Saddam Hussein

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Testo

Saddam Hussein
Saddam Hussein ˁAbd al-Majīd al-Tikrītī o, più correttamente, Saddām Husayn ˁAbd al-Majīd al-Tikrītī[1] (صدام حسين عبد المجيد التكريتي) (Al-Awja, Tikrit, 28 aprile 1937[2] - Baghdad, 30 dicembre 2006) è stato presidente e dittatore dell'Iraq dal 1979 al 2003, quando venne destituito in seguito all'invasione anglo-americana in quella che è conosciuta come la seconda guerra del Golfo.
È stato giustiziato per impiccagione il 30 dicembre 2006 in esecuzione di una sentenza di condanna a morte pronunziata da un tribunale iracheno - e confermata in appello - per crimini contro l'umanità. La sua esecuzione ha destato scalpore e polemiche in tutto il mondo.
Primi anni
Saddām Husayn nacque nel villaggio zaza di al-Awja, nel distretto iracheno di Tikrīt, da una famiglia di pastori di pecore. Il padre Husayn ˁAbd al-Majīd sparì sei mesi prima della sua nascita lasciando la madre, Subha Tulfāh al-Mussallat, sola con un figlio tredicenne malato e il nascituro Saddām in grembo. Dopo la morte del figlio tredicenne, la madre cercò, in piena crisi depressiva, un'altra famiglia in cui far crescere il neonato, trasferendolo dallo zio Khayr Allāh Tulfāh. Dopo il nuovo matrimonio della madre con Ibrāhīm al-Hasan, da cui ebbe altri fratelli, Saddām tornò a vivere con la madre ed il patrigno, la cui rigidità fu motivo principale per cui all'età di dieci anni si trasferì nuovamente a Baghdad per vivere con lo zio, Khayr Allāh Tulfāh, padre della sua futura sposa. Si iscrisse al Partito Baˁth (Partito della Risurrezione, di tendenze socialiste) e nel 1956, prese parte al fallito tentativo di colpo di stato contro Re Faysal II. Il 14 luglio 1958, un gruppo non-baˁthista d'idee repubblicane, condotto dal Generale ˁAbd al-Karīm Qāsim (Abd el-Karim Kassem), abbatté la monarchia e uccise il re e il Primo Ministro Nūrī Al Saˁīd. Nel 1959, dopo un tentativo fallito (pare finanziato dalla CIA [1]) di assassinare Kassem, Saddām Husayn fuggì in Egitto attraverso la Siria ed il Libano e fu condannato a morte in contumacia. In Egitto conseguì un titolo di studio nella Facoltà di legge dell'Università del Cairo.
Il colpo di Stato
Saddām Husayn tornò in Iraq a seguito del colpo di Stato militare del mese di ramadān (8 febbraio 1963) che aveva abbattuto e ucciso Qāsim, ma fu imprigionato nel 1964 a causa di un nuovo mutamento al vertice dello Stato iracheno causato dalla morte violenta del gen. ˁAbd al-Salām ˁĀref. Nel 1967 riuscì ad evadere e nel 1968 contribuì al colpo di Stato non violento realizzato dal partito Baˁth ai danni del regime militare filo-nasseriano di ˁAbd al-Rahmān ˁĀref, fratello del precedente Presidente iracheno.
Nel 1968 Saddām ottenne anche la laurea in giurisprudenza conferitagli dall'università di Baghdad.
A partire da quell'anno Saddām Husayn rivestì il ruolo di vicepresidente del Consiglio del Comando Rivoluzionario; nel 1973 fu promosso al grado di Generale dell'esercito iracheno, malgrado facesse parte dell'ala cosiddetta "civile" del partito Baˁth.
Nel 1979 il Presidente della Repubblica Ahmad Hasan Āl Bakr annunciò il suo ritiro e Saddām Husayn - imparentato con Āl Bakr, lo sostituì nella carica.
La dittatura
Secolarizzazione
Il partito Baˁth aveva un programma progressista e socialista che puntava alla modernizzazione e secolarizzazione dell'Iraq. Saddām Husayn si attenne alla linea del suo partito e proseguì le riforme modernizzatrici iniziate dai suoi predecessori, completando riforme quali la concessione alle donne di diritti pari a quelli degli uomini, l'introduzione di un codice civile modellato su quelli dei paesi occidentali (che sostituì la Sharīˁa) e la creazione di un apparato giudiziario laico (che comportò l'abolizione delle corti islamiche, anche se alcuni sostengono che vennero conservate per casi particolari). Dopo essere stato incaricato di sovrintendere alla nazionalizzazione dell'industria petrolifera irachena (1972), Saddām utilizzò una parte consistente dei profitti petroliferi per programmi di welfare (istruzione gratuita ed obbligatoria; sanità pubblica gratuita) o per modernizzare le infrastrutture e l'economia dell'Iraq, ad es. portando l'elettricità in tutto il Paese.
Guerra contro l'Iran
Donald Rumsfeld con Saddām Husayn nel 1983, in qualità di inviato speciale dell'allora presidente americano Ronald Reagan. È disponibile il video completo.
Tuttavia gran parte dei proventi petroliferi andarono negli apparati di sicurezza iracheni (responsabili di reprimere ogni opposizione interna) e nell'esercito. Saddām desiderava ottenere la leadership dell'area vicino-orientale, il che lo pose in conflitto con l'Iran dove nel 1979 era salito al potere l'Āyatollāh Khomeyni (1900 - 1989), cacciando dal trono lo scià Mohammad Reza Pahlavi (1919 - 1980). Entrambi gli Stati ambivano a un ruolo egemonico nell'area del Golfo Persico e del Vicino Oriente. Prendendo a pretesto la questione delle frontiere fra i due Paesi (specie la discussa linea di confine che correva nello Shatt al-ˁArab, fino ad allora regolamentata dall'accordo bilaterale di Algeri) l'Iraq attaccò l'Iran nel 1980 in quella che fu allora definita la "Guerra del Golfo" (oggi più nota come guerra Iran-Iraq), durata dal 1980 al 1988, anche se solo nel 1990 le operazioni belliche cessarono del tutto. L'Iraq fu appoggiato sia dagli Stati Uniti - perché Khomeyni era loro notoriamente avverso - sia, ma solo parzialmente, dall'URSS che preferiva un governo laico a uno di matrice islamica. Le truppe irachene nel periodo 1980 - 1986 avanzarono celermente nel territorio iraniano grazie agli aiuti militari ricevuti e a una discreta assistenza degli USA che permisero all'Iraq di usufruire delle fotografie del teatro bellico prese dai loro satelliti militari, ma dal 1986 l'Iran riuscì a organizzare un'accanita resistenza richiamando gli Iraniani ai loro più profondi sentimenti patriottici contro quello che ritenevano un aggressore. Gli iracheni nel 1988 furono ricacciati quasi interamente dal territorio iraniano anche se il restante territorio occupato fu sgomberato solo dopo la fine del conflitto, a seguito di appositi accordi bilaterali.
Saddām Husayn accettò una tregua e la pace fu stipulata nel 1990, anno in cui entrambi i paesi erano ormai stremati per la lunghissima guerra.
La prima guerra del Golfo
Saddām non rinunciò però a svolgere un ruolo egemonico nella regione e, riprendendo le mai accantonate pretese di sovranità irachena sul territorio dell'emirato, nell'agosto 1990 invase il Kuwait che si arrese dopo soli 2 giorni. Le Nazioni Unite si affrettarono a condannare l'aggressione mentre il presidente degli Stati Uniti George Bush veniva autorizzato dal Congresso ad utilizzare la forza militare contro le truppe irachene in Kuwait. Dopo mesi di negoziati e trattative, l'ONU impose all'Iraq il 15 gennaio come data ultima per il ritiro, dopodiché autorizzava i suoi membri ad utilizzare ogni mezzo possibile per cacciare dall'emirato le truppe di Saddām. Il 16 gennaio una coalizione guidata dagli Stati Uniti (della coalizione facevano parte Gran Bretagna, Francia, Egitto, Siria, Arabia Saudita, Italia, Afghanistan, Canada, ecc.) cominciò una devastante campagna aerea contro Baghdad e le truppe di Saddām nel Kuwait. Il ra‘īs rispose lanciando missili balistici Scud-B contro le città israeliane e saudite; tuttavia Israele, che non faceva parte della coalizione, non entrò nel conflitto. Dopo quattro settimane di bombardamenti, cominciò la fase terrestre di Desert Storm: unità arabe e dei Marines sfondarono le difese irachene nel sud del Kuwait e liberarono la capitale dopo cento ore di battaglia, mentre divisioni corazzate dei Marines penetrarono in Iraq da occidente ed effettuarono una manovra a tenaglia che impedì all'esercito e alla Guardia Repubblicana irachena di ripiegare verso Baghdad. Delle 40 divisioni presenti in Kuwait, solo 4 se ne salvarono dall'accerchiamento ed erano divisioni della Guardia Repubblicana, l'élite delle forze armate irachene. L'offensiva venne sospesa il 2 marzo a soli 60 km da Baghdad e Saddām si salvò dalla capitolazione totale. Il 3 marzo fu firmato a Safwān l'armistizio tra i generali alleati e iracheni che sanciva di fatto la fine della Guerra del Golfo. L'Iraq uscì dalla guerra particolarmente indebolito (nonostante Saddām fece passare la situazione come una vittoria); tutte le strutture militari e governative erano devastate dai bombardamenti, il 90% dell'esercito era stato distrutto e 100.000 iracheni (tra civili e militari) erano morti; gli americani persero, invece, circa 230 unità.
Azioni politiche
Saddām è sopravvissuto a numerosi colpi di Stato, tentativi di assassinio e complotti. Il 1 giugno 1972, portò a compimento il processo di nazionalizzazione delle compagnie petrolifere occidentali che avevano il monopolio sul petrolio iracheno. Saddām favorì la modernizzazione dell'economia irachena, affrettando la costruzione di industrie e seguendone il loro sviluppo. Supervisionò anche la modernizzazione dell'agricoltura conseguita con una massiccia meccanizzazione agricola e corroborata da un'ampia distribuzione di terre ai contadini. Favorì una rivoluzione globale delle industrie energetiche, così come lo sviluppo dei servizi pubblici, dal trasporto all'educazione. Avviò e perfezionò una campagna nazionale per lo sradicamento dell'analfabetismo e a favore dell'istruzione obbligatoria gratuita. Nel novembre del 2000 Saddām iniziò a richiedere che il petrolio iracheno fosse pagato in euro anziché in dollari, forse perché gran parte delle importazioni irachene avvenivano dai paesi europei, ma più probabilmente per tentare di indebolire la moneta statunitense: infatti secondo alcuni la domanda di dollari sarebbe dovuta soprattutto alla compravendita del greggio in quella valuta, il che sosterrebbe il suo cambio, proteggendolo dalla svalutazione; secondo costoro l'invasione statunitense del 2003 può essere interpretata anche come uno scontro fra petro-dollaro e petro-euro. L'embargo proclamato dalle Nazioni Unite a seguito della guerra ha pesato fortemente sull'economia irachena, vista la difficoltà per l'apposito Ufficio dell'ONU incaricato di vagliare la rilevanza militare di ogni componente elettronico e ad alto contenuto tecnologico la cui importazione veniva sollecitata dall'Iraq e che, tra l'altro, ha a lungo impedito al Paese di sfruttare appieno la sua potenzialità energetica e idrica che in forte misura dipendevano proprio da un corretto impiego e da un'utilizzazione appropriata di tali apparecchiature. Il degrado dell'efficienza industriale fu notevole e di questo pagò le conseguenze la popolazione civile, anche se la componente militare del regime iracheno fu messa al riparo col massimo dell'impegno possibile. Nel 1996 il parlamento iracheno ha accettato un piano del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che autorizzava la vendita di quantità limitate di petrolio per far fronte alle necessità primarie alimentari e farmaceutiche del Paese (cosiddetto piano Oil for food ovvero petrolio in cambio di cibo). In base ai rapporti ufficiali, la popolarità di Saddām Husayn sarebbe rimasta anche in tali momenti molto alta tra la popolazione irachena che veniva convinta dagli strumenti della propaganda del regime che le difficoltà patite scaturivano dalle decisioni vessatorie assunte dalle Nazioni Unite. Nel 2002 un referendum, che chiedeva la riconferma di Saddām Hussein come leader dello stato iracheno, ottenne il 100% di voti favorevoli. D'altra parte, Saddām era l'unico candidato e il voto era obbligatorio. Saddām era sposato con Sājida Talfāh ed aveva tre figlie e due figli, ˁUdayy Saddām Husayn e Qusayy Husayn, entrambi uccisi dai militari statunitensi in Iraq.
La caduta
Accusato di non aver adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale e di possedere ancora armi nucleari, chimiche e biologiche, mai trovate però dagli ispettori dell'ONU, l'Iraq venne nuovamente attaccato. Il 19 marzo 2003, 300.000 soldati statunitensi e britannici invasero da sud l'Iraq dando il via all'operazione Iraqi Freedom con l'obiettivo di disarmare e distruggere il regime di Saddām, accusato di collusione con il terrorismo internazionale. Dopo pochi giorni di guerra le truppe britanniche conquistarono la penisola di al-Faw e Umm Qasr; la 3a Divisione di Fanteria e la 2a Divisione dei Marines arrivano alle porte di Baghdad il 2 aprile. Il 3 aprile comincia la battaglia per la conquista dell'Aeroporto Internazionale 'Saddām' a sud-ovest della capitale irachena; il 5 aprile lo scalo è totalmente sotto il controllo americano; nella stessa giornata, unità da ricognizione entrano per la prima volta a Baghdad incontrando scarsa resistenza; il 6 aprile comincia la battaglia di Baghdad con violenti scontri tra Fedayn e Statunitensi. Il 9 aprile, la capitale irachena cade e i Marines entrano vittoriosi nella piazza del Paradiso dove viene abbattuta, in diretta mondiale, la statua di Saddām Hussein. Il 15 aprile, le truppe statunitensi attaccano e conquistano Tikrīt, ultimo bastione di Saddām. Il 1° maggio 2003, il presidente George W. Bush proclama la fine dei combattimenti in Iraq: "Nella guerra contro l'Iraq, gli Stati Uniti e i suoi alleati hanno prevalso".
Nonostante l'emergere di una violenta e sanguinosa insurrezione portata avanti dalla resistenza irachena (a seconda dei punti di vista anche definita gruppi terroristici) con azioni di guerriglia (anche qui un altro punto di vista le definisce azioni terroristiche) e dagli uomini di Abū Musˁab al-Zarqāwī, leader di al-Qā'ida in Iraq, l'ex presidente iracheno viene catturato dai soldati americani in un villaggio nelle vicinanze di Tikrīt il 13 dicembre.
Sottoposto a processo da un tribunale iracheno assieme ad altri sette imputati, fra cui il fratellastro, tutti gerarchi del suo regime, per crimini contro l'umanità, in relazione alla strage di Dujayl del 1982 (148 sciti uccisi), il 5 novembre 2006 è stato condannato a morte per impiccagione (Saddām aveva richiesto la fucilazione) e il 26 dicembre 2006 la condanna è stata confermata dalla Corte d'appello. Con lui è stato condannato a morte per impiccagione anche Awwad al-Bandar, presidente del tribunale rivoluzionario, mentre Taha Yasin Ramadan, vice presidente, è stato condannato all'ergastolo. L'esecuzione per impiccagione è avvenuta alle 6 del mattino (ora irachena) del 30 dicembre 2006, data che coincideva con la festa del sacrificio, la maggiore solennità islamica. In Iraq la sentenza ha provocato reazioni contrastanti: curdi e sciti si sono rallegrati (il primo ministro Nūrī al-Mālikī avrebbe dichiarato che "La condanna a morte segna la fine di un periodo nero della storia di questo paese e ne apre un altro, quello di un Iraq democratico e libero"), mentre i sunniti hanno reagito manifestando contro il verdetto. Anche in Vicino Oriente le reazioni sono state contrastanti: i tradizionali nemici di Saddām (Iran e Kuwait) hanno accolto la sentenza con favore, mentre i governi del mondo sunnita hanno tenuto un basso profilo, cercando di non dispiacere né agli Stati Uniti, né alle proprie opinioni pubbliche, eccezion fatta per la Libia. In Occidente la notizia della condanna a morte dell'ex-ra'īs di Baghdad è stata oggetto di giudizi fortemente contrastanti. L'Amministrazione degli Stati Uniti ha espresso la sua completa soddisfazione (Una pietra miliare sulla strada della democrazia, G.W. Bush). Invece i governi dei Paesi dell'Unione Europea, incluso quello italiano (siamo contro la pena di morte sia come italiani che come europei, Massimo D'Alema), pur approvando il verdetto di colpevolezza, hanno ribadito la loro contrarietà di principio alla pena capitale. Molti di essi si sono spinti a suggerire all'Iraq di non eseguire la sentenza, una posizione non lontana da quella russa.Numerose e autorevoli organizzazioni umanitarie hanno criticato non solo la condanna a morte, ma anche lo svolgimento del processo, in cui non sarebbero stati sufficientemente tutelati i diritti della difesa e che sarebbe stato sottoposto a forti pressioni da parte del governo iracheno e indirettamente dell'Amministrazione statunitense.
Il video dell'esecuzione
Nelle ore successive alla morte, i media di tutto il mondo, a cominciare dalla televisione di stato dell'Iraq, Al Iraqyia, hanno trasmesso un filmato relativo ai momenti immediatamente precedenti al momento dell'esecuzione, che si interrompe poco prima che la botola sotto i piedi di Saddam Hussein venga aperta. Più tardi sono stati diffusi altri due filmati, di cattiva qualità, il primo che mostrava il cadavere del condannato avvolto parzialmente in un lenzuolo bianco - ma con il volto visibile, livido e sanguinante - mentre veniva portato via dal luogo dell'esecuzione e il secondo (l'unico dotato di traccia audio), ripreso verosimilmente con un telefono cellulare dai piedi del patibolo, che mostra l'intera sequenza dell'esecuzione. In quest'ultimo video[6] è possibile seguire, con angolazione dal basso, gli stessi eventi ripresi nel primo video; di seguito si odono chiaramente i presenti inneggiare a Muqtadà aṣ-Ṣadr non appena il condannato viene lasciato solo dal boia in piedi sulla botola chiusa e con il cappio già stretto al collo, il quale replica pronunciando a propria volta il nome Muqtadà con aria e tono ironico e chiedendo con aria di sfida a chi lo insulta se creda in tal modo di comprtarsi da uomo. Alcuni secondi dopo Saddam inizia, nel silenzio, a pronunciare ad alta voce la professione di fede islamica quando, dopo pochi secondi, viene interrotto all'incipit del secondo versetto dall'apertura della botola che, con uno stridore metallico, fa precipitare il suo corpo e tendere la corda. Seguono alcuni confusi fotogrammi accompagnati dall'inneggiare dei presenti all'avvenuta esecuzione dell'ex presidente iracheno e, poco dopo, le immagini ne inquadrano il volto, mentre, ormai morto, pende appeso al cappio.
La diffusione dei due filmati, in particolare quello nel quale è evidente lo scherno e l'oltraggio cui venne sottoposto il condannato poco prima dell'esecuzione, ha provocato notevole scandalo internazionale, profondo risentimento tra gli arabi sunniti e grave imbarazzo al governo iracheno, che ha annunciato di aver arrestato due persone come responsabili della sua esecuzione e diffusione. Ciò nonostante, dopo qualche giorno è emerso ed è stato diffuso via internet un terzo filmato simile al primo, ancora una volta di cattiva qualità, che mostra il cadavere di Saddam poco dopo l'esecuzione avvolto in un sudario, che viene scostato per mostrare la testa del giustiziato innaturalmente piegata a destra e il collo con un'ampia e profonda ferita sanguinolenta. A seguito dell'impiccagione del fratellastro di Saddam Hussein, Barzan Ibrahim al-Tikriti, e dell'ex presidente del tribunale rivoluzionario iracheno, Awad al-Bandar (coimputati nella stesso processo conclusosi con la condanna capitale ai danni di Saddam Hussein), originariamente previste per la stessa notte nella quale fu eseguita quella di Saddam, poi rinviate ed effettuate alle 03:00 locali del 15 gennaio 2007, si è nuovamente diffuso orrore nel mondo alla notizia che la corda ha decapitato di netto il primo, facendo schiantare il corpo al suolo e rotolare la testa a diversi metri di distanza, come riferito dai giornalisti che hanno potuto visionare il video dell'esecuzione, rimasto questa volta riservato. Anche queste esecuzioni hanno attratto riprovazione da parte della comunità internazionale. Il 16 gennaio 2007, in un'intervista senza precedenti, persino il presidente degli Stati Uniti, George Bush, la cui amministrazione aveva in precedenza difeso senza riserve la condanna morte e l'esecuzione di Saddam Hussein, ha condannato con parole molto forti le modalità di impiccagione ("L'esecuzione di Saddam è sembrata come una vendetta", ha dichiarato Bush[7] e il governo iracheno presieduto da Nuri al-Maliki che, ha spiegato ancora il presidente, "deve ancora maturare" e "rende difficile [per il governo USA] far passare presso il popolo americano l'idea che si tratti di un governo che voglia unificare il Paese". Tali dichiarazioni di Bush sono state accolte con scetticismo da alcuni osservatori internazionali che, come Feurat Alani, inviato a Baghdad per il giornale svizzero Le Temps, hanno sollevato il sospetto che la fretta nel liberarsi di Saddam e dei suoi più prossimi complici sia in realtà stata originata dal desiderio di metter a tacere per sempre la delicata questione costituita dai considerevoli aiuti - anche militari ed in termini di armi di distruzione di massa - forniti da Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna al regime di Saddam Hussein durante gli anni 80 [9].
Funerale e sepoltura
Il 31 Dicembre, giorno successivo all'esecuzione, il corpo di Saddam Hussein è stato consegnato al capo della tribù cui apparteneva e il suo cadavere, lavato ritualmente da un imam sunnita ed avvolto nel sudario e deposto in una bara coperta dalla bandiera irachena, è stato sepolto nella tomba di famiglia nei pressi del villaggio natale, accanto ai figli dell'ex dittatore, Uday e Qusay e al nipote quattordicenne Mustafà (figlio di Qusay), uccisi dalle forze americane il 22 luglio del 2003 a Mosul.

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