Mercati Finanziari: appunti di economia

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Categoria:Economia
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Testo

Mercati finanziari: Mercati nei quali vengono scambiate le attività finanziarie, le cui comprendono:
• Obbligazioni, ossia titoli emessi da società o dallo stato, che rappresentano un prestito o una promessa di rimborso, provvisto di interesse, con una data scadenza.
• Azioni, titoli che rappresentano quote di partecipazione in società per azioni dando diritto alla partecipazione agli utili della stessa.
• Fondi comuni d’investimento, strumento di gestione del risparmio che investe il denaro raccolto in valori mobiliari o immobiliari.
Per semplicità, s’ipotizza che esistano solo due attività finanziarie: la moneta (liquida e utilizzabile) e i titoli (non liquidi ed utilizzabili, ma che forniscono un tasso i). Convenzionalmente, ci si riferisce ad un concetto di moneta, che comprende: il circolante, i depositi a vista non vincolati e i depositi a tempo (vincolati cioè fino ad un orizzonte massimo di 2 anni).

Esistendo solo due attività finanziarie, il portafoglio degli agenti economici, dovrà forzatamente creare un equilibrio tra questi due, ossia, questi due mercati, sono strettamente legati.

Il mercato della moneta e quello dei titoli, sono complementari tra loro, pertanto, la sola analisi del mercato monetario, permette di comprendere anche quello dei titoli.

Il costo opportunità della moneta, è pari al volume degli interessi che si percepirebbero se lo stesso capitale fosse investito in titoli. Ma la gestione di questi, provoca degli esborsi, per questo un investitore, evita di mantenere interamente il proprio capitale in forma di titoli, proprio per evitare i continui esborsi dovuti allo smobilizzo degli stessi per ogni necessità.

Per ogni investitore, l’equilibrio fra le due forme, si ottiene in base a diversi fattori:
• Il livello delle transizioni, ossia gli esborsi che il soggetto ha in preventivo di effettuare, maggiori sono le spese, maggiore sarà la percentuale di capitale in forma liquida (non bisogna dimenticare, però, che il livello delle transizioni è determinato dal reddito disponibile, al netto delle tasse).
• Il tasso di interesse sui titoli, questo, rappresenta in effetti il costo opportunità della moneta, maggiore è la remunerazione, minore sarà la quantità di moneta detenuta in portafoglio. In caso di i nullo, gli investimenti in titoli si riducono a zero.
Questo, secondo la teoria Keynesiana, significa che gli agenti economici, hanno preferenza per la liquidità, sono, infatti, disposti a rinunciare alla moneta (liquida), solo se ricevono in cambio, un adeguato tasso di interesse. La domanda di moneta e il tasso i, hanno quindi una proporzione inversamente proporzionale fra loro.

i alto, più titoli e meno moneta
Più reddito= più consumi, più moneta e meno titoli.

La moneta, è domandata, per tre scopi principali:
• Transattivo, quello motivato dalla necessità di finanziare gli acquisti, è la componente che è direttamente funzione crescente del livello del reddito;
• Precauzionale, ossia la quantità di liquidità di riserva, non utile nell’immediato ma detenuta per far fronte a spese impreviste, questa è funzione decrescente del tasso d’interesse, ossia all’aumentare di i, la tendenza è quella di investire in titoli anche questa percentuale e smobilizzarla solo nei momenti di necessità;
• Speculativo, cioè la quantità di domanda di moneta, creata dallo smobilizzo dei titoli, durante la speculazione di borsa;
Gli speculatori di borsa, non sono interessati al valore assoluto del titolo che acquistano o agli interessi che esso garantisce, ma operano sulle variazioni del suo valore di mercato. Se i è giudicato troppo basso, ci si aspetta un suo aumento, con il conseguente calo delle quotazioni per compensare il differenziale di rendimento tra i titoli vecchi e quelli nuovi, per questo si cerca di vendere i titoli, prima che il suo prezzo cominci a scendere, creando nuova domanda di moneta, che è funzione decrescente del tasso di interesse.

Definendo RI, la ricchezza totale esistente all’interno del sistema economico, Md la domanda di moneta e TITt la domanda di titoli, è possibile esprimere la complementarità dei due mercati con questa formula:
RI=Md+TITd

Sapendo che la Md, dipende dal livello totale delle transazioni nell’economia e dal tasso d’interesse e tralasciando la domanda di moneta a scopo precauzionale, si può dedurre che:

Mt+Msp=Md

La componente transattiva (Mt), è funzione crescente del reddito; mentre quella speculativa (Msp), è funzione decrescente del tasso di interesse:

Pertanto, Mt+Msp=Md, è un’espressione che dipende dal reddito e dal tasso i, cioè che aumenta al crescere del primo e diminuisce all’aumento del secondo.

f(Y,i)= sY-qi con s,q >0

Dalla precedente, si ricavano sY e qi, corrispondono: s alla sensibilità della domanda di moneta rispetto a Y, mentre q è la reattività della domanda di moneta rispetto a variazioni di i.

La Domanda di moneta, si riassume quindi nell’affermazione in cui si dichiara che:
la sua componente transattivi è direttamente proporzionale al reddito, mentre quella speculativa, è inversamente proporzionale al tasso di interesse.

i

Moneta
La domanda di moneta, si raffigura con una retta inclinata negativamente, la retta, descrive la domanda di moneta per un livello di Y, se questo varia, la curva si sposta per intero all’interno del grafico.
Si ricava che:
TITd=RI- sY-qi
Questa denota come la domanda di titoli cresce al crescere della ricchezza totale RI rispetto alla quale la domanda di moneta non è sensibile.
i

Moneta

Per ricavare l’equilibrio monetario, si eguagliano l’offerta e la domanda di moneta:

MO=Md

MO, è un dato esogeno, determinato dalla banca centrale e dalle altre banche, indifferente al tasso i, quindi si rappresenta con una retta verticale, l’equilibrio, si ottiene quindi, solo con un adeguamento di Md; l’incontro tra le curve, avviene nel punto E, al tasso di equilibrio i*. Essendo MO costante, è fondamentalmente il fattore che determina l’equilibrio.

Se il reddito monetario cresce, allora l’intera curva Md si sposta verso destra, questo porta il punto E ad un tasso i più elevato, poiché esso è in fin dei conti il prezzo della moneta stessa, quindi, a parità di offerta e con una domanda più alta, questo è destinato a crescere. In altre parole, se la Md aumenta e poiché l’aumento è dato dalla crescita della componente Mt, allora per ritrovare l’equilibrio è necessario diminuire Msp, il che accade alzando i. Infine, si può dire, che per la complementarietà dei mercati finanziari, un aumento di domanda di moneta, comporta un aumento dell’offerta dei titoli, dalla quale consegue una diminuzione della loro quotazione, che essendo inversamente proporzionale a i, dimostra che questo aumenta.

Un aumento della domanda di moneta Md, provocato da una crescita del reddito nominale aggregato, provoca sul mercato monetario un aumento del tasso d’interesse, a parità di moneta offerta MO.

Nella realtà, però, la quantità di moneta offerta, non è costante, ipotizzando un suo aumento, a causa di una politica monetaria espansiva, da parte della banca centrale, si avrà:

i

Moneta

Un aumento della retta verticale MO, causa un adeguamento di Md e comporta un nuovo punto di equilibrio, con un tasso i più basso, questo provoca l’aumento della componente speculativa di Md, mentre quella transattiva rimane invariata; infatti, in presenza di un eccesso di moneta, il tasso i, che ne rappresenta il prezzo, deve forzatamente diminuire; inoltre l’aumento di offerta di moneta, porta, per complementarità, un aumento di domanda di titoli, che comporta la crescita del loro prezzo e la conseguente contrazione del loro rendimento, misurato da i. La BC, per indurre gli agenti economici ad assorbire la nuova moneta, si offre di acquistare i titoli esistenti ad un prezzo più elevato, provocando un rialzo delle quotazioni e un ribasso di i.

La politica monetaria, fondamentalmente, esiste perché il tasso d’interessi è una variabile che collega la domanda di moneta (lato monetario dell’economia) e la spesa per investimenti reali delle imprese (mercato dei beni).

La politica monetaria è una leva che la BC utilizza per stimolare l’economia o per frenarla. Infatti, come già visto, un aumento di MO, porta la diminuzione di i, le imprese, avranno quindi un più agevole accesso al prestito bancario, quindi aumenterà I, che porta all’aumento di Y.

L’efficacia della politica monetaria, dipende in primo luogo, dall’entità di q. Ricordando la formula Md=sY-qi, si vede chiaramente, che se q, tende a 0, allora la domanda di moneta, risulta quasi del tutto indipendente da i, al contrario, all’aumentare di q, aumenta anche l’influenza di i nel risultato. Nel primo caso, anche un lieve aumento d’offerta di moneta, provoca una notevole riduzione di i, mentre nel secondo caso, anche un sostanziale aumento di MO, richiede solo una lieve diminuzione di i.

L’efficacia della politica monetaria, cresce al crescere degli effetti che essa produce a carico del tasso d’interesse d’equilibrio, ossia al crescere del parametro q.

Ipotizzando che q tenda a infinito, la domanda di moneta, assume una forma perfettamente elastica, ossia una curva parallela all’asse delle x, in questo caso qualsiasi aumento di MO, viene completamente assorbito senza costi. Ciò accade in caso di i molto basso, infatti la propensione sarebbe quella di sbarazzarsi di tutti i titoli perché gli interessi sono troppo illimitati, questo porta all’inefficacia della politica monetaria.

b, è il secondo fattore che influenza l’efficacia della politica monetaria e rappresenta la sensibilità degli investimenti al variare di i. Se b=0, allora gli investimenti sono interamente indipendenti da i e la politica monetaria, risulta inefficace; al contrario, se b è molto grande, le variazioni di i, seppur modeste, vengono amplificate da quel fattore. Quindi l’efficacia della politica monetaria, è direttamente proporzionale ai valori del parametro b.

Inoltre, b, può essere preso, come riflesso delle aspettative degli investitori, se queste sono ottimistiche, anche un lieve ribasso di i, provoca forti investimenti e viceversa.

Nel pensiero neoclassico, l’equazione Md=sY, con q=0, definita non realistica, è una delle basi di questo pensiero. Ricordando che : la moneta si limita a rendere più agevoli le transazioni, è appetibile solo per lo scopo transattivo, ignorando quello speculativo e quello precauzionale; quindi viene a mancare la complementarità tra i due mercati, inoltre l’irrilevanza di i, spezza i legami tra lato monetario e lato reale dell’economia. La moneta risulta essere soltanto un velo, essendo quindi neutrale. Infine la scienza economica deve concentrarsi principalmente sullo studio dei fenomeni reali. Queste teorie, sottolineano la differenza tra le teorie Keynesiane e il pensiero neoclassico.

Partendo dal presupposto neoclassico, che la moneta svolge la sola funzione di mezzo di pagamento, la sua velocità di circolazione, misura il numero di transazioni che un’unità di moneta può finanziare in un dato intervallo di tempo.

Il valore complessivo delle transazioni è il prodotto tra il livello generale dei prezzi P e le quantità fisicamente scambiate Q, inoltre la moneta necessaria a finanziare tutti gli scambi è data dal prodotto tra MO e la sua velocità di circolazione V, quindi deve valere l’equazione:

PxQ=MOxV da cui si deriva: V=PxQ/MO

Questa formula è il punto di partenza per formulare la teoria quantitativa della moneta, alla base della teoria monetaria neoclassica; questa si fonda su due ipotesi:
• La velocità di circolazione della moneta, è un fattore relativamente stabile, poiché non dipende da fattori di natura economica, ma istituzionali, che hanno cambiamenti limitati nel tempo;
• Anche Q è stabile nel tempo, perché, in un contesto tipicamente neoclassico, il livello di produzione effettivo, coincide sempre con quello potenziale.
Considerando V e Q costanti, si ottiene anche: P=kMO

Giungendo alla dimostrazione che:

Esiste una relazione che lega il livello medio dei prezzi alla quantità di moneta esistente, tale relazione descrive un legame di tipo causale che va dalla moneta ai prezzi: una modifica nell’offerta di moneta, induce una variazione proporzionale del livello dei prezzi, descritta da k. Questa equazione, descrive un meccanismo economico che stabilisce un nesso tra espansioni monetarie e inflazione, per cui le prime originano le seconde, questo costituisce il nocciolo della teoria quantitativa della moneta.

Nonostante Keynes, ritenga valida l’idea di un legame tra moneta e prezzi, critica la teoria neoclassica, poiché ritiene che tale legame abbia un’origine diversa da quella ipotizzata, infatti, secondo lui, è insensato ipotizzare che V sia costante. Egli parte dal presupposto che, essendo la moneta riserva di valore, la domanda di moneta degli agenti risponde non solo a finalità transattive, ma anche a scopi precauzionali, questa quota non viene utilizzata per le transazioni e ha una velocità di circolazione nulla. Quindi V, è la media tra Vp, sempre uguale a 0 e Vt. Pertanto:

V no0n può essere considerata costante e neppure esogena, infatti essa varia come risultato di fenomeni che si determinano sul mercato monetario.

V=Q/(sY-qi)

Keynes, inoltre, critica anche la teoria che Q possa essere costante, secondo lui, il sistema economico, si trova spesso in una condizione di sottooccupazione, ossia in una situazione in cui non tutte le risorse produttive sono pienamente sfruttate. Inoltre, la politica monetaria, può essere utilizzata proprio per stimolare il sistema economico e per modificare il livello di equilibrio del reddito. Per questo non è possibile ipotizzare la quantità di beni e servizi prodotta e scambiata.

Keynes, accetta però l’idea che nel lungo periodo moneta e prezzi evolvano nella stessa direzione, ma non ritiene che questo semplice co-movimento implichi sempre e comunque che la moneta sia il fattore scatenante e la causa dell’andamento dei prezzi stessi

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