La fine di un mito

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Testo

La fine di un mito

- lei è sieropositivo-
riagganciai il telefono e lo guardai
- allora che cosa ti hanno detto- mi chiese
- sono sieropositivo – risposi.
-bastardi!- disse – bastardi tutti coloro che si sono trasmessi il virus, bastardi quelli che lo hanno trasmesso a me, e bastardo pure io che l’ho trasmesso a te!- stemmo in silenzio. Il mio destino era segnato ero pallido e il sudore colava lentamente sulla mia faccia. Lui mi guardava dal suo letto nel quale la malattia lo aveva costretto a passare, ormai, i suoi ultimi giorni. Lui era ammalato ormai da cinque anni e, nessuno dei suoi medici, i migliori sulla piazza, si… perché lui poteva permettersi il meglio, nessuno era riuscito a curarlo nessuno, è mai riuscito a combattere questo virus: l’HIV. I medici possono solo imbottirti di antidolorifici e allungarti di poco la vita. (…)
Mi aveva informato della sua situazione un pomeriggio. Aveva appena ricevuto i risultati del test, fatto a mia insaputa. Eravamo seduti in giardino nella sua casa di Garden Lodge e lui con la sua calma di sempre, forse con un accenno di tremolio nel parlare mi spiegò di aver fatto il test e di essere risultato positivo all’Aids. Io non potevo crederci e gli proposi di rifare il test, di sentire un altro parere, ma lui mi disse di no, era inutile, i suoi medici erano i migliori. Dapprima mi chiese se volevo lasciarlo ma io gli risposi che non l’avrei lasciato ne ora ne mai, e non ne parlammo più.
In seguito si sottopose a continue cure ed a regolari visite di controllo, ma si sa, quando contrai l’Aids la morte è inevitabile è omai è solo questione di quanto a lungo riuscirai a rimanere aggrappato alla vita.
Dopo qualche tempo iniziò ad avere difficoltà a camminare e sul piede destro gli si aprì una piaga che si sarebbe portato dietro sino nella tomba. Gli regalai un bastone ma non lo usò mai, non voleva concedersi questa debolezza.
Nello stesso periodo anche un nostro amico ci confessò di essere in Aids conclamato ed altri due erano appena morti.
Intanto lui peggiorava. Era diventato pelle e ossa e trovava difficoltà a dormire. Quando presi l’influenza dovemmo stare lontano per qualche giorno perché per lui, a quello stadio della malattia anche un semplice raffreddore o una influenza potrebbero essere state letali. ( le sue difese immunitarie avrebbero potuto cedere).
Poco dopo morì di Aids anche Paul Prenter e credo che quella morte gli abbia fatto ricordare le sue condizioni e il destino che gli aspettava. Il giorno del suo compleanno apparì molto fragile scese dal letto solo per prendersi un tazza di tè. Era il suo quarantacinquesimo compleanno ed ormai era consapevole che la sua vita sarebbe durante ancora poco. Poche giorni dopo durante un viaggio in Svizzera decise definitivamente di sospendere le cure ed a abbandonarsi alla morte. La sua lotta contro la malattia era giunta al termine.
Iniziò a trascorrere le sue giornate a letto alzandosi ogni tanto per guardare dalla finestra o per accarezzare uno dei suoi gatti cha tanto aveva amato.
Poco tempo dopo gli comunicai della mia condizione da sieropositivo. Era ormai novembre, novembre del 1991 e dal giardino della nostra casa lo guardavo mentre si affacciava alla finestra ignaro che sarebbe stata l’ultima volta che si sarebbe alzato da solo.
Ormai non aveva più forze. Ogni piccola cosa gli appariva immensamente bella ed importante, reagiva diversamente a ogni cosa: non si arrabbiava, non rideva non gli riusciva più di fare del sarcasmo. Aveva un grande bisogno di sentirsi dire che gli volevo bene e ogni volta che mi era possibile salivo nella sua camera per ricordaglielo.
Durante i suoi ultimi dieci giorni io ed altri amici lo assistevamo venti quattro ore su ventiquattro. Ormai più che parlare preferiva ascoltare. Ascoltava i suoi amici che gli facevano visita per l’ultima volta e soprattutto ascoltava molta musica.
L’ultimo giorno ero sdraiato al suo fianco quando mi domandò che ora era, risposi le otto; fu a questo punto che disse una frase che mi fece pensare che stava per succedere qualche cosa
- presto tutto il mondo saprà-
dormì al suo fianco quella notte, gli diedi le uniche pillole che ancora prendeva cioè gli antidolorifici. Era lucido e parlottammo tutta la notte. Alle tre mi domandò di prendergli un mango. Glielo tagliai e lui lo mangiò (ormai mangiava solo liquidi o frutta estremamente morbida). Si svegliò ancora alle sei perché voleva che lo accompagnassi al bagno ma, come fece per alzarsi sentì le sue ossa spezzarsi e lui lanciando un grido di dolore fù assalito da delle convulsioni. Chiamai subito il suo medico che lo sottopose ad una iniezione di morfina che gli fece calmare le convulsioni. La mattina seguente era distrutto non parlava, non riusciva a muovere alcun muscolo neanche e muovere gli occhi che erano sbarrati e fissavano fissi davanti. Mi avvicinai a lui per cambiarlo. Quando mi sedetti sul letto mi accorsi che Freddie era morto. Il suo viso appariva quello di una persona in pace. Gli chiusi gli occhi e lo baciai sulla fronte. Se ne andò silenziosamente lontano dalle luci, dai riflettori, lontano da tutto quel rumore che lo aveva accompagnato nella vita lontano. Era uno fra tanti ma alla fine dei conti era uno come tutti morto nella semplicità della sua camera insieme alla persona che amava. È morto cosi Freddie, il solo grande ed unico Freddie Mercuri.

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