Tintoretto

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Testo

Tintoretto

La liberazione di uno schiavo

Del 1548 è il suo primo capolavoro La liberazione di uno schiavo. Vi si narra l’episodio di un servo che recatosi a venerare le reliquie di San Marco venne condannato dal padrone all’accecamento e alla frattura delle gambe ma restò illeso grazie all’intervento del santo. Gli orientali con turbanti rappresentano i Turchi i tradizionali nemici dei veneziani simbolo dei barbari infedeli. Il fatto si svolge in primo piano in uno spazio ristretto tra due edifici in prospettiva convergente( quello di sinistra è più evidente e più architettato). Qui si affollano gli astanti ai quali viene impressa una forza centrifuga dal movimento avvolgente dei protagonisti posti al centro: lo schiavo nudo visto di scorcio, l’aguzzino in piedi che mostra al giudice stupefatto (seduto sul trono a destra) gli strumenti della tortura miracolosamente frantumati

Il ritrovamento del corpo di san Marco
la tela è stata commissionata a Tintoretto nel 1562 dalla Scuola Grande di San Rocco che aveva deciso di far decorare il soffitto dell’albergo cioè la sala delle Riunioni della Giunta.
La scena si ambienta in un interno cupo e inquietante:un lungo corridoio sul quale si affacciano una lunga fila di sepolcri. La fuga prospettica degli archi è disegnata dai filamenti di luce dorata che li caratterizza. Nello sfondo si apre una botola che a sua volta è un sepolcro:da essa fuoriesce un bagliore contro il quale si delineano le sagome di due persone impegnate nella ricerca del Santo. Nell’oscurità del luogo tre uomini profanatori di tombe sono intenti nello sforzo di calare un cadavere da uno dei sarcofagi mentre li vicino un quarto compagno regge una candela per far luce.
La loro impresa viene interrotta dal verificarsi di un evento imprevisto: sulla sinistra del quadro compare san Marco preannunciato da una luce folgorante in piedi vicino al suo corpo nudo disteso sopra un prezioso tappeto orientale e ritratto con un audace scorcio. Il suo apparire arresta l’attività dei profanatori di tombe e al tempo stesso libera un indemoniato avvinghiato in primo piano intorno alle gambe di una figura femminile che si piega arretrando per la sorpresa dell’incontro inatteso. Al centro della scena vi è un uomo anziano il committente del quadro che si inginocchia a terra per rendere omaggio al compiersi di tale miracolo. Il colore meno smagliante è costituito da toni bruni e lividi per concedere alla luce di svolgere la sua funzione di reale fantastica. La composizione in primo piano è resa più dinamica dalla fuga prospettica in diagonale della loggia porticata . L’illuminazione è ciò che meglio rappresenta il carattere sovrannaturale della rappresentazione. Dalla persona di San Marco la luce si propaga tutt’intorno con un andamento ritmico. La consueta tecnica di Tintoretto che procede per tocchi rapidissimi e velatura di colore rende più drammatico il contrasto chiaroscurale dell’immagine.

Santa Maria egiziaca
In quest’opera il pittore si è lasciato alle spalle le tensioni che avevano caratterizzato l’intera sua opera per una visione più contemplativa.
La santa decentrata e di proporzioni ridotte le spalle all’osservatore, abitatrice di un mondo incantato; ella vive in un vasto paesaggio notturno misterioso e luminescente. Le acque del ruscello, gli alberi, i rami, le foglie i monti sembrano formati luce perché disegnati con una linea chiara e trasparente o accennati con piccoli tocchi. Il silenzio è rotto dal gorgogliare dell’acqua ed è inevitabile domandarsi dove la santa volga lo sguardo che immaginiamo pieno di commozione. Nella natura la luce brilla intermittente nel paesaggio piovendo sulle fronde i casolari, le colline.

Cristo davanti a Pilato
La scena rappresenta il momento in cui Cristo si presenta davanti a Ponzio Pilato e quest’ultimo si lava le mani sulla faccenda. Infatti seduto sul trono con il volto ribassato vi è Ponzio Pilato come se fosse consapevole di ciò che sarebbe successo per questa sua mancata presa di posizione e alla sua destra un uomo che appunto gli ata lavando le mani. Davanti a lui vi è l’esile, calma e quasi incorporea figura del Redentore che domina la scena . La candida veste di costui genera una luce impalpabile, la luce della verità, mentre nello spazio reso angusto dall’obliquità delle linee prospettiche determinate dall’architettura si accalca una folla in ombra e macchie luminose si riverberano sulla caraffa da cui scende l’acqua a lavare le mani di Pilato , sulla fronte calva di questo, sulle vesti, sul turbante dell’uomo a destra, sul vecchio scrivano che sotto i gradini del trono verbalizza l’evento e sulle figura intorno a Cristo. La figura di Cristo riprendendo le linee verticali delle colonne si contrappone solitaria ma dominatrice al movimento ondeggiante delle altre figura in ombra.

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