la sfera della distribuzione

Materie:Appunti
Categoria:Economia Politica
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Testo

Per distribuzione del reddito si intende il modo in cui il flusso di ricchezza prodotto in un sistema economico viene ripartito fra i soggetti che hanno collaborato a produrlo. Il profitto come residuo: fu elaborata da Smith e Ricardo: secondo questa teoria il salario è fissato al livello di sussistenza e il profitto è il residuo che resta all’imprenditore dopo che ha pagato tutti gli altri fattori produttivi. Nessuna remunerazione è residuale: elaborata dai marginalisti, afferma ce il salario, l’interesse, il profitto e la rendita dipendono dal contributo specifico che ciascun fattore da al processo produttivi, la remunerazione di ogni fattore dipende dalla domanda dell’offerta; poiché in condizioni di concorrenza perfetta, non esistono. Il salario come residuo: sostiene che, una volta determinato il livello degli investimenti e il relativo tasso di sviluppo del sistema economico, il salario e non il profitto è un residuo. Le teorie sopra ricordate si possono raggruppare in due gruppi fondamentali: teorie sociali: la teoria classica e la teoria neokeynesiana: entrambe si basano sul concetto di sovrappiù o prodotto netto. Queste teorie si qualificano come 2sociali” in quanto tengono conto di elementi storici e istituzionali e studiano come il reddito si distribuisce fra le classi. Teoria funzionale: elaborata dai neoclassici. Secondo questa teoria non esiste il sovrappiù: l’attenzione si sposta dalle classi sociali ai fattori della produzione.

Il salario è la remunerazione che il lavoratore riceve per il lavoro prestato nell’impresa. Nel linguaggio ordinario viene chiamato salario la retribuzione dell’operaio, e stipendio quella degli impiegati; in economia, invece, il termine salario comprende le retribuzioni di tutti i lavoratori dipendenti, e quindi anche gli stipendi di impiegati e dirigenti. A seconda del criterio di misurazione il salario può essere: a tempo, se è misurato dalla durata del lavoro; a cottimo, se dipende dalla quantità di beni prodotta dal lavoratore; progressivo, se risulta da una combinazione dei due precedenti criteri. È opportuno introdurre una distinzione concettuale, relativa al potere di acquisto dei salari. I salari nominali costituiti dalla quantità di moneta che il lavoratore riceve in una unità di tempo; i salari reali, commisurati alla quantità di beni e servizi che il lavoratore può acquistare sul mercato. Il salario reale si ottiene dividendo i salari nominali per l’indice dei prezzi al consumo.
Il salario netto ottenuto dal lavoratore è uguale al salario lordo, al netto delle somme per: trattenute fiscali, costituite dalle imposte che in Italia sono versate al fisco direttamente dall’imprenditore; oneri sociali a favore degli enti previdenziali e assistenziali per pensioni, malattie, invalidità, disoccupazione. Nel mercato del lavoro si incontrano la domanda di lavoro, effettuata dalle imprese e dallo Stato, e l’offerta di lavoro, effettuata dai lavoratori. La contrattazione collettiva determina la quota di reddito nazionale destinata ai salari e ai profitti. Il valore normale dei salari tende a collocarsi al livello di sussistenza dei lavoratori.

Il profitto è il reddito percepito dall’imprenditore per la sua attività di organizzazione e gestione dell’impresa. È costituito dalla differenza tra i ricavi e i costi di produzione. Profitto normale: è la parte del costo di produzione che spetta all’imprenditore per la sua attività di organizzazione; extraprofitto: è l’eccedenza fra il ricavo realizzato dalle venite e il costo di produzione( comprensivo del profitto normale). Il profitto normale si può teoricamente distinguere nei seguenti elementi costitutivi: profitto come salario di direzione, che remunera l’attività organizzativa dell’imprenditore; profitto come interesse sui capitali investiti, che remunera i capitali investiti nel processo produttivo; profitto come premio per il rischio, che remunera l’imprenditore per il rischio affrontato. Prende il nome di saggio o tasso do profitto il rapporto percentuale fra il profitto e l’ammontare del capitale investito nell’impresa.

L’interesse è il compenso corrisposto da chi prende a prestito una somma di denaro a chi effettua il prestito. Può anche essere definito come il prezzo pagato per l’uso temporaneo del risparmio. Solitamente, il tasso di interesse viene concordato in termini monetari: pertanto, in presenza di inflazione, il mutuante riceve a titolo di interessi una quantità di moneta che può aver subito le conseguenze dell’inflazione. Da qui la necessità di distinguere l’interesse nominale dall’interesse reale, che tiene conto del diminuito potere di acquisto della moneta. L’interesse netto è la remunerazione che il mutuante riceve dal mutuatario per l’uso del risparmio; l’assicurazione per il rischio del mutuante di non ricevere alla scadenza le somme prestate: questa parte è soggetta a variazioni in relazione alla solvibilità del mutuatario, alla durata del prestito, alle attese circa la stabilità del valore della moneta. Il livello dell’interesse che gli imprenditori saranno disposti a pagare per l’uso del risparmio non potrà superare il rendimento ricavabile dagli investimenti da finanziare. Quanto più elevato è il tasso d’interesse tanto più basso sarà il tasso di investimenti e viceversa. Il saggio di interesse dipende dalla preferenza per la liquidità e può essere considerato come il prezzo per la rinuncia alla liquidità.

Si usa il termine “rendita”, in senso stretto, per designare il reddito che affluisce ai proprietari di beni strumentali non riproducibili e pertanto disponibili in una quantità fissa, non suscettibile di aumento. Il prezzo che si forma sul mercato non dipende dal costo di produzione ma è determinato esclusivamente dalle variazioni della domanda. La rendita si chiama differenziale perché nasce dalla differenza fra i costi di produzione: essa decresce a misura che si passa dal terreno più fertile al terreno meno fertile, oppure dal terreno più vicino alla città a quello più lontano. Nella terra meno fertile, o più lontana dal centro di consumo, l’imprenditore non gode di alcuna rendita, in quanto il prezzo di mercato è uguale al costo di produzione. Questa terra è detta marginale. La rendita assoluta compete invece ai titolari di beni non riproducibili ogni volta che la domanda è superiore all’offerta. Così, i proprietari di terreni agricoli godono di questa rendita quando la domanda aumenta e tutte le terre coltivabili sono ormai state messe o coltura. Il tal caso anche la terra marginale gode di una rendita assoluta. La rendita mineraria: le miniere hanno diversa profondità e diversa facilità di estrazione del minerale, e pertanto danno luogo e rilevanti rendite differenziali; la rendita edilizia: deriva dalla diversa posizione dei fabbricati nelle varie zone della città e dall’aumento della domanda di terreni edificabili in prossimità del perimetro urbano.

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