le correnti parassite a chiudersi nella stretta sezione di ogni singolo stato come si può notare anche dalla figura qui sotto rappresentata.
In generale le perdite nel ferro dipendono dal valore dell’induzione massima (Bmax )e dalla frequenza f.
In un trasformatore, se è mantenuta costante la tensione primaria V1, rimane costante anche il flusso, il cui valore massimo (Φmax) viene definita dalla seguente espressione
Φmax = V1 / (4,44 * f * N1)
Risulta perciò costante l’induzione B nel nucleo e ne consegue che le perdite nel ferro di un trasformatore alimentato a tensione costante sono indipendenti dalle condizioni di carico e sono le stesse tanto nel funzionamento a vuoto che a carico. D’altra parte nel funzionamento a vuoto sono trascurabili le perdite per effetto Joule negli avvolgimenti, vale a dire le perdite nel rame del trasformatore, perché l’avvolgimento primario è percorso da una sola corrente molto piccola e l’avvolgimento secondario è aperto: si dice perciò che le perdite nel ferro Pf di un trasformatore costituiscono la perdita a vuoto Po, e cioè la potenza Po assorbita dall’avvolgimento primario alimentato a tensione e frequenza nominali mentre il secondario è aperto.
Una conseguenza importante di questo assorbimento di potenza è che la corrente assorbita a vuoto dal trasformatore in realtà non può essere sfasata di 90° rispetto alla tensione di alimentazione, ma deve ammettere necessariamente, insieme alla componente magnetizzante Iμ, anche una certa componente attiva Ia in fase con la tensione. Il diagramma vettoriale relativo al funzionamento a vuoto del trasformatore si presenta perciò come nella figura qui sotto riportata.
Il flusso del nucleo rimane ancora sfasato di 90° in ritardo rispetto alla tensione primaria U1 = -E1o, ma per produrre questo flusso si richiede una corrente Io che ammette due componenti:
una Iμ in fase con il flusso, la quale costituisce la corrente magnetizzante che basterebbe da sola a produrre il flusso in un nucleo ideale privo di perdite, e un’altra Ia in fase con la tensione, la quale costituisce la corrente di perdita, necessaria per compensare le perdite che si hanno nel nucleo.
Il valore della prima dipende dalla riluttanza Rm offerta dal nucleo magnetico quando è interessato dal flusso Ф, e risulta perciò dalla relazione (legge di Hopkinson)
Iμ = (Ф * Rm) / N1
Il valore della seconda è legato invece all’entità delle perdite del ferro Pf, ed è quindi fornito dal rapporto
Ia = Pf / U1
La corrente a vuoto Io è la risultante vettoriale di queste due componenti attiva e magnetizzante:
Io = Iμ + Ia
Essa risulta sfasata di un piccolo angolo α in anticipo rispetto al flusso Ф (angolo di perdita del nucleo) ed è quindi sfasata in ritardo sulla tensione U1 di un certo angolo φo minore di 90°: il coseno di quest’angolo rappresenta il fattore di potenza a vuoto del trasformatore, espresso dal rapporto
cosφo = Ia / Io
essendo
Io = √ I2μ + I2a
l’ampiezza della corrente a vuoto.
Spesso proprio quest’ultima Io e la potenza a vuoto Po vengono espresse in percento della corrente nominale I1n e della potenza nominale Sn mediante le relazioni

Io% = (Io / I1n) * 100; Po% = (Po / Sn) *100;
è facile controllare che risulta cosφo = Po% / Io%
La potenza nominale (e cioè la potenza di targa) di un trasformatore è definita dalla potenza apparente di ciascuno dei suoi avvolgimenti
Sn = U1n * I1n = U2n * I2n
Il funzionamento a vuoto del trasformatore reale e in particolare dell’assorbimento della corrente di perdita Ia viene attribuito alla presenza di una resistenza fittizia Ro connessa in derivazione fra i morsetti di alimentazione del trasformatore ideale e definita in valore dal rapporto Ro = U1 / Ia
Analogamente, l’assorbimento della corrente magnetizzante Iμ viene attribuito alla presenza di una reattanza fittizia Xo = U1 / Iμ anch’essa derivata fra i morsetti di alimentazione.
Le correnti di carico sono nulle ( I2 = 0; I’1 =0). La corrente assorbita è rappresentata dalla Io. La tensione ai morsetti secondari è la U20 = E20 = U1 / n e coincide in ampiezza e fase con la f.e.m. secondaria generata a vuoto.
Le potenze attiva e reattiva assorbite hanno i valori
Po = U1 * Io * cosφo;
Qo = U1 * Io * senφo = Po * tgφo
Montaggio ed esecuzione:
Esecuzione del montaggio:
Per questa esperienza avevamo a disposizione un amperometro e un voltmetro elettromagnetico, un wattmetro elettrodinamico e un multimetro digitale.
L’amperometro e la bobina amperometrica del wattmetro l’abbiamo inserite in serie al circuito.
Invece il voltmetro e la bobina volumetrica del wattmetro in parallelo.
In parallelo inoltre sull’uscita del trasformatore abbiamo inserito un multimetro digitale che ci ha permesso di misurare la tensione sul secondario.

Formule adoperate e calcoli effettuati:
Po1= K(w) 1-5 * δ(w)1= 1*9 =9 W
Po2= K(w) 1-5 * δ(w)2= 1*15 =15 W
Po3= K(w) 1-5 * δ(w)3= 1*21 =21 W
Po4= K(w) 1-5 * δ(w)4= 1*28 =28 W
Po5= K(w) 1-5 * δ(w)5= 1*36 =36 W
Po6= K(w) 6-10 * δ(w)6= 2*21 =42 W
Po7= K(w) 6-10 * δ(w)7= 2*26 =52 W
Po8= K(w) 6-10 * δ(w)8= 2*32 =64 W
Po9= K(w) 6-10 * δ(w)9= 2*42 =82 W
Po10= K(w) 6-10 * δ(w)10= 2*55 =110 W
Io1= K(a) * δ(a)1= 0,025*11 =0,28 A
Io2= K(a) * δ(a)2= 0,025*13 =0,33 A
Io3= K(a) * δ(a)3= 0,025*15 =0,38 A
Io4= K(a) * δ(a)4= 0,025*17 =0,43 A
Io5= K(a) * δ(a)5= 0,025*19 =0,48 A
Io6= K(a) * δ(a)6= 0,025*22 =0,55 A
Io7= K(a) * δ(a)7= 0,025*27 =0,68 A
Io8= K(a) * δ(a)8= 0,025*36 =0,90 A
Io9= K(a) * δ(a)9= 0,025*48 =1,20 A
Io10= K(a) * δ(a)10= 0,05*13 =0,65 A
Vm1= K(w) 1-5 * δ(w)1= 1*60 =60 V
Vm2= K(w) 1-5 * δ(w)2= 1*80 =80 V
Vm3= K(w) 1-5 * δ(w)3= 1*100 =100 V
Vm4= K(w) 1-5 * δ(w)4= 1*120 =120 V
Vm5= K(w) 1-5 * δ(w)5= 1*140 =140 V
Vm6= K(w) 6-10 * δ(w)6= 2*80 =160 V
Vm7= K(w) 6-10 * δ(w)7= 2*90 =180 V
Vm8= K(w) 6-10 * δ(w)8= 2*100 =200 V
Vm9= K(w) 6-10 * δ(w)9= 2*110 =220 V
Vm10= K(w) 6-10 * δ(w)10= 2*120 =240 V
RAPPORTO DI TRASFORMAZIONE =
A VUOTO
Il valore che si ottiene dalla divisione è un numero adimensionato che rappresenta anche il rapporto fra le spire del primario e quelle del secondario.
Grafici:

Tabella/e dei dati rilevati e/o calcolati:

Pa(w)
Pv(w)
NDFS
K(w)
δ(w)
Po
P(v)
NDFS
K(v)
δ(v)
Vm
P(a)
NDFS
K(a)
δ(a)
Io
A
V
div
W/div
div
W
V
div
V/div
div
V
A
div
A/div
div
A
1
2,5
150
150
1
9
9
150
150
1
60
60
2,5
100
0,025
11
0,28
2
2,5
150
150
1
15
15
150
150
1
80
80
2,5
100
0,025
13
0,33
3
2,5
150
150
1
21
21
150
150
1
100
100
2,5
100
0,025
15
0,38
4
2,5
150
150
1
28
28
150
150
1
120
120
2,5
100
0,025
17
0,43
5
2,5
150
150
1
36
36
150
150
1
140
140
2,5
100
0,025
19
0,48
6
2,5
300
150
2
21
42
300
150
2
80
160
2,5
100
0,025
22
0,55
7
2.5
300
150
2
26
52
300
150
2
90
180
2,5
100
0,025
27
0,68
8
2,5
300
150
2
32
64
300
150
2
100
200
2,5
100
0,025
36
0,90
9
2,5
300
150
2
42
82
300
150
2
110
220
2,5
100
0,025
48
1,20
10
5
300
150
2
55
110
300
150
2
120
240
5
100
0,05
13
0,65
Considerazioni sui risultati:
In questa esperienza dovevamo effettuare la prova a vuoto del trasformatore. Dopo tutti i calcoli e le misurazioni effettuate siamo riusciti a calcolare la potenza attiva reale decurtando gli autoconsumi, e l’effettiva intensità di corrente Io; inoltre abbiamo calcolato per ogni misurazione i relativi costo.
Dopo aver trovato tutti i dati finali relativi alla prova presa in considerazione abbiamo disegnato i grafici finali relativi alla prova del trasformatore a vuoto.Quindi possiamo concludere che l’esperienza è stata svolta senza particolari errori
Giudizio dell’insegnante:
1

Esempio