Le comuni analisi di laboratorio

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Testo

LA VES
La VES (velocità di eritrosedimentazione) è un esame che viene eseguito normalmente durante i consueti controlli medici. Il medico prescrive la VES anche quando sospetta che vi siano dei focolai d’infiammazione nell’organismo. Di solito viene abbinato ad altri esami, come l’esame del numero dei leucociti. Con la VES si misura la velocità con cui i globuli rossi sedimentano sul fondo di una pipetta di vetro. Dopo un normale prelievo, il sangue viene depositato in una speciale pipetta graduata insieme ad un liquido anticoagulante, il citrato di sodio. Si osserva il comportamento dei globuli rossi, che tenderanno naturalmente a depositarsi sul fondo della pipetta. Dopo un’ora si registrano i primi dati sulla velocità di sedimentazione e la pipetta viene tenuta sotto osservazione per due ore in tutto. Vengono contati i mm di globuli rossi che sedimentano e alla fine viene elaborato un dato conclusivo, l’indice di Katz. In una persona sana, la sedimentazione dei globuli rossi è un processo lento. I valori normali della VES variano a seconda dell’età: nel neonato raramente superano il valore di 2mm all’ora, mentre nei giovani e negli adulti sono compresi tra 1 e 10mm all’ora nell’uomo e tra 1 e 15mm all’ora nella donna. Negli anziani, invece, la VES può superare i 20mm all’ora. L’indice di Katz, che non viene espresso in mm, è considerato normale fino a 10-20.Prima di sottoporsi all'esame della VES è opportuno restare a digiuno almeno a partire dalla mezzanotte della sera precedente all’esame.
Valori normali
Valori lievemente aumentati
Valori elevati
Valori estremamente elevati
Neonato: meno di 2mm
Adulti, anziani: tra 20 e 50mm. Possono essere determinati da molte malattie tra cui anemia, artrosi, pertosse, toxoplasmosi, allergia acuta, periodo mestruale, gravidanza, periodo dopo il parto.
Adulti, anziani: tra i 50 ed i 90mm. Possono essere determinati da molti disturbi tra cui: artrite reumatoide, epatite virale, infezioni dei reni, mononucleosi, febbre reumatica ed altre malattie infettive, come la rosolia.
Adulti, anziani: oltre i 90mm. Possono essere determinati da molte malattia tra cui: linfomi e carcinomi, meningite acuta, encefalite, ascessi.
Uomo adulto: da 1 a 10mm
Donna adulta: da 1 a 15mm
LE TRANSAMINASI
L’esame delle transaminasi nel sangue è uno dei test più semplici ed efficaci per controllare la salute del fegato e viene consigliato come esame di routine. In particolare viene prescritto quando si sospetta un’infezione del fegato. Le transaminasi sono enzimi che si trovano in particolare nelle cellule del fegato e vengono indicate con la sigla GPT, altre che si trovano nel cuore e nei muscoli si chiamano GOT. L’esame determina la loro concentrazione nel siero del sangue: maggiore è questa concentrazione, tanto più il fegato o il cuore sono sofferenti, dato che questi organi quando sono sani trattengono le transaminasi nelle loro cellule non rilasciandoli nel sangue. quando si richiede l’esame delle transaminasi, di solito si esaminano sia le GOT che le GPT. Dopo un prelievo di 5mm, il sangue viene centrifugato e quindi separato dal siero: il siero, in presenza di un particolare enzima, viene instillato in un contenitore di vetro o di plastica trasparente. A seconda del metodo utilizzato dal laboratorio, la soluzione reagisce colorandosi oppure emanando raggi UV, e viene eletta e tradotta in numeri da uno strumento speciale. In una persona sana, le transaminasi tenderanno a rimanere all’interno delle cellule e nel sangue si riscontrerà un valore basso: nel caso delle transaminasi del fegato tra 10 e 40 per gli uomini e tra 5 e 35 per le donne, e nelle transaminasi del cuore tra 10 e 45 per gli uomini e tra 5 e 30 per le donne. Le anomalie lievi superano di poco il valore di riferimento, per esempio 70 o 100, e possono essere causate da un’epatite virale cronica ma anche da un’intossicazione del fegato, provocato dall’abuso di farmaci o di bevande alcoliche, che può anche essere temporanea. Anche alcune forme di cirrosi epatica possono provocare una lieve alterazione delle transaminasi. Quando si nota un’alterazione delle GOT bisogna pensare ad una lesione del muscolo cardiaco o dei muscoli scheletrici.
Valori normali
Valori lievemente alterati
Valori elevati o molto elevati
Transaminasi del cuore:
GOT uomo 10-45 U.L./L
GOT donna 5-30 U.L./L
Transaminasi del fegato:
GPT uomo 10-40 U.L./L
GPT donna 5-35 U.L./L
GOT uomo fino a 150 U.L./L
GOT donna fino a 120 U.L./L
Possono essere determinati da insufficienze cardiache, aritmie, problemi dopo un intervento chirurgico, epatiti croniche.
GPT uomo fino a 150 U.L./L
GPT donna fino a 120U.L./L
Possono essere determinati da: epatiti croniche, intossicazioni da farmaci o alcolici, cirrosi epatiche, epatiti da mononucleosi infettiva, epatiti da Cytomegalovirus.
GOT superiori a 500
Possono essere provocati da varie malattie tra cui: infarto del miocardio, miocarditi virali e batteriche. Nel caso di infarto l’esame viene ripetuto ogni due ore.
GPT superiore a 500 fino a 1000, 2000 o anche 5000
Possono essere provocati da: epatite virale acuta, epatite alcolica acuta. In questo caso l’esame viene ripetuto più volte nella stessa giornata per controllare l’evoluzione della malattia.
L’URICEMIA
Si chiama “acido urico sierico” ed è un esame che viene richiesto ogni volta che si vuole verificare lo stato generale di buona salute in tutti i controlli di routine. È utile quando si sospettano problemi ai reni e per valutare la funzionalità delle cellule, ma soprattutto per diagnosticare con precisione la causa di dolori alle articolazioni e per individuare le persone predisposte alla formazione di calcoli renali e alla gotta. Con l’uricemia si valuta il prodotto finale del metabolismo degli acidi nucleici. Dopo un semplice prelievo di 5 cl, il sangue viene instillato in una provetta e separato dal siero. Il siero viene automaticamente messo a contatto con l’enzima URICASI che è in grado di catalizzare una reazione che porta alla colorazione dell’acido urico. Tanto più intensa è la colorazione tanto maggiore è la sua concentrazione nel sangue. In una persona sana, l’alternarsi delle cellule nell’organismo è molto veloce, e la concentrazione dell’acido urico si mantiene bassa. I valori di riferimento variano, per le donne, tra i 2.40 mg/dl e i 5.70; per gli uomini partono da 3.4 mg/dl e possono raggiungere i 7 mg/dl. Se i valori ottenuti sono compresi nella categoria dei parametri considerati normali, il laboratorio lo segnala con uno o più asterischi o con altri segni grafici stampati di fianco al valore numerico.
L’iperuricemia può far perdere all’acido la sua consistenza liquida e trasformarlo in microcristalli. Questi tendono a depositarsi a livello delle articolazioni (ed allora prendono il nome do tofi) oppure nelle vie urinarie, diventando dei calcoli e provocando forte dolore.
Questo fenomeno si può verificare quando il valore dell’acido urico supera i 7 mg/dl e può essere provocato da una malattia oggi piuttosto rara: la gotta. Le cause della gotta non sono legate alla dieta, come a volte si pensa, ma sono genetiche. Poi alle cause genetiche si sommano gli effetti negativi di una dieta sbilanciata. Se si soffre di dolori alle articolazioni, specialmente attorno all’alluce dei piedi, a maggior ragione si deve pensare ad un attacco di gotta, i tofi tendono infatti a depositarsi proprio presso le articolazioni dell’alluce.
Quando la concentrazione dell’acido urico è ancora più elevata, intorno a 20, può trattarsi di un anomalo turn-over cellulare ed in questi casi si può sospettare la presenza di un tumore.
L’alta concentrazione di acido urico può anche nascondere un problema renale e l’esame va integrato con altri test. Se, invece, i valori sono inferiori al normale, si può pensare ad una carenza di proteine animali nella dieta.
Valori inferiori
Valori normali
Valori elevati
Valori molto elevati
Uomo: inferiore a 3
Donna: inferiore a 2
Possono essere determinati da: errori dietetici e gravidanza.
Uomo: 3.4-7.0
Donna: 2.40-5.70
Indicano un buono stato di salute generale.
Uomo: 7.00-9.00
Donna: 6.00-8.00
Possono essere determinati da: errori dietetici e lievi insufficienze renali.
Uomo: oltre i 10
Donna: oltre i 9
Possono essere determinati da: seria insufficienza renale, attacco di gotta e artrite da gotta, calcoli renali, tumori.
L’AZOTEMIA
L’azotemia è un esame che viene prescritto ogni volta che si vuole controllare lo stato di buona salute generale. Serve in particolare, per valutare la salute dei reni. Con l’esame dell’azotemia si controllano due diverse sostanze prodotte dall’organismo e rilasciate nel sangue: l’urea sierica e la creatinina. L’urea sierica è un prodotto di scarto del metabolismo delle proteine che viene filtrato dai reni. La creatinina invece è un prodotto di scarto dei muscoli e viene anch’essa filtrata dai reni. L’aumento nel sangue di queste due sostanze può nascondere un’insufficienza renale più o meno seria. Dopo un prelievo di 5cl, il sangue viene separato dal siero. Quest’ultimo viene quindi instillato in due diversi recipienti, per studiare la quantità di urea e di creatinina attraverso due reazioni chimiche separate. Nel caso dell’urea, il siero viene messo a contatto con un enzima che lo fa reagire colorandosi: più intensa è la colorazione più urea c’è nel siero e quindi nel sangue. per la creatinina il processo è molto simile: il siero viene posto a contatto con l’acido picrico per sviluppare una colorazione gialla, la cui intensità è utile a determinare la concentrazione di creatinina nel sangue.
In una persona sana le due sostanze non devono essere presenti in alte quantità. I valori normali di urea variano da 15 a 50 mg/dl, mentre i valori di creatinina vanno da 0.6 a 1.6 mg/dl negli uomini; nelle donne il limite è leggermente inferiore, intorno a 1.4 mg.
Il dato della creatinina è specifico per il rene, perché non viene alterato in modo significativo dalla dieta. L’urea invece piò risultare lievemente alterata anche nel caso si mangiano troppe proteine. La creatinina fra i 2 ed i 3 mg/dl segnala un’alterazione del funzionamento renale, e può avere molte cause, per esempio una pielite o una nefrite. Se la creatinina supera i 5 mg/dl e magari è accompagnata da un valore alto dell’urea allora si deve pensare ad un’insufficienza renale seria.
Valori inferiori
Valori normali
Valori liev. alterati
Valori elevati
Urea:
uomini e donne: inferiore a 15.
Creatinina:
uomini e donne:
inferiore a 0.6.
possono essere determinati da errori dietetici e gravidanza.
Urea:
uomini e donne:
15-50 mg/dl.
Creatinina:
uomini: 0.6-1.6 mg/dl
donne: 0.6-1.4 mg/dl
Urea:
uomini e donne:
60-70 mg/dl.
Creatinina:
uomini: 2-4.5 mg/dl
donne: 1.5-4 mg/dl
possono essere determinati da errori dietetici (solo per l’urea). Alterazioni della funzionalità renale (provocate per esempio da infezioni ai reni), insufficienza cardiaca cronica, alterato deflusso renale (come nel caso di calcoli renali o dei tumori), squilibrio da farmaci.
Urea:
uomini e donne:
oltre i 70 mg/dl.
Creatinina:
uomini: oltre i 5 mg/dl
donne: oltre i 4.5 mg/dl
possono essere determinati da un serio stato di insufficienza renale provocato da diabete, tumori o infezioni ai reni, insufficienza cardiaca acuta, intossicazione da farmaci, ustioni.
LA BILIRUBINA
L’esame della bilirubina serve a valutare la funzionalità di diversi organi: innanzi tutto verifica l’equilibrio fra la formazione e la distruzione dei globuli rossi del sangue. Attraverso questo esame si può inoltre valutare lo stato di salute del fegato e delle vie biliari. La bilirubina è una sostanza di colore giallo che viene prodotta durante il processo di distruzione dei globuli rossi, quando essi, esaurita la loro funzione, devono essere eliminati dal corpo: l’emoglobina si scinde e da questo processo scaturisce la bilirubina. Una volta prodotta nella milza, la bilirubina si lega all’albumina del sangue, che la trasporta fino al fegato, dove verrà assorbita e quindi inviata alla bile. Quando la bilirubina nel sangue è troppa, essa tende a depositarsi nella pelle e nella sclera, creando la condizione di itterizia. L’esame si svolge prelevando 5cl di sangue, che viene isolata dal siero. La bilirubina totale è formata da due componenti: la bilirubina indiretta (prodotta dalla milza ed associata all’albumina), che in una persona sana deve prevalere, e la bilirubina diretta, che dalla bile rifluisce in piccole quantità nel sangue. La quantità di bilirubina totale viene valutata in base alla misurazione fatta da strumenti automatici del risultato di una reazione chimica che ha luogo quando il siero viene posto a contatto con un particolare reattivo. La soluzione, infatti, si colora, e quanto più intensa sarà la colorazione, tanto maggiore risulterà la concentrazione di bilirubina. In una persona sana, la quantità di bilirubina varia da 0.1 a 1.3 mg/dl, e al bilirubina indiretta deve superare in quantità quella diretta, perché la bile deve rilasciare nel sangue una certa quantità minima di bilirubina. Quindi i valori variano da 0 a 1.2 mg/dl in quella indiretta e da 0 a 0.3 mg/dl in quella diretta. Se la bilirubina nel sangue aumenta in modo anomalo, si parla di iperbilirunemia, e questo avviene quando il valore supera 1.5 mg/dl di bilirubina totale. Una lieve alterazione del valore totale, compresa tra 1.5 e 3 mg/dl di bilirubina totale, può nascondere un’epatite virale: in tal caso la bilirubina si depositerà solo nella sclera (condizione di sub-ittero). Valori ancora più elevati, oltre i 3.5 mg/dl, segnalano spesso una seria sofferenza delle vie biliari, provocata per esempio da calcoli, o anche da un tumore del pancreas, che comprime con la sua mole le vie biliari. Quando i valori sono elevati, la bilirubina si deposita, oltre che nella sclera, anche nella pelle, che diventa giallastra (itterizia).
Valori normali
Valori liev.alterati
Valori elevati o molto elevati
Bilirubina totale 0.1-1.3 mg/dl
Bilirubina indiretta 0-1.2mg/dl
Bilirubina diretta 0-0.3 mg/dl
Bilirubina totale 1.5-3 mg/dl
I valori alterati possono essere determinati da: malattia di Gilbert, epatiti virali acute o croniche, anemie emolitiche.
Bilirubina totale 3-3.5 mg/dl ed oltre.
I valori molto alti possono essere determinati da: ostruzione completa delle vie biliari in seguito a calcoli biliari o a tumori del pancreas.
I neonati possono avere un’alta concentrazione di bilirubina nel sangue, intorno a 7.8 mg/dl: questo aumento è destinato a scomparire dopo qualche ora o qualche giorno. E’ importante però che i valori non superino i 12-13 mg/dl, perché la bilirubina può concentrarsi in alcune zone del cervello e creare danni a livello neurologico.
Esiste una condizione che non nasconde nessuna malattia preoccupante, per cui si registra un lieve aumento della concentrazione di bilirubina nel sangue: la malattia di Gilbert, una sindrome che colpisce circa il 2% della popolazione, e che si manifesta, di solito, solo con un lieve ittero.
La bilirubina tende a depositarsi maggiormente nella sclera perché questa è ricca di elastina su cui la bilirubina si concentra facilmente.
L’AMILASI
L’esame dell’amilasi nel sangue viene prescritto per controllare lo stato generale di salute. Più spesso, però, l’amilasi viene richiesto in urgenza, quando il malato lamenta un violento mal di pancia, o di schiena, se soffre di problemi di digestione e soprattutto se si sospetta una pancreatite acuta. L’amilasi è un enzima che si trova innanzi tutto nelle cellule del pancreas. Il pancreas (situato sotto lo stomaco e di fianco al duodeno) produce l’insulina, e fornisce al duodeno alcune sostanze che servono a digerire i cibi. Tra queste vi è l’amilasi, che ha il compito di scindere i carboidrati. L’amilasi non si trova solo nel pancreas: il 50% proviene dalle ghiandole parotidi, dalle tube di Falloppio e dall’intestino. L’esame si esegue prelevando 5 cl di sangue, che viene instillato in una provetta e separato dal siero. Quest’ultimo viene posto a contatto con un enzima, la reazione che si verifica sviluppa una colorazione oppure emette raggi UV (a seconda del metodo usato dal laboratorio). I valori nella norma dell’amilasi totale variano da 120 a 225, e vengono espressi in U.I./L. può essere. Inoltre, richiesta la concentrazione nel sangue dell’amilasi del pancreas i cui valori di riferimento variano tra i 17 e i 115 U.I./L. Quando invece i sintomi fanno sospettare dei problemi alle ghiandole parotidi viene richiesta la concentrazione dell’amilasi salivare, i cui valori nella norma possono essere leggermente superiori a quelli dell’amilasi pancreatica, tra i 17 e i 135 U.I./L. in una persona sana, i valori dell’amilasi sia totale che salivare o pancreatica, si mantengono bassi, perché non ci sono infiammazioni nell’organismo e l’amilasi rimane all’interno delle cellule. Viceversa nel caso di una forte infiammazione, le cellule si rompono e rilasciano l’amilasi nel sangue. Valori elevati di amilasi totale, intorno ai 300-350 U.I./L., possono segnalare un’infiammazione del pancreas in via di guarigione. Se il malato è una donna che soffre di problemi mestruali, la causa può essere un’infiammazione delle tube di Falloppio. I valori molto elevati, da 225 a 800 o anche 1000 U.I./L., segnalano un’infiammazione acuta, come la pancreatite acuta, orecchioni…).A volte la causa può anche essere un trauma all’addome, come un’ostruzione delle tube di Falloppio in una gravidanza extrauterina. Se i valori di amilasi totale e di amilasi pancreatica e salivare scendono al di sotto della norma, può trattarsi di pancreatite cronica, dove invece di una dolorosa infiammazione si riscontra un cattivo funzionamento generale del pancreas.
Valori inferiori
Valori normali
Valori elevati
Valori molto elevati
Amilasi totale intorno a 50-60 U.I./L.
Amilasi pancreatica intorno a 18-40 U.I./L.
Possono essere determinati da pancreatite cronica.
Amilasi totale 120-225 U.I./L.
Amilasi pancreatica 17-115 U.I./L.
Amilasi salivare 17-135 U.I./L.
Indicano un buono stato di salute in generale.
Amilasi totale intorno ai 300-350 U.I./L.
Amilasi pancreatica intorno ai 200 U.I./L.
Amilasi salivare intorno a 250 U.I./L.
Spesso dipendono da infiammazioni delle tube di Falloppio.
Amilasi pancreatica alta= pancreatite acuta in fase regressiva.
Amilasi salivare alta= infiammazioni alle ghiandole salivari.
Amilasi totale da 800 fino a 1000 U.I./L e oltre.
Amilasi pancreatica da 300 a 500 U.I./L e oltre.
Amilasi salivare da 300 fino a 600 U.I./L e oltre.
Possono essere determinati da traumi addominali, ostruzione delle tube di Falloppio. Amilasi pancreatica molto alta= pancreatite acuta. Amilasi salivare molto alta= orecchioni, infiammazioni delle ghiandole salivari.
L’URINOCOLTURA
L’urinocoltura è un esame che viene richiesto per valutare se nelle vie urinarie vi sono alte quantità di batteri: non è un’analisi di routine, ma si esegue solo quando si presentano sintomi specifici, come il bruciore mentre si urina, il bisogno di urinare spesso, un leggero malessere, che fanno pensare ad un’infezione delle vie urinarie e del rene. Con l’urinocoltura non solo si valuta il numero dei batteri nelle urine, ma si riesce ad identificarli e grazie all’antibiogramma si scopre l’antibiotico giusto per combattere quel determinato batterio. I batteri che si trovano nella vescica e nelle vie urinarie possono venire evidenziati perché l’urina li trascina con sé verso l’esterno durante la minzione. L’ esame si svolge in due tappe: la prima serve a determinare se vi sono alte quantità di batteri presenti nel campione d’urina e di che tipo di batteri si tratta; quindi, se il risultato ottenuto è positivo, si passa all’antibiogramma. Dopo la raccolta, una quantità stabilita di urina (10tlt) viene seminata su alcune piastre di agar che vengono incubate a 37°C per tutta la notte: al mattino, se i batteri sono quantità elevata, avranno formato sulla superficie dell’agar delle colonie visibili ad occhio nudo, che contante ci danno la quantità di batteri presenti. Nel frattempo altri 10olt di urina vengono seminati su un un terreno selettivo, cioè che è in grado di rilevare il tipo di batterio prevalente: i batteri che vi crescono assumono un colore definito, di solito viola o nero, ed osservando la colorazione dalla coltura si determina quali sono le famiglie di batteri che prevalgono nelle urine.
Stabiliti questi parametri, è importante conoscere l’antibiotico specifico per quei particolari batteri. Per questo si passa all’antibiogramma. Sulle piastre di agar che contengono le colonie batteriche si depositano antibiotici diversi dopodiché le piastre vengono incubate a 37°C per tutta la notte. Il giorno dopo se le colonie sono aumentate di dimensioni, significa che sono a contatto con un antibiotico che non è in grado di eliminarle, se invece non sono cresciute, il batterio è sensibile all’antibiotico che quindi può essere prescritto.
Se la concentrazione di batteri è inferiore a 10.000/ml, l’esame colturale viene considerato negativo: i batteri ci sono ma in quantità ridotta e gli eventuali disturbi urinari possono essere provocati o dalla presenza del catetere, se il malato è in ospedale, o da una lieve infiammazione. In questo caso non viene fatto l’antibiogramma e la persona riceverà il referto dopo 24 ore. Se il numero dei bat5eeri si trova tra 10.000 e 100.000/ml la situazione si considera dubbia e si ripete l’esame: la presenza dei batteri può anche sottintendere una contaminazione dell’urina, o perché il prelievo non è stato eseguito correttamente, o perché non si è provveduto a tenere in frigorifero le urine o non le si è consegnate in tempo. Quando la concentrazione di batteri supera i 100.000/ml c’è un’infezione: viene comunicato al paziente il no9me del batterio, che nel 70% dei casi è l’Escherichia coli ma possono anche essere lo Pseudomonas, il Proteus e l’Enterococco, e si esegue l’antibiogramma, per impostare la cura.
NEGATIVO
FLORA MISTA
POSITIVO
< 10.000/ml, indicano un buono stato di salute generale, al limite una lieve infiammazione delle vie urinarie.
Tra 10.000 e 100.000/ml, le urine risultano contaminate. Si consiglia di ripetere l’esame, facendo attenzione alle modalità di raccolta.
>100.000/ml, batterio isolato Escherichia coli (per es.).
Può trattarsi di cistite, infezione delle vie urinarie, infezione del bacinetto del rene, pielonefrite ( infiammazione sia del bacinetto renale, sia del rene).
T3,T4,TS
Il dosaggio degli ormoni della tiroide nel sangue viene richiesto per controllare la ghiandola che ha una funzione fondamentale nel mantenere efficiente il metabolismo dell’organismo. La tiroide si trova nella parte anteriore del collo davanti alla laringe, produce due ormoni particolari, la triiodiotironina (T3) e la tiroxina (T4). Questi ormoni una volta rilasciati nel sangue stimolano il metabolismo e sono importanti per la crescita e lo sviluppo, perché contengono iodio. L’esame serve a verificare che la quantità di ormoni, e quindi di iodio nell’organismo, sia equilibrata, altrimenti si ha ipotiroidismo quando gli ormoni sono troppo pochi, e di'ipertiroidismo quando invece sono troppi. L’attività della tiroide viene anche regolata da un altro ormone, l’ormone tireotropo (TSH), prodotto dall’ipofisi. Il TSH viene secreto in quantità maggiore o minore a seconda di quanti sono gli ormoni T3 e nel sangue, e studiando la concentrazione del TSH si ottengono, di conseguenza, ulteriori informazioni sugli ormoni della tiroide. Dopo un prelievo di 5cl, il sangue viene instillato in una provetta e separato dal siero. Il siero viene successivamente messo a contatto con alcuni anticorpi sintetici. Quest’ultimi una volta che vengono a contatto con gli ormoni danno luogo ad una reazione che viene registrata da particolari strumenti. A seconda dell’ormone si ha un unità di misura particolare: per il T3 in nanogrammi per ml, il T4 in microgrammi per dl e i, TSH in microunità per ml. In una persona sana la concentrazione di questi ormoni si mantiene in equilibrio, e gli ormoni in circolo non devono essere né troppi né troppo pochi. I valori normali del T3 variano sia nell’uomo che nella donna, tra 0.8 e 2 ng/ml, del T4 tra i 4.5 e i 12/g/dl e del TSH tra 0.3 e 3/u/ml. Le variazioni anormali sono da attribuire ad uno squilibrio dell’organismo. Quando gli ormoni della tiroide sono in quantità molto 9inferiore al normale, ci si trova in una condizione di ipotiroidismo conclamato. Questa malattia può essere causata da predisposizioni individuali o da fenomeni di autoimmunità. Viceversa, quando la concentrazione del TSH nel sangue è inferiore al normale mentre i valori degli altri due ormoni rientrano nella norma, può trattarsi di ipotiroidismo frusto, una malattia che può anche non dare alcun sintomo.
Valori normali
Triiodiotironina (T3) 0.8-2 ng/ml
Tiroxina (T4) 4.5-12 Tg/dl
Ormone tireotropo (TSH) 0.3-3 Ounità/ml
Indicano un buono stato di salute generale.
Ipotiroidismo frusto
T3 0.8-2 ng/ml
T4 4.5/12 /g/dl
TSH 4-7 Tun./ml
Può essere provocato da: fenomeni di autoimmunità, virus, squilibri della dieta, interferenza con farmaci.
Ipotiroidismo conclamato
T3 T0.3mg/ml
T4 1-2 Tg/dl
TSH 15-20 e oltre
Può essere provocato da: fenomeni di autoimmunità, predisposizione individuale, squilibri del metabolismo, errori dietetici.
Ipertiroidismo frusto
T3 0.8-2 ng/ml
T4 4.5-12 Tg/dl
TSH 0.01-0.1
Può essere provocato da: fenomeno di autoimmunità, predisposizione individuale.
Ipertiroidismo conclamato
T3 5-15 ng/ml
T4 15-40 Tg/dl
TSH T 0.01
Può essere provocato da: predisposizione individuale, adenomi.
LE PROTEINE
L’elettroforesi delle proteine è un esame orientativo, cioè fornisce al medico dei dati di base insufficienti per fare una vera e propria diagnosi di un disturbo, e quindi da integrare con altre analisi specifiche. In generale segnala la presenza di infiammazioni nell’ organismo: in particolare serva valutare la funzionalità del fegato e dei reni. L’elettroforesi misura la quantità totale delle proteine nel siero e ne identifica la famiglia di appartenenza. Dopo un prelievo di 5cl, il sangue viene centrifugato per isolarlo dal siero. Quest’ultimo viene sottoposto ad elettroforesi. In una persona sana, sia la quantità totale delle proteine sia la per4centuale delle diverse famiglie si mantiene in equilibrio, perciò rispetto ai valori normali le proteine non devono essere né troppo poche né molte. I valori normali variano da 6.50 a 8.50g/dl. Le famiglie sono divise in globuline ed albumine, all’interno delle prime si fa un’ulteriore suddivisione in v,,,,.
L’albumina è presente nel siero in grosse quantità (circa il 60%), ed è importante perché trattiene i liquidi all’interno dei vasi sanguigni e trasporta in circolo alcune sostanze come la bilirubina, gli ormoni ed anche i farmaci. L’albumina è prodotta dal fegato e quindi conoscere a sua concentrazione è utile a diagnosticare le malattie di questo organo: i valori normali variano da 59.1 a 69.3%.
Le globuline si dividono in L globuline 1-2, le e le globuline. Le prime sono prodotte dal fegato e s’innalzano quando vi sono infiammazioni nell’organismo e quando il naturale ricambio delle cellule risulta alterato. Le l globuline hanno il compito di trasportare il ferro nel sangue per cui la loro produzione viene stimolata quando nell’organismo vi è carenza di ferro, come nel caso delle anemie. Le i globuline vengono prodotte dalle cellule del sistema immunitario. Sono quindi degli anticorpi.
I valori totali di proteine sopra la norma possono essere provocati da disidratazione dell’organismo. Quando invece le proteine totali diminuiscono, ilo medico deve osservare il comportamento delle singole famiglie di proteine, perché questo dato può sottintendere moltissime situazioni. Se l’albumina aumenta, la causa può essere, anche in questo caso, disidratazione dell’organismo, mentre se diminuisce in maniera lieve può trattarsi di malnutrizione o di malattie croniche del fegato o dei reni.
Le L globuline sono complesse da osservare: quando aumentano, devono essere controllate anche le altre, e possono sottintendere dalle malattie reumatiche alle infezioni croniche.
Valori inferiori
Valori normali
Valori superiori
Proteine totali inferiori a 6.50%
Bisogna verificare le singole famiglie di proteine.
Proteine totali da 6.50 a 8.50 g/dl
Proteine totali oltre gli 8.50 g/dl
Può trattarsi di disidratazione in seguito a vomito o diarrea.
Albumina inferiore a 59.1%
Può essere provocata da malattie del fegato, infezioni acute, malattie dei reni.
Albumina da 59.1 a 69.3%
Albumina oltre il 69.3 %
Può trattarsi di disidratazione in seguito a vomito o diarrea.
Globuline G-1 inferiori a 2%
Globuline G-2 inferiori a 6.1%
Possono essere provocati da malattie dei reni, epatite virale, pancreatite, malattie reumatiche, infiammazioni.
Globuline G-1 da 2 a 3.5 %
Globuline G-1 oltre il 3.5%
Può trattarsi di gravidanza, uso di anticoncezionali.
Globuline G-2 da 6.1 a 11.2 %
Globuline G-2 oltre 11.2%
Può trattarsi di infezione batterica, trauma, malattie dei reni.
Globuline G da 6.3 a 12.1 %
Globuline e oltre il 12.1%
Può trattarsi di gravidanza, carenza di ferro, cirrosi epatica, malattie dei reni.
Globuline G da 9.8 a 20 %
Globuline G oltre il 20%
Può trattarsi di malattie reumatiche (leggero aumento), infiammazioni, epatite virale cronica.

IL FERRO
Le analisi che misurano la quantità di ferro nel sangue (la sideremia, la transferrina e la ferritina) servono a diagnosticare alcuni tipi di anemia e a valutare la salute del fegato.
Il ferro è un minerale molto importante per la salute dell’organismo. Mentre l’esame della sideremia misura la presenza globale del ferro nel siero del sangue, l’analisi della transferrina serve a valutare la quantità di questa proteina che trasporta il ferro nel siero. L’analisi della ferritina, invece, esamina la quantità di questa proteina che ha il compito d’immagazzinare il ferro nel fegato.
Le tre analisi possono essere eseguite a partire da un unico prelievo di sangue, che viene separato dal siero mediante centrifugazione. Per valutare la sideremia, il siero viene instillato in una provetta e messo a contatto con una proteina capace di legare il ferro. Questa proteina lega anche una sostanza che a contatto con il ferro si colora e quanto più intensa è la colorazione più alto è la quantità di ferro in esame. Per quantificare la transferrina solitamente si mette a contatto il siero con anticorpi contro tale proteina. La transferrina precipita dando luogo ad una soluzione torbida. Per la ferritina si esegue un esame immunochimico, cioè il siero viene posto a contatto con anticorpi che sono in grado di produrre una reazione radioattiva.
In una persona sana i valori della sideremia variano, nelle donne, da 37 a 147 Ig/dl, e nell’uomo da 59 a 158. I valori della transferrina invece devono variare da 0.20 a 0.37 g/dl, mentre i valori normali della ferritina si differenziano nei due sessi: per le donne vanno da 11 a 280 ng/ml e per gli uomini da 25 a 30 ng/ml.
Quando il ferro diminuisce l’organismo si trova in uno stato di anemia da carenza di ferro, chiamata ferropriva, che si manifesta con pallore, debolezza e palpitazioni. E’ un’anomalia causata da una piccola emorragia costante, come quella che, per le donne, avviene durante le mestruazioni, o, per tutti, nel caso delle emorroidi. Questa anemia si sviluppa lentamente nel corso degli anni. Più raramente il ferro nel sangue può aumentare: questo capita quando si sviluppa una talassemia, una particolare anemia genetica, oppure nel caso di alcune malattia del fegato e dei polmoni. Il ferro può aumentare anche nelle persone soggette a trasfusioni di sangue. I tre valori delle analisi sono d'interpretazione piuttosto complessa: per esempio, il dato della transferrina diminuisce in proporzione alla presenza di ferro nel sangue. questa proteina infatti viene stimolata quando l’organismo si trova in uno stato di carenza di ferro, e sul referto, nel caso di anemia ferropriva, la transferrina sarà superiore alla norma.
In gravidanza è facile che la donna soffra di carenza di ferro perché il bambino immagazzina nel suo fisico molti minerali sottraendoli alla madre.
L’anemia si vede nelle mucose delle labbra (particolarmente chiare), nelle mucose all’interno della palpebra (più chiara) e nelle pieghe della mano, che tendono a sparire.
Valori dell’anemia ferropriva
Valori normali
Valori alti
Sideremia: nei limiti
Sideremia donna: da 37 a 147
Sideremia: oltre i 158
Transferrina: nei limiti
Sideremia uomo: da 59 a 158
Transferrina: nei limiti
Ferritina: inferiore alla norma
Transferrina: da 0.20 a 0.37
Ferritina: oltre 300
Emocromo: nella norma
Ferritina donna: da 11 a 280
Possono essere provocati da: talassemia, malattie del fegato, molte trasfusioni, emocromatosi.
I valori riportati dei suddetti parametri indicano uno stato di pre-anemia.
Ferritina uomo: da 25 a 300
Sideremia: nella norma anche se un po’ bassa.
Indicano un buono stato di salute generale.
Transferrina: alta, oltre lo 0.37
Ferritina: inferiore alla norma
Emocromo: lieve riduzione del valore dell’Hb
Tutti questi valori segnalano lo stato di anemia ferropriva.
Sideremia: molto inferiore alla norma
Transferrina: molto alta oltre lo 0.37
Ferritina: molto inferiore alla norma
Emocromo: forte riduzione del valore dell’Hb.
Questi valori indicano un serio stato di anemia ferropriva.
PER LE ALLERGIE
Gli esami del sangue per rilevare le allergie si chiamano Prist e Rast, e di solito vengono prescritti dall’allergologo quando un paziente manifesta reazioni allergiche, come asma, raffreddore allergico o eruzioni cutanee. Quindi si tratta di un test specialistico, che serve non solo a rilevare l’entità del disturbo allergico ma anche a riconoscerne i fattori responsabili.
Il Prist (Paper radio immuno sorbent test) e il Rast (Radio allergo sorbent test) registrano rispettivamente la quantità totale di anticorpi contro le allergie, e la quantità di anticorpi contro un particolare allergene. Quando un allergene penetra nell’organismo, di solito il sistema immunitario risponde normalmente, mentre nelle persone predisposte, che si calcola siano almeno il 20% della popolazione, si scatena una reazione allergica. Gli anticorpi contro le allergie sono gli IgE e si trovano solo nel sangue delle persone predisposte, che ereditano dai genitori la predisposizione a produrli. Quando ci sono questi anticorpi significa che probabilmente la persona è allergica a qualcosa. Gli anticorpi IgE segnalano la potenziale allergia, ma non sono sufficienti a riconoscere la sostanza alla quale si è effettivamente allergici. Per capire che tipo di sostanza è responsabile dei disturbi si esegue l’analisi del Rast, che quantifica la presenza nel sangue degli anticorpi specifici.
L’esame si esegue prelevando una piccola quantità di sangue ed isolando la stessa dal siero. Quest’ultimo è posto a contatto con l’allergene, per controllare l’eventuale reazione degli anticorpi e stabilire la quantità totale di IgE. Terminata questa prima verifica, al siero vengono accostate di verse sostanze allergizzanti, per scoprire gli anticorpi specifici.
In una persona non predisposta ad allergie, il numero totale degli anticorpi IgE varia a seconda dell’età: un neonato può avere al massimo 13 (espresso in unità internazionali/ml), mentre in una persona al di sopra dei 15 anni il valore può salire fino a 91.
Tra gli allergeni più comuni abbiamo: i pollini delle piante di primavera, come le graminacee, gli acari, il veleno di alcuni insetti (gli imenotteri, come le api, le vespe o i calabroni), ed alcuni farmaci, specie gli antibiotici.
Anche se teoricamente si può essere allergici a qualsiasi alimento, esistono cibi che scatenano più facilmente allergie: il latte ed i suoi derivati, le uova, alcuni pesci e crostacei, i pomodori, le noci, le nocciole, le mandorle e gli agrumi, più raramente l’orzo, i legumi ed alcune carni.
Le allergie possono manifestarsi ad ogni età ma ceto compaiono più spesso da bambini. Si eredita dai genitori la capacità di essere allergici, ma non la specifica allergia; per cui, se una donna è allergica ai pollini, suo figlio potrebbe essere allergico ai pomodori.
Valori normali
IgE totali: a meno di 1 anno di età, fino a 13 UI/ml
da 1 a 2 anni: fino a 17 UI/ml
da 2 a 3 anni: fino a 26 UI/ml
da 3 a 9 anni: fino a 70 UI/ml
da 9 a 15 anni: fino a 155 UI/ml
oltre i 15 anni: fino a 91 UI/ml
IgE specifiche: ogni singolo allergene da 0 a 0.34 KU/ml
Classe: zero o negativo (il paziente non è allergico)

IL COLESTEROLO
Il colesterolo, assieme all’esame dei trigliceridi, è il test più utile per conoscere lo stato di salute del metabolismo dei grassi. Il colesterolo è un grasso molto importante per l’organismo perché è uno dei componenti delle membrane cellulari, entra nella costituzione di alcuni ormoni ed è indispensabile per la formazione degli acidi biliari. Quando il colesterolo ingerito con l’alimentazione è in eccesso oppure ha esaurito le sue funzioni viene veicolato fino al fegato dove sarà eliminato. L’esame di solito quantifica, oltre al colesterolo totale, la presenza di due famiglie di proteine che lo veicolano, che sono apolipoproteine, divise in base alla loro densità in HDL e LDL.
L’esame si svolge separando il sangue dal siero e nel mettere quest’ultimo a contatto con un enzima, in tal modo ha luogo una reazione caratterizzata dal dare luogo ad una colorazione la cui intensità è più o meno proporzionale alla quantità di colesterolo totale e di proteine LDL.
Per quantificare le HDL, il siero è trattato, prima di metterlo a contatto con l’enzima, con sostanze che fanno precipitare le altre proteine (le LDL).
I valori normali del colesterolo totale sono espressi in mg/dl e non devono superare i 200.
Le HDL, chiamate anche colesterolo ad alta densità, hanno una funzione protettiva per le arterie perché le ripuliscono ed inoltre favoriscono il ritorno del colesterolo al fegato e la sua eliminazione tramite gli acidi biliari. Di conseguenza, la salute delle arterie sarà migliore quante più proteine HDL vi sono nel siero. Il loro numero non deve mai essere inferiore a 35 mg/dl.
Viceversa le LDL sono pericolose per le arterie perché tendono ad accumularsi sulle pareti dei vasi sanguigni e a provocare le lesioni arteriosclerotiche. Il numero di LDL in una persona sana non dovrebbe superare i 130 mg/dl.
Il colesterolo totale fuori dalla norma può dipendere da diverse cause. Nella maggioranza dei casi il colesterolo alto è originato da una dieta sbagliata, troppo ricca di grassi animali e anche da uno stile di vita troppo sedentario. Più raramente si tratta di una predisposizione individuale per cui il fegato non riesce a smaltire bene i grassi consumati: quindi i livelli di colesterolo possono risultare alti anche se si mangia correttamente, senza eccedere nell’alimentazione. Esistono inoltre delle malattie genetiche chiamate iperlipoproteinemie e dislipoproteinemie primitive, in cui vi è un’alterazione delle proteine che non riescono a trasportare bene il colesterolo nell’organismo.
Qualunque sia la causa, un valore alto di colesterolo nell’organismo risulta pericoloso perché questo grasso tende ad accumularsi nelle arterie e a ostruirle, provocando la malattia arteriosclerotica, il principale fattore di rischio per malattie come l’infarto o l’ictus.
I valori di HDL inferiori a 35, specialmente se abbinati ad alti valori di colesterolo totale, segnalano un alto rischio di malattie cardiovascolari, mentre i valori di LDL diventano pericolosi se superano i 140 mg/dl.
Valori normali
Valori lievemente alterati
Valori elevati o molto elevati
Colesterolo totale da 125 a 200
Colesterolo totale da 200 a 300
Colesterolo totale da 350 a 400
HDL superiore a 35
HDL intorno al limite di 35
HDL inferiori a 35
LDL inferiore a 130
LDL da 130 a 160
LDL oltre 160
Indicano un buono stato di salute.
Indicano un leggero rischio di ipercolesterolemia provocata da errori dietetici. Sottintendono un rischio moderato.
Indicano un serio stato di ipercolesterolemia. Può essere provocata da gravi errori dietetici, predisposizione individuale, malattie genetiche e sottintende un elevato rischio vascolare.

I TRIGLICERIDI
L’esame dei trigliceridi, come quello colesterolo, serve a valutare il metabolismo dei grassi.
I trigliceridi sono grassi di riserva. In pratica, il grasso corporeo è composto da trigliceridi. A differenza del colesterolo i trigliceridi hanno solo una funzione di scorta a medio e lungo termine, perché non forniscono immediatamente energia come avviene con il glucosio, ma vengono utilizzati soltanto se è necessario. Quindi, mentre se nel corpo manca il glucosio si è soggetti a disturbi seri, una carenza di trigliceridi sottintende solo un periodo di denutrizione. I trigliceridi entrano nel corpo con i cibi e non appena l’intestino li assorbe vengono legati ai chilomicroni e trasportati fino al fegato ed al tessuto adiposo per essere immagazzinati. Quando viceversa l’organismo ha bisogno di energia, le proteine VLDL, intaccano le scorte e trasportano questi grassi in circolo. L’esame valuta soltanto la quantità di trigliceridi nel sangue, e non l’entità delle scorte adipose.
L’esame si svolge prelevando una piccola quantità di sangue che viene separata dal siero. Quando i trigliceridi nel corpo sono in grande quantità, il siero appare biancastro e lattiginoso invece di essere trasparente. Per conoscere con precisione la concentrazione di questi grassi nel sangue, il siero viene messo a contatto con una proteina in grado di provocare una reazione chimica, caratterizzata dallo sviluppo di colorazione che sarà tanto più intensa quanto maggiore è la quantità di trigliceridi presenti. In una persona sana la quantità di trigliceridi deve essere in equilibrio, non troppo bassa e soprattutto non troppo alta. I valori normali variano da 40 a 170 mg/dl. E’ molto importante sapere che la quantità di trigliceridi nel sangue dipende sensibilmente dalla dieta. Quindi, se per ridurre il colesterolo è necessario un lungo periodo di dieta bilanciata (almeno 15 giorni) prima di poter notare qualche miglioramento, per i trigliceridi sono necessarie poche ore: da un giorno all’altro infatti si può passare da un valore normale a 400mg/dl, soltanto perché si è mangiati troppi grassi animali la sera prima dell’esame. Allo stesso modo si può riportare il livello nella norma.
Un valore molto alto di trigliceridi, abbinato a valori normali di colesterolo, sottintende un rischio minore di danni alle arterie rispetto ai dati del colesterolo. Ugualmente, è un risultato da tenere sotto controllo, provocato probabilmente da un’anomalia genetica ereditaria in cui le proteine, che hanno il compito di trasportare i trigliceridi nel sangue non funzionano normalmente. In questo caso ogni volta che si mangia troppo o si esagera nel bere, il valore dei trigliceridi s’innalza di molto, anche oltre i 1000mg/dl, mentre in una persona sana gli stravizi alimentari non dovrebbero fare salire i trigliceridi oltre i 350mg/dl. Se il risultato del test segnala un leggero aumento dei trigliceridi, intorno ai 250mg/dl, abbinata alla quantità di colesterolo totale di poco superiore alla norma, come 250mg/dl, ed un valore di HDL molto basso, per esempio 20mg/dl, ci si trova nella condizione di rischio di danno alle arterie. I valori dei trigliceridi inferiori alla norme, sotto i 40mg/dl, di solito non nascondono problemi seri e possono essere provocati da un leggero stato di malnutrizione e da una situazione in cui si è ridotta la capacità di assorbire le sostanze nutritive. Si tratta comunque di problemi che si possono risolvere in breve tempo.
Valori bassi
Valori normali
Valori elevati
Valori molto elevati
Inferiori a 40mg/dl:
possono essere provocati da: malnutrizione, difficoltà di assorbimento.
Da 40 a 170mg/dl:
indicano un buono stato di salute.
Da 170 fino a 300mg/dl:
possono essere provocati da: squilibri dell’alimentazione, lieve alterazione del metabolismo dei grassi
Da 500 fino a 1000mg/dl ed oltre:
possono essere provocate da: alterazioni genetiche ereditarie delle proteine, sottintendono un serio rischio di danno alle arterie.

GLI ELETTROLITI
L’esame degli elettroliti serve a valutare l’equilibrio dell’acqua nell’organismo: il corpo umano è infatti composto per il 60-70% di acqua, distribuita in quantità diverse nelle cellule, nei vasi sanguigni e negli interstizi. Per valutare questa distribuzione, che deve essere in equilibrio, si registra la concentrazione degli elettroliti nel sangue. gli elettroliti che vengono testati sono il sodio, il potassio ed i cloruri. Il sodio è uno dei principali componenti del plasma ed ha un ruolo fondamentale nel mantenere in equilibrio i liquidi che si trovano all’esterno delle cellule. Questo elemento viene normalmente introdotto nel nostro organismo attraverso i cibi sottoforma di cloruro di sodio e viene eliminato con le urine, il sudore e le feci.
La maggior parte del potassio, invece, si trova all’esterno delle cellule, mentre nel siero del sangue la % di questo elemento e minima. Il potassio è tra le altre cose, uno di fattori che regola la contrazione e la funzionalità delle cellule muscolari presenti nell’organismo. Di conseguenza un buon equilibrio della quantità di potassio nel sangue è essenziale per la salute del cuore. Di solito, il potassio entra nel corpo attraverso gli alimenti.
I cloruri sono sali di cloro solubili, e hanno un ruolo nel determinare gli spostamenti dei liquidi nell’organismo.L’analisi degli elettroliti di solito utilizza il valore dei cloruri soltanto per confermare altri dati.
Il punto di partenza è sempre un prelievo di 5cl di sangue che viene centrifugato per isolare il siero. Il metodo più recente, che si sta diffondendo in molti laboratori, è definito “enzimatico-colorimetrico”, cioè il siero viene posto a contatto con un enzima che da luogo ad una reazione con gli elettroliti, che sviluppa una colorazione che viene registrata da strumenti appositi.
I valori normali del sodio variano da 135 a 146 meq/lt, mentre quelli del potassio sono necessariamente molto inferiori, da 3.6 a 5 meq/lt, perché il potassio è un elemento che si trova in elevate % all’interno delle cellule. Quando i valori sono inferiori alla norma si avranno sintomi caratteristici come la sete eccessiva accompagnata da stanchezza e mal di testa e possono comparire edemi, cioè anomale raccolte di liquido fuori dai vasi per cui la pelle si gonfia, in particolare nella zona delle gambe. Questi disturbi possono essere provocati da malattie come la gastroenterite, che hanno causato una grossa perdita di liquidi attraverso vomito e diarrea, oppure può trattarsi di uno scompenso renale per cui il sodio viene eliminato in quantità eccessiva.Quando invece il sodio è alto significa che non viene eliminato come dovrebbe: la causa può essere une malattia dei reni che influisce sul corretto smaltimento dei liquidi dell’organismo, oppure uno scompenso ormonale. A volte anche un trauma cranico che lede la zona dell’ipofisi può influire sulla situazione degli elettroliti perché l’ipofisi produce alcuni ormoni che hanno una funzione regolatrice dei liquidi del corpo. Le alterazioni dei valori del potassio possono essere provocate dalle stesse cause di quelle del sodio, perché spesso i due elettroliti si muovono insieme. Se il potassio si trova in quantità molto basse bisogna aspettarsi delle alterazioni della funzionalità dei muscoli e del cuore. Il valore del potassio si altera di solito in seguito a quello del sodio, e l’organismo perde il potassio insieme ai liquidi corporei, quindi nel caso di diarrea o vomito. Altre volte, il cattivo funzionamento del cuore e del sistema delle arterie e delle vene, provocato per esempio da disturbi alle valvole del cuore o da ipertensione, si manifesta con una diminuzione del potassio e questa situazione si può registrare anche con l’elettrocardiogramma. L’esame degli elettroliti deve essere eseguito necessariamente a digiuno, almeno dalla sera prima. E’ importante assicurarsi che il prelievo venga svolto correttamente, cioè con cura: il sangue non deve essere aspirato con troppa forza nella siringa, perché ciò potrebbe rompere i globuli rossi che sono cellule e quindi contengono potassio: in questo modo il potassio nel sangue risulterebbe di più di quello che è realmente.
Valori molto inferiori
Valori lievemente inferiori
Valori normali
Valori alti
Sodio intorno a 125: possono essere provocati da disturbi gastrointestinali, scompensi renali.
Potassio intorno a 2.7: possono essere provocati da alterazioni cardiache, disturbi gastrointestinali, eccessivo uso di diuretici.
Sodio intorno a 130:
può essere provocata da errori ditetici, lieve scompenso intestinali.
Potassio intorno a 3.2:
può essere provocata da errori dietetici.
Sodio da 135 a 146
Potassio da 3.6 a 5
Indicano un buono stato di salute generale.
Sodio intorno a 160:
possono essere provocati da insufficienze renali, scompensi ormonali.
Potassio intorno a 7:
possono essere provocati da anomalie cardiache, epatiti virali, infarto del miocardio.
Valori abbinati di sodio e potassio.
Sodio inferiore alla norma e potassio superiore alla norma: segnalano uno stato di lieve scompenso cardiaco, correggibile con la dieta.
Sodio nella norma e potassio inferiore alla norma: segnalano uno stato di lieve insufficienza renale che può essere provocato da un eccessivo uso di diuretici.
Sodio superiore alla norma e potassio inferiore alla norma: segnalano un’alterazione dell’equilibrio ormonale.
IL TAMPONE FARINGEO
E’ un esame che serve a verificare la presenza dei batteri responsabili di infezioni alla faringe e alle tonsille. In particolare rileva la presenza del batterio responsabile del 20% delle faringiti o tonsilliti: lo streptococco beta emolitico di gruppo A, (Streptococcus Pyogenes A). Questo batterio è pericoloso perché oltre a provocare le faringiti può essere responsabile, se non viene eliminato, del reumatismo articolare acuto e, in alcuni casi, può provocare lesioni renali anche preoccupanti.
L’esame è molto utile anche per cercare il Corynebacterium Difterie, in persone rientrate dall’estero (dove può essere diffusa la difterite), che manifestano una faringite con grosse tonsille, linfonodi sottomandibolari ingrossati e poca febbre. Con un lungo tampone simile a quello che si usa solitamente per pulire le orecchie, il medico preleva dalla gola una piccola quantità di muco e di cellule della faringe e, subito dopo quest’operazione, il tampone viene inviato al laboratorio di analisi. Qui il tampone viene strisciato su un terreno di agar e poi incubato a T=37°C per 24 ore.
Se il giorno dopo il terreno segnala la presenza dello streptococco (più raramente la causa del problema è un altro batterio, cioè lo stafilococco aureo) è necessario eseguire l’antibiogramma. Il campione, quindi, viene nuovamente depositato su terreni di coltura contenenti con diversi antibiotici e rimesso nell’incubatore per un’altra notte. Se si osservano zone di lisi cellulare allora il batterio è sensibile all’azione dell’antibiotico testato.
Esiste la possibilità di eseguire, presso quasi tutti i laboratori, un’analisi del tampone faringeo più rapida e particolarmente utile al medico per impostare subito una cura mirata a seconda che si tratti di un’infezione virale o batterica. Una volta prelevato il materiale cellulare dalla faringe, il tampone viene “spremuto” e messo a contatto con degli anticorpi specifici contro lo streptococco beta emolitico di gruppo A. Il prelievo, se contiene questo batterio, assume una colorazione particolare e questa reazione si sviluppa nel giro di qualche ora. Anche se è un test solitamente affidabile, in qualche raro caso si possono avere dei risultati cosiddetti “falsi negativi”, cioè il batterio, anche quando c’è, non viene segnalato.
Per sottoporsi al tampone non occorre essere a digiuno, ma non bisogna neanche aver mangiato da poco: questo perché il medico deve necessariamente spingere molto profondamente in gola il tampone per il prelievo, e questa operazione provoca spesso un vero e proprio conato di vomito. Quando viene diagnosticata una faringite da streptococco è molto importante restare a letto per almeno una settimana, e moderare le attività fisiche dopo la guarigione. E’ importante ripetere il test almeno due volte dopo la guarigione, anche se la febbre è scesa e non si hanno più sintomi. Il batterio infatti può non essere stato debellato completamente dalla cura, e può tornare virulento dopo qualche mese. Non tutte le faringiti hanno un’origine batterica. Esistono alcuni virus che infettano le vie respiratorie e, quando il tampone risulta negativo o il risultato è dubbio, il medico consiglia di sottoporsi a test che ricercano nel sangue gli anticorpi contro il virus.
LA COAGULAZIONE
I test della coagulazione sono esami utili per tenere sotto controllo l’insieme dei processi che impediscono al sangue di fuoriuscire in maniera eccessiva nel caso di ferite o emorragie. La valutazione completa dei processi della coagulazione si fa sulla base di una serie di test.Innanzi tutto il “conteggio delle piastrine” che si ricava dall’esame dell’emocromo. Quindi viene eseguito il “tempo di stillicidio” che serve a valutare la funzionalità delle piastrine. Quindi si valuta la funzionalità di alcune proteine della coagulazione, le PT e le PTT. Il numero delle piastrine si ottiene con l’emocromo.A seconda dell’età, i valori normali delle piastrine variano da un minimo di 221000/mm3 (nei bambini al di sotto dei 5 anni) fino ad un massimo di 450000/mm3 (negli adulti). Il tempo di stillicidio consiste nel provocare, con uno strumento sterile, una piccola ferita sull’avambraccio oppure sul lobo dell’orecchio, il medico calcola con il cronometro il tempo che il sangue impiega a coagularsi. Inoltre, a un determinato intervallo di tempo (circa ogni 30 secondi) si asciuga dal sangue la parte con una striscia di carta assorbente, senza premere. I test sulle proteine valutano la funzionalità di alcune proteine che fanno parte della catena della coagulazione, misurando il tempo di protrombina (PT) e il tempo di tromboplastina (PTT).
L’esame si esegue instillando una certa quantità di sangue in una provetta che contiene una sostanza anticoagulante, il citrato. La provetta viene centrifugata per isolare il plasma, cioè il siero più le proteine della coagulazione inattivate.Per conteggiare il tempo di coagulazione delle proteine del plasma viene aggiunta una sostanza in grado di scatenare il processo della coagulazione, di solito estratti di cervello animale che contengono particolari lipidi. Quindi la provetta viene esaminata da uno strumento, il coagulometro, che valuta in quanto tempo si forma il coagulo. Per il PT il risultato viene espresso in %, oppure in secondi o anche secondo un valore internazionale, il “rapporto internazionale normalizzato” (INR). I valori nella norma in secondo variano dai 13 ai 25, in % dal 70 al 120% ed in INR da 0.5 a 1.5. Per il PTT il risultato viene espresso in secondi ed i valori normali variano dai 25 ai 40 secondi. Quando i valori sono leggermente inferiori alla norma, per esempio PT che oscillano tra i 50-60%, può trattarsi di una malattia del fegato, tra cui soprattutto la cirrosi epatica, perché proprio quest’organo è il responsabile della produzione delle proteine della coagulazione. Valori molto inferiori alla norma, intorno al 5% o anche meno, segnalano delle serie anomalie della coagulazione, come l’emofilia, o anche una malattia chiamata CID (coagulazione intra-vascolare disseminata) che provoca un consumo eccessivo delle proteine della coagulazione.
Le donne che prendono la pillola anticoncezionale devono prevedere un controllo della coagulazione del sangue almeno una volta all’anno: gli anticoncezionali contengono sostanze in grado d'interferire, nelle persone predisposte, con i normali processi della coagulazione. Alcuni farmaci come l’aspirina, che contiene acido acetilsalicilico, allungano i tempi di coagulazione del sangue.
Valori normali
Valori lievemente alterati
Valori molto alterati
Conteggio delle piastrine: bambini sotto ai 5 anni da 221 a 561 mila /mm3;
adulti da 150 a 450 mila/mm3
Conteggio delle piastrine: 130 mila/mm3.
Conteggio delle piastrine: 30 mila/mm3.
Tempo di stillicidio: da 0 a 5 minuti.
Tempo di stillicidio: 5.2 minuti
Tempo di stillicidio: oltre 10 minuti.
PT: da 70 a 120%, da 13 a 25 secondi, da 0.5 a 1.5 INR.
PT: intorno al 50-60%
PT: inferiore al 10%
PTT: da 25 a 40 secondi.
PTT: intorno ai 55 secondi
PTT: oltre i 200 secondi
Indicano un funzionamento normale dei processi di coagulazione.
Possono essere provocati da : epatopatie.
Indicano un serio stato di alterazione della coagulazione (CID).

LO SPERMIOGRAMMA
L’esame del liquido seminale è uno dei test fondamentali per controllare la potenziale fertilità dell’uomo. Una coppia, dopo almeno un anno in cui ha tentato di avere un figlio senza riuscirci, viene dichiarata potenzialmente sterile, e lo spermiogramma è il primo esame a cui viene sottoposto l’uomo. Questo test non permette di giungere a conclusioni sulla fertilità di una persona, ma fornisce delle importanti indicazioni utili per programmare gli esami futuri.
L’esame analizza una serie di parametri che offrono il quadro completo delle caratteristiche dello sperma. I parametri che necessitano di un’indagine di tipo chimico-fisico sono il volume, il colore, il pH, il tempo di fluidificazione e la viscosità dello sperma. Viene quindi fatta un’indagine di tipo microscopico, che valuta la qualità dello sperma, il numero totale degli spermatozoi, il numero delle cellule rotonde, il numero dei globuli bianchi, la mobilità degli spermatozoi, la loro forma e la loro vitalità. L’ultima parte del test è un esame di tipo biochimico che valuta la presenza di fruttosio, la cui quantità nello sperma deve essere in equilibrio. Per quanto riguarda l’analisi chimico-fisica, molti dati si ricavano dalla semplice osservazione del liquido seminale. Lo sperma inoltre deve avere un pH alcalino, intorno a 7.5. Nell’indagine microscopica i parametri più importanti sono il numero totale degli spermatozoi, la loro mobilità e la loro forma. Il liquido seminale viene posto su un vetrino e ne si osserva sia la quantità sia il movimento degli spermatozoi e la loro forma. Infine viene fatto un esame biochimico per determinare la quantità del fruttosio nel liquido seminale, che viene messo a contatto con una proteina.
Tra i dati del referto, il principale è il numero totale dei nemaspermi (cioè degli spermatozoi) che viene espresso in milioni per ml e in milioni totali: i valori normali vanno da 20 a 150 milioni/ml e da 40 a 800 milioni totali. Un altro dato fondamentale è quello che indaga la mobilità dopo un’ora, che viene calcolata in %. Questo parametro valuta non soltanto gli spermatozoi che si muovono e quelli che non si muovono, ma anche se si muovono bene o male. Per essere nella norma, la mobilità dopo un’ora non deve essere inferiore al 50%, di conseguenza gli spermatozoi che si muovono in maniera atipica non possono superare la metà. Importante è anche la forma, perché queste cellule devono potersi muovere velocemente nel liquido seminale e nella giusta direzione. Le forme patologiche non dovrebbero superare il 30% del totale. Gli altri parametri servono al medico per confermare i dati ottenuti dai parametri precedenti. Tra questi, i più importanti sono il contenuto di fruttosio, che nella norma è disponibile tra i 120 e 500 mg/dl, e la leggera alcalinità del liquido. Se il numero totale dei nemaspermi è inferiore al normale (al di sotto dei 20 milioni) l’anomalia si definisce oligospermia, mentre se una persona non possiede neanche uno spermatozoo si trova nella situazione di azoospermia: questa condizione evidenzia la completa sterilità maschile.Per quanto riguarda la motilità, se dopo un’ora gli spermatozoi che si muovono sono inferiori al 50%, la condizione è quella dell’astenospermia. Se le forme patologiche degli spermatozoi superano il 30% del totale l’anomalia si chiama teratospermia. Le persone che presentano solo una delle anomalie hanno più probabilità di avere un figlio rispetto a quelle i cui spermatozoi, oltre ad essere pochi e a muoversi male, hanno anche numerose forme patologiche. Questo stato si chiama oligoastenoteratospermia. Chi invece ha solo pochi spermatozoi non necessariamente non è fertile, perché anche queste poche cellule possono raggiungere l’ovulo femminile.
L’unico metodo efficace per raccogliere il liquido seminale è la masturbazione, meglio se eseguita presso il laboratorio. Se proprio non è possibile, è importante consegnare il liquido al laboratorio entro 30 minuti al massimo, e bisogna sempre riferire al medico l’ora precisa della raccolta. La raccolta va fatta non prima di 48 ore e non oltre 7 giorni dall’ultima eiaculazione, e bisogna aver cura di raccogliere tutto il liquido, avendo la precauzione di segnalare al medico ogni eventuale perdita. È consigliabile ripetere il controllo dopo 15 giorni, perché gli spermatozoi sono molto sensibili ad alcuni fattori, tra cui la stagione e la T esterna.
Valori normali
Oligospermia
Ol.astenospermia
Olas.teratospermia
Volume
Da 1 a 6 ml
3ml
2 ml
2ml
Colore
Avorio
Biancastro
Biancastro
Biancastro
Reazione (pH)
Da 7.2 a 8
7.1
7
7
Tem.fluidificaz.
Da 1 a 30 minuti
5 minuti
5 minuti
5 minuti
Viscosità
Normale
Diminuita
Diminuita
Diminuita
Nm.nemaspermi
Da 20 a 150mil/ml
5 milioni/ml
6 milioni/ml
6 milioni/ml
Nm.tot.nemasper.
40-800 milioni
15 milioni
12 milioni
12 milioni
Mobil. dopo 1 ora
Dal 50 al 100%
50%
20%
20%
Mobil. progressiva
Dal 40 al 100%
40%
5%
5%
Mobilità atipica
10%
Forme fisiolog.
Dal 30 al 100%
70%
70%
20%
Forme patologiche
Da 0 al 30%
30%
30%
80%
Fruttosio
Da120 a 500mg/dl
150 mg/dl
100 mg/dl
100 mg/dl
I TEST DEI MUSCOLI
L’esame che valuta i parametri dei muscoli evidenzia le alterazioni dei muscoli scheletrici e soprattutto del muscolo cardiaco. Serve a tenere sotto controllo le situazioni di affaticamento muscolare, ma anche a diagnosticare e valutare nel tempo serie malattie come la distrofia muscolare e l’infarto del miocardio. I test che indagano lo stato dei muscoli sono tre e valutano la quantità nel sangue di tre enzimi che normalmente sono contenuti all’interno dei muscoli e nelle cellule del cervello e che, quando i tessuti muscolari si lacerano o per qualche ragione si alterano vengono rilasciati nel sangue in quantità superiore al normale. Ecco quali sono.
Il creatin-fosfokinasi o CK (CPK) che si trova soprattutto nei muscoli, e viene liberato nel sangue quando si altera la funzionalità normale dei muscoli. La quantità è direttamente proporzionale all’entità della lesione per cui, nel caso di un trauma, più vengono danneggiati i tessuti tanto più CK si troverà nel sangue. Il controllo di questo enzima viene richiesto quando si sospettano lesioni al cuore, per poter diagnosticare più presto possibile l’infarto del miocardio. Il CK esiste sottoforma di isoenzimi localizzati in punti differenti del corpo. L’isoenzima che si trova nel cuore si chiama CKMB, mentre il CKMM si trova nei muscoli dello scheletro e il CKBB è specifico delle cellule cerebrali.
La latticodeidrogenasi o LDH è contenuta in molti organi del corpo, come fegato e polmoni, e anch’essa viene rilasciata nel sangue quando i tessuti sono danneggiati. Il test di questo enzima viene eseguito nel caso di sospetto infarto del miocardio e i risultati ottenuti si abbinano a quelli del CK. Anche questo enzima esiste come isoenzimi. L’isoenzima HBDH, si trova prevalentemente nel cuore e viene testato immediatamente in caso di sospetto infarto.
L’aldolasi è un enzima che si trova solo nei muscoli, e viene testato di regola per confermare la diagnosi di alcune serie malattie muscolari come le distrofie. Di norma si abbina al test del CK e del suo isoenzima CKMM.
L’esame si svolge prelevando una certa quantità di sangue che viene poi centrifugata per ottenere il siero. Quindi i tre enzimi vengono messi a contatto con altre sostanze enzimatiche in grado di provocare una reazione nel siero che viene poi registrata. I dati del test vengono espressi in unità di misura internazionale (U.I./L.). Quelli del CK totale, se sono nella norma, variano da 35 a 143 nelle donne e tra 33 a 194 per gli uomini. Il valore nella norma dell’LDH totale varia da 96 a 460, mentre quello dell’aldolasi oscilla tra lo 0.5 e il 3.0.
I dati della CK totale si alterano quando si sono compiuti degli sforzi muscolari intensi o i muscoli hanno subito un trauma. Il valore si innalza intorno a 400-500 o anche 1000, e aumenta in maniera proporzionale all’entità del trauma. Se l’alterazione dei valori è notevole (può sfiorare anche i 10000 U.I./L) segnala la distrofia muscolare. L’aldolasi in questi casi s’innalza insieme al CK, arrivando fino alle decine o alle centinaia U.I./L. Quando il CK totale s’innalza e la diagnosi non è certa, se le alterazioni fanno pensare a traumi o anomalie dei muscoli scheletrici si controlla anche il valore di CKMM: se c’è un aumento, si tratta di un problema ai muscoli. Quando s’innalza il valore del CKMB la persona probabilmente ha avuto un infarto del miocardio.Anche tali valori s’innalzano in maniera proporzionale all’entità dell’infarto.Quando è necessaria la conferma di una diagnosi d'infarto, si valuta anche il comportamento dell’tHBDH, che si trova nelle cellule cardiache e grazie al quale si può diagnosticare un infarto anche a distanza di tempo (dopo 4-5 giorni). Il test dell’aldolasi infine, essendo questo un enzima muscolare, serve per confermare le situazioni di seria alterazione ai muscoli (la distrofia muscolare) o i traumi.
Valori normali
Valori lievemente alterati
Valori molto alterati
CK: donne da 35 a 143 U.I./L
uomini da 33 a 194
CK: 200-300
CK: intorno a 600
LDH: valori nella norma
Aldolasi: circa 10
Grosso trauma o sforzo.
LDH: da 96 a 460
LDH: valori nella norma
CK: 5000
LDH: 6000
Aldolasi: circa 100
Distrofia muscolare.
Aldolasi: da 0.5 a 3.0
Aldolasi: circa 10
CK: intorno a 500
LDH: intorno a 1200 e oltre
CKMB: intorno a 90
AHBDH: intorno a 700
Infarto del miocardio.
Può trattarsi di un’alterazione provocata da un’iniezione intramuscolare.
IL REUMA-TEST
Il reuma-test è un esame per diagnosticare le malattie reumatiche, e viene eseguito a chi accusa dolori alle articolazioni e impaccio nei movimenti. Il test ricerca degli anticorpi chiamati “fattori reumatoidi”. Se il test risulta positivo possono essere fatti test ancora più specifici per individuare la malattia autoimmune responsabile dei disturbi accusati dalla persona. Anche in questo caso si ricercano gli anticorpi attraverso analisi di immunofluorescenza. L’analisi consiste nell’isolare il siero che, fino a poco tempo fa, veniva messo a contatto con delle particelle di lattice che contenevano degli anticorpi, e il medico ad occhio nudo vedeva se attorno alle particelle si formavano delle agglutinazioni, che segnalavano la presenza di fattori reumatici. Oggi i laboratori utilizzano un metodo più preciso, che consiste nel mettere il siero a contatto con delle immunoglobuline. Quindi strumenti automatici specifici misurano la torbidità o la deviazione di luce che viene determinata dallo strumento e trasformato in numeri. Le analisi in immunofluorescenza si svolgono mettendo il siero a contatto con tessuti animali o umani posti su un vetrino da laboratorio, e gli anticorpi che si cercano sono chiamati “antinucleo” perché si dirigono contro il nucleo delle cellule dei tessuti. Il contatto tra gli anticorpi e il nucleo viene svelato da una luce fluorescente. I valori del reuma-test vengono espressi secondo l’unità di misura internazionale litro (U.I./L) per ml, e i valori normali variano da 0 a 14. I valori degli antinucleo vengono espressi in base a una % di diluizione, infatti durante l’esame il siero viene diluito con una soluzione fisiologica. I valori sono positivi o negativi in base all’entità della % di diluizione, per cui per esempio se la segnalazione è negativa la % di 1/20 evidenzia una situazione di normalità, e viceversa una percentuale di 1/640 segnala una seria anomalia (la positività inizia da % di 1/40).
Il test è utile anzitutto per determinare la natura di un disturbo alle articolazioni e alle ossa: infatti è facile scambiare l’artrosi (che è una degenerazione delle articolazioni e non è un processo infiammatorio) con l’artrite (una malattia autoimmune). Nell’artrosi, l’esame darà dei risultati del tutto normali. Gli esami più specifici segnalano i diversi tipi di malattie reumatiche oltre l’artrite reumatoide, come per esempio il lupus eritematoso o la sclerodermia e anche alcuni tipi di epatiti di origine autoimmune. Esiste un altro test specifico per confermare una sospetta diagnosi di lupus, la ricerca della “Crithidia luciliae”, un parassita. Allo stesso modo, se il medico sospetta un’artrite reumatoide, spesso prescrive un’analisi di conferma, il test di Waaler Rose, che può dare risultato positivo o negativo. L’esame, essendo fatto sul siero, che è molto sensibile alle variazioni provocate dell’alimentazione, è meglio se viene eseguito a digiuno. Alcuni farmaci, come quelli a base di cortisone, possono interferire con il risultato dell’esame.
Valori normali
Lupus eritematosus sistemico
Artride reumatoide
Globuli bianchi: nella norma.
Globuli bianchi: intorno a 15000 (80% neutrofili).
Globuli bianchi: intorno a 15000 (80% neutrofili).
VES: nella norma.
VES: intorno a 80mm.
VES: intorno a 75mm.
Proteina C reattiva: nella norma.
Proteina C reattiva: intorno a 11mg/dl.
Proteina C reattiva: intorno a 7mg/dl.
Reuma-Test: nella norma.
Reuma-Test: nella norma o liebemente mosso (per esempio 20U.I./L.)
Reuma-Test: intorno a
35 U.I./L.
Anticorpi antinucleo: positivo a 1/640, con aspetto omogeneo.
Anticorpi antinucleo: negativi ma anche lievemente positivi.
Anticorpi Anticrithidia Luciliae: presenti.
Anticorpi Anticrithidia Luciliae: assenti.
IL TAMPONE VAGINALE.
Il tampone vaginale è un esame batteriologico molto importante per diagnosticare le cause più comuni delle vaginiti, cioè delle infiammazioni provocate da alcuni microrganismi come la Candida o il Trichomonas. Viene quindi prescritto quando la donna lamenta alcuni sintomi come perdite, dolori e bruciori all’apparato genitale. Per individuare il microrganismo responsabile dell’infezione di norma si esegue più di un tampone. I tamponi possono ricercare sia i microrganismi responsabili delle vaginiti, come la Candida (un fungo), il Trichomonas (un parassita), ma anche i batteri responsabili delle cerviciti, quindi la Clamydia, i micoplasmi urogenitali e il gonococco. Oltre alla ricerca dell’agente infettante, l’esame prende in considerazione parametri generali dello stato di salute dell’ambiente vaginale, come il pH e l’eventuale presenza di globuli bianchi, che di norma segnalano un infezione. Il Trichomonas vaginalis è il protozoo responsabile della tricomoniasi, un’infezione che si manifesta con secrezioni vaginali schiumose, verdastre e di odore sgradevole, con prurito alla vulva e disuria. La Chlamydia è un batterio che dà un’infezione caratterizzata da abbondanti perdite vaginali. Se non curata, può estendersi dall’endometrio fino alle ovaie, con il rischio di dare sterilità. La Candida albicans è un fungo sempre presente in vagina, che se diventa aggressivo causa un’infezione con emissione di perdite biancastre, prurito e, talvolta, bruciore alla minzione. Il Mycoplasma è un batterio che può dare un’infezione vaginale caratterizzata da leggero fastidio alla minzione e modesto aumento delle secrezioni vaginali. La Gardnerella è il batterio responsabile della vaginosi, un’infezione caratterizzata da emissione di abbondanti secrezioni vaginali bianco-grigiastre, di odore sgradevole, che tendono ad aderire alle pareti della vagina. Lo Streptococco beta emolitico è un batterio che può moltiplicarsi in modo anomalo nella vagina senza dare sintomi. La sua presenza deve essere accertata nelle donne che aspettano un bambino allo scopo di debellarlo mediante una cura antibiotica per bocca (amoxicillina più acido clavulanico), o per via endovenosa, durante il travaglio del parto. Diversamente, il bambino potrebbe essere infettato nel momento del passaggio lungo il canale vaginale.
Per potere ottenere un risultato attendibile, l’esame deve essere eseguito lontano dalle mestruazioni. Il medico introduce profondamente in vagina un tampone simile a quelli che vengono utilizzati per pulire le orecchie. I tamponi usati negli esami standard sono 3, e il test può durare anche intorno ai 5 minuti. Ognuno di questi tamponi viene poi esaminato con diverse procedure. Per il pH, il tampone viene strisciato su delle cartine. Quindi un altro tampone viene strisciato su un vetrino che viene sottoposto a colorazione. Un terzo tampone viene strisciato su terreni di agar ed incubato per 24 ore a T costante.
I primi risultati riguardano il pH ed i lattobacilli, dei particolari batteri che, nella donna fertile, devono essere presenti nell’ambiente vaginale, perché essi aiutano a mantenere un corretto ambiente acido. Quindi l’esame segnalerà l’eventuale presenza di globuli bianchi e la presenza di cellule della mucosa vaginale in disfacimento (questo è un altro indice d’infiammazione). La segnalazione riguarderà anche i batteri e i funghi (miceti), e l’eventuale presenza di parassiti, come il Trichomonas, un microrganismo responsabile di molte infiammazioni vaginali, che risulta chiaramente visibile al microscopio. Uno dei dati certi è però quello del pH, che nella donna in età fertile deve essere fortemente acido (da 3.8 a 4.5) e più il pH sale, più la situazione rivela qualcosa di anormale.
E’ bene ricordare che certe volte si soffre di perdite eccessive a causa di uno squilibrio del numero dei lattobacilli, che possono essere in sovrannumero. In questo caso può essere utile fare qualche lavanda vaginale con acqua e bicarbonato. Se, viceversa, il problema è opposto, si possono utilizzare delle specifiche candelette vaginali che contengono lattobacilli; sono indicate anche le irrigazioni con yogurt integrato con lattobacilli.
SITUAZIONE NORMALE
SITUAZIONE ANOMALA
pH: 4
VAGINITE DA CANDIDA:
Esame batterioscopico:
pH: 4.5
1. Presenza di numerosi lattobacilli.
Esame batterioscopico:
2. Rari globuli bianchi.
• Lattobacilli: presenti.
3. Numerose cellule ben conformate.
• Discreto numero di globuli bianchi.
Flora batterica: assente.
• Numerose cellule in forte disfacimento.
Miceti: assenti.
Flora batterica: assente.
Miceti: rara presenza di alcune spore di Candida Albicans.
VAGINOSI DA GARDNERELLA:
pH: 6
Esame batterioscopico:
• Lattobacilli: assenti.
• Globuli bianchi: presenza di alcuni leucociti.
• Presenza di numerose cellule e di clue cells (tipiche della Gardnerella).
Flora batterica: presente: abbondanti Coccobacilli gram-variabili.
Miceti: assenti.
VAGINITE DA TRICHOMONAS:
pH: 5.5
Esame batterioscopico:
• Lattobacilli: assenti.
• Globuli bianchi: discreto numero di granulociti.
• Cellule ben conservate.
Flora batterica: assente.
Miceti: assenti.
Ricerca Trichomonas: positiva.
LA TOXOPLASMOSI.
L’esame del sangue per la toxoplasmosi è uno dei test di routine da eseguire prima della gravidanza, anche se questa malattia può interessare tutte le persone. In realtà, la toxoplasmosi nella stragrande maggioranza dei casi è asintomatica e quindi passa del tutto inosservata. In gravidanza però diventa pericolosa perché il parassita infettante, il protozoo Toxoplasma Gondii, può passare attraverso la placenta ed infettare il bambino, un processo che può avvenire tra il terzo ed il sesto mese della gravidanza. Il toxoplasma può danneggiare seriamente il bambino.
Il test ha come obiettivo la ricerca degli anticorpi, la cui osservazione permette di capire anche se si tratta di un’infezione vecchia di anni o se viceversa è un problema recente. Questo perché alcuni anticorpi, le immunoglobuline G, sono quelli della memoria che rimangono nel sangue per tutta la vita, mentre altri, le immunoglobuline M, segnalano che l’infezione è recente, perché’ rimangono nell’organismo per un periodo massimo di 20 mesi. Esiste poi un’altra famiglia di anticorpi, le immunoglobuline A, che restano attive nel corpo per un periodo massimo di 3 mesi. Se nel siero si ritrovano questi anticorpi, significa che la persona si trova in una situazione di toxoplasmosi in fase acuta, e quindi, anche se non manifesta alcun sintomo, il protozoo sta attaccando l’organismo e può penetrare attraverso la placenta.
L’esame consiste nel mettere il siero a contatto con degli enzimi che veicolano degli anticorpi specifici contro gli anticorpi della toxoplasmosi. Il contatto tra questi elementi dà luogo ad un reazione antigene-anticorpo e provoca una reazione colorimetrica che viene registrata da appositi strumenti. I valori degli anticorpi sono espressi in U.I./mL. Per la IgG i valori normali variano da 0 a 5, mentre per le IgM i valori normali sono quelli inferiori a 0.500. Al di là di questo valore soglia, l’esame segnala la presenza di anticorpi della fase recente. Nel caso sia stata fatta la ricerca delle IgA il referto riporta solo la loro presenza o la loro assenza.
Valori normali
Infezione pregressa
Infezione acuta
IgG inferiori a 5
IgG intorno a 40-50 U.I./mL
IgG 100 U.I./mL
IgM inferiori a 0.500
IgM inferiori a 0.500
IgM superiori a 0.500
Nessun contatto con il toxoplasma.
Infezione pregressa, cioè infezione non acuta.
IgA presenti
Infezione acuta da toxoplasma Gondii.
LA ROSOLIA.
Il test per la rosolia è fondamentale se si decide di avere un bambino. Il test non ricerca il virus, ma la presenza nel sangue degli anticorpi specifici contro la rosolia. L’esame permette di stabilire non solo se la persona è infetta, ma anche il periodo in cui si è infettata. Quando l’esame segnala la presenza di anticorpi nel sangue, di solito il medico decide di approfondire le indagini, perché è importante stabilire se l’infezione è recente o meno: questo vale soprattutto per le donne in attesa, perché se si tratta di un infezione pregressa non esistono rischi per il bambino. Quindi, viene eseguito anche un esame supplementare, che è in grado di stabilire se l’infezione è recente, basandosi sul grado di aggressività degli anticorpi IgG contro il virus. Se il virus è penetrato nell’organismo in un tempo recente, gli anticorpi risulteranno poco aggressivi.
Il test si esegue isolando il siero e mettendolo a contatto con enzimi che veicolano anticorpi che hanno la funzione di attaccare quelli anti-rosolia prodotte dall’organismo per difendersi dal virus. Il contatto sviluppa una reazione colorimetrica che viene registrata da strumenti opportuni.
I valori delle IgG sono espressi in U.I./ml ed i valori normali variano da 0 a 10 U.I./mL, mentre quelli delle IgM sono espressi in termini di presenza o assenza e quelli normali non devono superare lo 0.910: oltre questo valore soglia la persona è stata interessata da un’ infezione recente. Per quanto riguarda la maggiore o minore aggressività degli anticorpi, il referto la indica con il termine IgG avidity e segnala la positività e negatività. La rosolia di solito dà sintomi specifici, che compaiono dopo circa 12-15 giorni di incubazione: si tratta dapprima di febbre, accompagnata da gonfiore delle ghiandole linfatiche, e poi della comparsa di macchie arrossate (esantemi). Nel 50% dei casi, però, la malattia è asintomatica e soltanto il test può segnalare alla persona che il virus è penetrato nell’organismo. Se dall’esame risulta che l’infezione non è recente, non esistono pericoli neanche per la donna in attesa, ma purtroppo l’infezione in fase acuta non si può curare durante la gravidanza. Per non correre rischi, quindi, è importante che la donna si vaccini contro la rosolia molto prima di decidere di avere un bambino.
Valori normali
Infezione pregressa (o vaccin.)
Infezione acuta
IgG: assenti
IgG: oltre 10 U.I./mL
IgG: molto oltre i 10 U.I./mL
IgM: assenti
IgM: assenti
IgM: presenti (o oltre 0.910)
Nessun contatto con l’agente infettivo.
Infezione pregressa o vaccinazione.
IgG avidity: positiva.
Stato di infezione acuta.
IL CYTOMEGALOVIRUS
Il cytomegalovirus è un virus che fa parte della famiglia degli herpes, quindi è un parente stretto dell’herpes labiale. Purtroppo si tratta di un microrganismo assai più aggressivo di quello che colpisce la bocca e può rivelarsi pericoloso in gravidanza. Di norma, infatti, il cytomegalovirus non dà segno della sua presenza, per cui non ci si accorge di essersi infettati. Il discorso è diverso per le persone immunodepresse per le quali l’infezione risulta molto pericolosa. Il cytomegalovirus è molto diffuso: almeno l’80% delle persone si infetta nei primi anni di vita o in giovinezza. Molto raramente il virus dà sintomi sfumati, come per esempio l’ingrossamento delle ghiandole del collo e dell’inguine e altri disturbi simili a quelli di una leggera influenza. Il test ricerca gli anticorpi e permette di stabilire anche il periodo in cui si è stati infettati. Esiste inoltre un’analisi per scoprire se si tratta di un’infezione primaria, cioè se la persona è infettata per la prima volta, o se ci si trova di nella condizione di una riattivazione, cosa che avviene molto spesso anche con l’herpes labiale.
Il siero, separato dal sangue, viene messo a contatto con degli anticorpi diretti contro quelli prodotti dall’organismo per attaccare il virus. La reazione antigene-anticorpo sviluppa una colorazione che viene registrata da appositi strumenti. I valori normali delle IgG sono compresi tra 0 e 15 U.A./mL, (unità anticorpale per ml), mentre quelli delle IgM tra 0 e 0.5: al di là di questi valori soglia il dato segnala che la persona si è infettata. Quando ci si vuole accertare che non si tratta di un’infezione primaria si sottopone il siero ad un western-blot che mette in evidenza la famiglia dei virus responsabile dell’infezione primaria. Quando l’infezione è dovuta ad una riattivazione i rischi per il bambino diminuiscono vertiginosamente, perché in questo caso difficilmente il virus passa attraverso la placenta. Purtroppo, è molto difficile prevenire l’infezione, perché il cytomegalovirus non si trova nei cibi o nell’acqua ma viene trasmesso con le goccioline di saliva, come il raffreddore.
Valori normali
Infezione pregressa
Infezione primaria
Riattivazione
IgG: assenti.
IgG: presenti I15-20
IgG:presenti oltre15-20
IgG: presenti I 15-20
IgM: assenti.
L’infezione c’è stata ma molto tempo prima.
IgM: presenti I 4
IgM: presenti I 1-5
Nessun contatto con il virus.
Western blot: presenti anticorpi infezione primaria.
Western blot: assenti gli anticorpi dell’infezione primaria.
La persona si è infettata per la prima volta.
Riattivazione del virus.
HERPES SIMPLEX 1 E 2
I virus herpes simplex 1 e 2 fanno parte della vasta famiglia dei virus herpes. L’herpes di tipo 1 causa la comunissima “febbre delle labbra”, un disturbo che colpisce a tutte le età ma che si rivela particolarmente fastidioso se interessa un neonato. L’herpes di tipo 2, invece, è un’infezione trasmissibile con i rapporti sessuali che riguarda la zona del corpo dalla cintola in giù, e che, nelle donne, si localizza molto facilmente in zona cervicale (alla cervice, sul collo dell’utero). È un disturbo molto fastidioso, si manifesta infatti con vescicole pruriginose agli organi genitali, rossore e dolore, e può essere preoccupante se si manifesta in una donna in gravidanza. Come tutti gli altri componenti della famiglia degli herpes, anche i tipi 1 e 2 hanno la caratteristica di potersi riattivare: una volta penetrati nell’organismo, magari durante l’infanzia, si localizzano in particolari zone del sistema nervoso e non danno disturbi fino a che l’organismo, indebolendosi, crea le condizioni adatte per la loro riattivazione. Soltanto allora compaiono i sintomi. L’herpes di tipo 1 non è particolarmente pericoloso, e la maggior parte delle persone ha imparato a conviverci bene, sopportando la comparsa delle vescicole sulle labbra e al limite curandole con qualche pomata. Diverso però è il caso se si tratta di una mamma durante l’allattamento, perché, in seguito alla stretta vicinanza con la madre, il neonato può infettarsi a sua volta. L’herpes di tipo 2 dà sintomi assai più consistenti rispetto a quello di tipo 1, perché le vescicole che compaiono sugli organi genitali sono dolorose e causano grande fastidio. Inoltre, se la donna presenta un’infezione durante la gravidanza e il virus è localizzato alla cervice uterina, può trasmetterlo al bambino durante il parto, con conseguenze anche serie per il neonato.
Il test ricerca gli anticorpi prodotti contro il virus, nel siero, che viene posto a contatto con alcuni anticorpi prodotti appositamente per individuare gli anticorpi anti-virus herpes dell’organismo. Da questo incontro si sviluppa una reazione, chiamata immunoenzimatica, in cui gli anticorpi contro il virus, colorandosi, diventano evidenti. Alcuni strumenti automatici sono in grado di contare gli anticorpi. Il laboratorio segnala la presenza o l’assenza degli anticorpi.
Herpes simplex 1
Herpes simplex 2
IgG: presenti
IgG: presenti
IgM: presenti
IgM: presenti
Probabile infezione recente o riattivazione.Cautela se ci si trova nel periodo di allattamento.
Infezione recente, o primaria, o riattivazione. Cautela in gravidanza; se è primaria, l’infezione può passare attraverso la placenta ed infettare il bambino. Dopo la 36° settimana di gestazione, ricercare direttamente il virus alla cervice.
IgG: presenti
IgG: presenti
IgM: assenti
IgM: assenti
Infezione pregressa. Situazione esente da rischi.
Infezione pregressa. Situazione raramente rischiosa.
LA MONONUCLEOSI.
La mononucleosi è una malattia provocata da un virus, il virus “Epstein-Barr”: si manifesta con febbre, gonfiore e dolore dei linfonodi delle ascelle e del collo, infiammazione della gola e, più raramente, depressione ed irritabilità. Il disturbo colpisce più spesso gli adolescenti e, più difficilmente, i bambini se vivono in cattive condizioni igieniche. Il virus responsabile di questo disturbo si trasmette facilmente con la saliva: per questo motivo, la mononucleosi è molto conosciuta come la “malattia del bacio”. Il test della mononucleosi è consigliato alle persone che si sentono improvvisamente stanche e che presentano febbricola inspiegabile e dolore ai linfonodi. La mononucleosi è comunque una malattia facilmente curabile, anche se il suo decorso è piuttosto lungo (2-3 mesi). Per avere la certezza che si tratti proprio di mononucleosi, bisogna sottoporsi a diversi esami.Il primo test da fare è l’emocromo, per contare il numero dei globuli bianchi e l’eventuale presenza di alcune particolari cellule, i linfomonociti, che sono globuli bianchi attivati a causa della presenza del virus. A questo punto si passa ad un test specifico, il “mono-test”, che evidenzia la presenza di particolari anticorpi prodotti dall’organismo contro il virus. Infine, sempre per rilevare gli anticorpi, è disponibile il “Paul Bunnel test”, è, se i risultati fossero ancora dubbi, si può passare ad un ulteriore esame specifico, quello per rilevare gli anticorpi del virus di Epstein-Barr. L’esame viene effettuato sul siero, che spesso è diluito con una soluzione fisiologica, e che viene sottoposto ad una reazione antigene-anticorpo. La situazione più chiara è ovviamente quella in cui i diversi test danno un responso unico, cioè segnalano la presenza di tutti i parametri tipici della mononucleosi. In realtà, però, questo avviene raramente. Molto più spesso è indispensabile procedere con i test specifici.Si è calcolato che nel 40% dei bambini e nel 30% degli adulti il referto risulti negativo al monotest e negativo al Paul Bunnel, anche se la persona è realmente affette dalla malattia. Per questo l’unico esame veramente risolutivo è il test di Epstein-Barr, che è in grado anche di determinare il momento in cui è avvenuta l’infezione e se si tratta di una malattia acuta o cronica. Durante la fase acuta della malattia, è bene eseguire anche il test delle transaminasi, che possono innalzarsi addirittura fino a 500 unità.
Valori normali
Mononucleosi
Emocromo: globuli bianchi nella norma ed assenza di linfomonociti.
Emocromo: globuli bianchi superiori a 12.1 millesimi per mm3 e presenza di linfomonociti.
Mono-test: negativo.
Mono-test: positivo.
Paul-Bunnel Test: negativo, titolo 1/4.
Paul-Bunnel Test: positivo, titolo 1/256.
Test Epstein-Barr: IgG e IgM: assenti.
Test di Epstein-Barr: IgG e IgM: presenti.
Stato di buona salute generale.
L’esame va periodicamente ripetuto per tenere sotto controllo l’evoluzione della malattia.
L’AGENDA VALIDA PER 9 MESI.
I° mese: visita ginecologica, esame del sangue e delle urine, urinocoltura; annotare il peso per verificarne l’aumento mensile; eseguire ogni giorno, per tutta la gravidanza, gli esercizi indicati.
II° mese: controllare il peso, considerando che tra il primo e il terzo mese non è giustificato alcun aumento. Nel caso in cui si superi il proprio peso forma, è bene limitare al massimo zuccheri e grassi; misurare la pressione del sangue.
III° mese: visita ginecologica, esame del sangue e delle urine, ecografia, eventualmente villocentesi. Controllare il peso, che dalla 12ma settimana può aumentare di 300-500 grammi alla settimana.
IV° mese: sottoporsi all’amniocentesi, nel caso in cui si sia deciso per questo tipo di indagine. Misurare la pressione del sangue e controllare il peso, tenendo presente che in questo mese è considerato normale un aumento di 1-2 chili.
V° mese: verso la fine di questo mese bisogna sottoporsi: alla terza visita ginecologica, all’esame del sangue e delle urine. Controllare l’aumento di peso, tenendo presente che alla fine del quinto mese l’aumento ideale è di 5 chili, con una tolleranza di 1 chilo in più o in meno.
VI° mese: effettuare la seconda ecografia, l’esame delle urine per la ricerca dell’albumina, la misurazione della pressione sanguigna. Controllare l’aumento di peso: l’ideale dovrebbe essere di 6 chili.
VII° mese: sottoporsi alla quarta visita ginecologica, all’esame del sangue, due volte all’esame delle urine per la ricerca dell’albumina. Controllare il peso. Preparare i capezzoli all’allattamento, stendendovi ogni giorno un velo di glicerina: serve a prevenire le ragadi.
VIII° mese: sottoporsi all’ultima ecografia prima del parto, misurare la pressione del sangue. Controllare l’aumento di peso per verificare che non sia eccessivo o, al contrario, troppo scarso. Effettuare due volte, a distanza di 15 giorni l’una dall’altra, l’esame delle urine finalizzato alla ricerca dell’albumina.
IX° mese: sottoporsi all’ultima visita ginecologica. Misurare la pressione del sangue. Eseguire due volte l’esame delle urine per la ricerca dell’albumina. Controllare l’aumento di peso, tenendo presente che alla fine del nono mese dovrebbe essere compreso tra i 9 e i 12-13 chili.\

Esempio



  


  1. elisa

    stavo cercando appunti su questa materia per puro interesse universitario, in preparazione all'esame di infermieristica 2!!


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