La filosofia surrealista

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Testo

3 – I grandi temi della filosofia surrealista

Se si studiano i primi testi surrealisti è difficile far emergere una dottrina precisa. Tuttavia si può osservare che in tali scritti è presente una preoccupazione comune e cioè quella di assicurare allo spirito una totale e incondizionata libertà. È necessario, a tale proposito, osservare che la guerra 1914-1918, indipendentemente anche dalle disgrazie di cui si era fatta portatrice, sembrava aver messo gravemente in pericolo questa libertà. Si trattava dunque innanzitutto di interrogarsi sulle questioni del suo esercizio. Tale sembra essere stata la prima preoccupazione dei surrealisti ed è certamente assai rilevante che la loro riflessione, trovando la propria origine in una riflessione contro la guerra, in cui Breton non vedeva che un’immonda e disumana cloaca di sangue, di imbecillità e di fango, non si sia soffermata sulla guerra stessa.
Ciò che fin dall’inizio ha interessato i surrealisti è stato piuttosto di sapere come l’attività spirituale possa non essere contaminata e deviata da tali eventi.
I surrealisti considereranno sempre humour e poesia come i mezzi attraverso i quali lo spirito afferma la sua indipendenza e si libera dal determinismo di cui la vita quotidiana accetta la pesante ipoteca. La follia stessa sembra poter essere utilizzata in questo senso e contribuire ad assicurare il trionfo del principio del piacere sul principio della realtà.

Ma cosa vuol dire liberare lo spirito nella prospettiva rivoluzionaria? Significa, in primo luogo, opporsi a ciò che lo determina. Nel surrealismo si ritrova dunque un aspetto di rivolta e di negazione e si è parlato, al proposito, anche di nichilismo e di satanismo. E bisogna riconoscere che i surrealisti hanno dimostrato spesso di essere colore che si sono opposti a qualsiasi ordine: essi “ingiuriano” Dio, rigettano l’idea di patria e fanno l’elogio del crimine. Di qui deriva lo scandalo e le reazioni che hanno in molte occasioni provocato. “Tutto è da fare, tutti i mezzi devono essere utilizzati per demolire le idee di famiglia, di patria, di religione” ricorda il Secondo Manifesto del Surrealismo. È importante però non dimenticare di fronte alle innumerevoli sfide dei surrealisti, la speranza positiva che ne è all’origine. Il surrealismo non è una concezione pessimistica ed è, in larga misura, dominato dall’ attesa di ciò che Rimbaud chiamava la vera vita. Questa è assente. È necessario ritrovarla.
Nel 1924, il Manifesto del Surrealismo si apre con un appello all’infanzia e oppone alla deludente vita reale la “credenza”, cioè la fiducia, vitale e innata, che non può morire e vede, altresì, nell’uomo un “sognatore definitivo” di cui, successivamente, l’immaginazione sarà considerata una forza di realizzazione e un mezzo di salvezza. Tuttavia sognare non è fare e non si può, se si vuole cambiare la vita, contentarsi di immaginare. In una prima fase i surrealisti si disimpegnarono, per abbandonare un reale in cui la guerra aveva manifestato lo scandalo. La seconda fase fu, al contrario, di impegno. All’idea di pura rivolta si sostituì allora la preoccupazione della rivoluzione.
In tale prospettiva, un capitolo non affatto marginale della storia del surrealismo è costituito dai rapporti dei surrealisti con il Partito Comunista francese, seguito da un momento di feroce ostilità. Ma le oscillazioni e le esitazioni apparenti non furono allora che il segno di una tensione interiore e irriducibile. “‘Trasformare il mondo’, ha detto Marx, ‘cambiare la vita’, ha detto Rimbaud: per noi queste due parole d’ordine fanno tutt’uno”. Più di molte altre, questa frase di Breton sintetizza in modo esemplare l’importante dibattito: si trattava per i surrealisti di affermare, in una prospettiva di radicale contestazione, l’unità di due imperativi molto diversi,; ed era impossibile fare ciò senza la precedenza all’uno o all’altro.
I surrealisti si accorsero presto che aderire al Partito Comunista e lavorare politicamente alla trasformazione della società significava rinunciare alle ricerche propriamente interiori e al progresso individuale dello spirito. La consacrazione della propria attività a queste ricerche, a questi progressi spirituale significava, al contrario, trascurare il lavoro propriamente e specificamente rivoluzionario. Fra questi due compiti i surrealisti non giunsero a scegliere sempre in modo netto. Ma, in ogni caso, essi non acconsentirono ad abbandonare i propri valori, a giustificare i mezzi per il fine, a lodare, in pittura, il “realismo socialista”, ad accettare, sul piano morale, in primo luogo le direttive e i verdetti di Mosca. La presenza di questi problemi e vicende fu tuttavia per essi l’occasione di nuove e dolorose discordie, ma diede anche l’opportunità di affermare che essi intendevano non rinunciare a nulla di ciò che, secondo una prospettiva pluridimensionale, contribuisce alla costituzione degli uomini storicamente determinati.
È necessario osservare, a questo punto, che non sempre la visione del mondo che emerge dal marxismo coincide con quella del surrealismo. Infatti, mentre la concezione marxista tende a privilegiare, nell’esistenza umana, le categorie del lavoro e della produzione e quindi la dimensione economica, il surrealismo tende, al contrario, a dare più importanza alle categorie dell’estasi e dell’amore.
Ma tale distanza tra marxismo e surrealismo tende a diminuire nella misura in cui il marxismo, in quanto filosofia dialettica, corregge il tiro della propria prospettiva teorica rivalutando accanto a quelle del lavoro e della produzione le categorie della speranza, dell’utopia, del desiderio, della critica, rivalutazione che nella contemporaneità ha avuto un suo positivo sviluppo soprattutto grazie al reciproco rapportarsi dei concetti della teoria marxiana a quelli della sociologia, della psicanalisi, della teologia dialettica e delle scienze umane in genere. Ma è importante rilevare ancora che, se nella prospettiva tradizionalmente marxista l’uomo potrà liberarsi dalle costrizioni e dalle catene che lo opprimono, lo limitano e lo impoveriscono irrimediabilmente solo quando sarà realizzata la società senza classi, prescindendo pertanto da ogni preliminare o contemporanea rivoluzione antropologica che sarà il portato, in tale direzione, della rivoluzione politica, nella prospettiva surrealista le cose sembrano presentarsi in maniera differente.
Fin dal Manifesto del 1924, Breton sembrò infatti prendere atto della libertà intellettuale che è lasciata all’individuo cosicché lo spirito umano può – grazie all’immaginazione, non subordinando questo mutamento antropologico ai processi di trasformazione sociale dei rapporti di produzione – spezzare gran parte delle sue catene e scorgere il punto sublime – luogo utopico di poetiche convergenze – dove tutte le contraddizioni sono e/o potranno essere risolte, una specie di “socialismo dell’immaginazione” che può costituire l’anticipazione non certo irrilevante, di una più reale trasformazione della società esistente.
È quindi legittimo ritenere, quando si parla del rapporto fra surrealismo e marxismo, che i principi del pensiero marxista e quelli del pensiero surrealista differiscono e a volte possono anche opporsi: e questa differenza ed opposizione risiedono soprattutto nel fatto che nei surrealisti ci troviamo alla presenza della necessità di una rivoluzione antropologica che dovrebbe mutare l’uomo nella sua struttura spirituale e sensibile, rivoluzione che nella prospettiva surrealista costituisce un momento imprescindibile di ogni reale pratica di trasformazione sociale che deve avvenire attraverso l’azione di uomini assolutamente nuovi dal punto di vista delle loro più autentiche intenzionalità etiche ed ideali. Esigenza questa non sempre avvertita dal marxismo ortodosso ufficiale che subordina spesso, al contrario, ogni trasformazione individuale al mutamento sociale e politico, ritenendo che quest’ultimo costituisca casualmente il presupposto del primo, il quale potrà così assumere la sua più vera fisionomia solo in una società economicamente e politicamente diversa.

Il Manifesto del 1924 definisce così il surrealismo: “Automatismo psichico puro col quale ci si propone di esprimere, sia verbalmente, sia per iscritto, sia in qualsiasi altro modo, il funzionamento reale del pensiero… Il surrealismo si fonda sull’idea di un grado di realtà superiore connesso a certe forme d’associazione finora trascurate, sulla onnipotenza del sogno, sul gioco disinteressato del pensiero”. In quale modo e perché alcune forme di associazione possiederebbero una realtà superiore a quella della logica propria dell’intelletto? E perché il funzionamento inconscio del pensiero sarebbe considerato più reale del suo funzionamento razionale? Una tale gerarchia può essere compresa solo a partire dall’influenza e anche dal fascino che la psicanalisi ha esercitato sul surrealismo. Fondandosi sulle scoperto psicoanalitiche i surrealisti ritengono che la realtà profonda dello psichismo umano si trovi nell’inconscio, accordando a questo inconscio una realtà ontologica che la coscienza possiederebbe a un grado minore.
È in tale prospettiva che si situa l’attenzione dei surrealisti per il sogno, in quanto mezzo fondamentale di manifestazione e di rivelazione dell’inconscio umano. Il surrealismo si è dimostrato consapevole che ciò che chiamiamo realtà non è che una minima parte del nostro essere e che è necessario non respingere volontariamente nessuno dei suoi aspetti familiari poiché il sogno, così come lo stato di veglia, ne costituisce un’espressione non certo trascurabile.
Se è vero che nel sonno, sia esso provocato o naturale, il pensiero continua a manifestarsi, nulla autorizza a considerare come trascurabili i prodotti che esso ci dà in tali condizioni. È quindi solo a causa di un pregiudizio razionalistico ingiustificabile che si è loro accordata una scarsa attenzione, cosicché appare più che legittima e apprezzabile la considerazione che i surrealisti hanno dimostrato per una tale problematica. Ora, il fatto che il sogno sia ordinariamente considerato solo come una parentesi trascurabile all’intero dell’attività desta, porta Breton a fare alcuni necessari rilievi. C’è in primo luogo il fatto che la memoria conscia ci presenta il sogno come discontinuo. In realtà nulla impedisce di pensare che “secondo ogni apparenza il sogno è continuo e reca tracce di organizzazione”. Quindi il pensiero conscio non beneficia di nessun privilegio in rapporto al pensiero onirico. Questo ci porta ad una domanda di estrema rilevanza: “Il sogno non può essere anch’esso applicato alla risoluzione dei problemi fondamentali della vita?”. In secondo luogo c’è il fatto che il pensiero desto si dimostra molto spesso incapace di giustificare da solo le proprie manifestazioni. In mancanza di poterci rendere adeguatamente conto delle nostre scelte e delle attrattive che subiamo ci si trova obbligati a richiamarci alla “casualità” o alla “soggettività”, il cui funzionamento resta enigmatico. Ora potrebbe darsi che queste scelte e queste attrattive debbano la loro esistenza soltanto al legame che hanno con l’attività onirica. La chiave del comportamento conscio andrebbe, in tale direzione, ricercata nel sogno. C’è in terzo luogo il fatto che nel sogno tutto sembra possibile: i poteri dell’individuo vi appaiono illimitati contrariamente a quelli che egli è abituato a riconoscersi nella sua attività di veglia. Al di là della ragione conscia esisterebbe dunque un’altra ragione, che avrebbe il potere di trasgredire i limiti ordinari dell’azione umana.

Il surrealismo con la propria acuta sensibilità e predisposizione teorica verso la conoscenza delle dimensioni inconscie e profonde dell’uomo non poteva non rivolgere la propria attenzione oltre che al sogno al problema della follia. È stato merito del surrealismo, infatti, aver compreso che i cosiddetti alienati mentali o pazzi, nel loro indagare i campi ignorati dal pensiero medio e dominante, in una parola “sano”, fanno emergere spesso degli elementi non affatto trascurabili costituiti da testi, pitture, oggetti che possono considerarsi come altrettante rivelazioni di una dimensione mentale “altra” da quella della “ragione”. Risulta evidente così che una soggettività separata dal mondo e preoccupata solo di se stessa e delle sue caratteristiche è capace di produrre delle opere che sconvolgono la nostra percezione “normale” del quotidiano.
Ora, è noto che i “malati mentali”, col pretesto del loro non rispetto della normale statistica, sono “internati”. I surrealisti levano alta la loro protesta contro una tale emarginazione di individui che, ai loro occhi, hanno saputo condurre fino in fondo certune direzioni del pensiero; che queste vie sono percorribili o meno, raccomandabili o pericolose, non ha, dal loro punto di vista, alcun interesse. Nella prospettiva surrealista, nei folli bisogna salutare degli uomini non sottomessi e desiderosi di sviluppare al massimo la loro soggettività senza particolari riferimenti alle esigenze del quotidiano. L’attenzione che i surrealisti esigono che sia rivolta ai malati mentali ha un carattere evidentemente rivoluzionario: criticando le norme costrittive del razionale è l’organizzazione stessa globale che viene messa in discussione.
Affermando che il limite tra follia e non-follia è interamente convenzionale e non dipende da nient’altro che dai valori della società esistente, e che non esiste dunque follia in sé, il surrealismo ha, in un certo senso, obbligato la psichiatria a ripensare la psichiatria stessa e a ripensare lo psichiatra approfondendone i loro ruoli e le loro funzioni. Ed è in tale prospettiva critica che ha luogo il passaggio dalla psichiatria all’antipsichiatria, da una disciplina caratterizzata cioè dalla sua “buona coscienza” e dal suo ruolo integratore a una pratica convinta che l’origine della malattia deve essere cercata non nel malato stesso, ma nel suo ambiente.
Ad ogni modo, è importante ricordare che, dal punto di vista surrealista, non si tratta di scegliere la follia contro la ragione, in quanto questa scelta è così esclusiva e ingiustificabile quanto la scelta inversa che è quella dell’ordine sociale; si tratta, piuttosto, al contrario, di far ammettere che non potrebbero esistere serie ragioni per scartare a priori i malati mentali dall’esistenza normale e che l’esame della follia ci svela certa possibilità dello spirito le quali, una volta scoperte, devono essere utilizzate e integrate nell’attività globale dell’uomo.

L’attenzione dei surrealisti nei confronti del sogno e della follia è una dimostrazione sufficiente che ciò che essi auspicano soprattutto è un disvelamento di tutto ciò che nell’uomo è nascosto, occulto, profondo. In questa prospettiva si assiste quindi alla messa a punto, a livello letterario, di una scrittura senza oggetto stabilito e al di qua di qualsiasi controllo logico, estetico o morale, e in generale alla tematizzazione di procedimenti in cui l’individuo lascia esteriorizzare ciò che, in lui, tende a divenire linguaggio e vi si trova invece impedito dalla censura della coscienza. Tale è la scrittura automatica, tramite cui il surrealismo cerca di liberare e manifestare il discorso nascosto e occultato che risiede in noi e ci costituisce nel modo più pieno ed essenziale. I primi numeri della rivista “La Révolution surréaliste” lasciarono ampio spazio alle produzioni letterarie fondate sulla scrittura automatica, tuttavia questa tecnica viene dai surrealisti assai presto abbandonata.
È chiaro che queste ricerche si inscrivono in un progetto di distruzione sistematica dell’arte classica e della letteratura che, come viene rilevato nel primo Manifesto, è “una delle strade più tristi che conducono a tutto”.

I testi surrealisti che parlano della “bellezza” potrebbero sembrare contraddittori. Ora la bellezza e l’arte vi appaiono disprezzate, ora sono viste come valori supremi. Ma questa contraddizione si rivela solo apparentemente in quanto ciò che il surrealismo condanna è la bellezza spettacolo, separata dalla vita, la bellezza che non ci trasforma, per ricercare invece la bellezza sconvolgente, o, come dice Breton, “convulsa”.
Breton parla allora di fremiti, di richiami irresistibili, di stati che lo fanno rimanere di sasso. Nella concezione bretoniana è come se tali opere poetiche e plastiche avessero sugli spiriti un tale potere da eccedere in tutti i sensi quello dell’opera d’arte, come se queste opere fossero caratterizzate dall’impronta della rivelazione. Per questo è stato rilevato che, attraverso il surrealismo, la poesia è passata dalla letteratura al cuore della vita. Altrettanto vale per la pittura surrealista la cui preoccupazioni più che essere specificamente plastiche o estetiche sono intenzionate, piuttosto, a provocare la sensibilità dello spettatore e a sconvolgerlo, in una certa misura, attraverso il ravvicinamento inatteso dei diversi elementi del soggetto dell’opera e tramite l’apparizione di oggetti insoliti. Uno dei fini principali della pittura diventa quello di liberarci dalla tirannia degli oggetti esterni di cui noi subiamo, in modo più o meno inconsapevole, la costrizione. Si tratta, in sostanza, di lasciar esprimere le nostre tendenze profonde e di subordinare tutto al desiderio.
Per tutti questi caratteri, l’emozione poetica si separa dall’emozione letteraria per ricongiungersi con l’emozione erotica. E questa volendosi totale, impegnando la materia e lo spirito e non potendo ridursi, né all’attaccamento sentimentale, né alla sensibilità corporea, è posta sotto il segno dell’estasi e del meraviglioso. Le donne evocate differiscono tanto dalle pudiche amanti, che dalle amanti facili dei romanzi libertini. Esse sono i messaggeri dell’Era nuova e sembrano promettere la riconciliazione della veglia e del sogno e dunque l’accesso alla vera vita. Poiché l’amore surrealista è sempre legato in qualche misura al culto della donna, la donna amata apparirà sempre come sconvolgente e quasi sacra. Essa si presenta come colei che incarna la fusione del naturale e del sovrannaturale e l’ispiratrice dell’“amore sublime”.
Nel progetto surrealista l’amore sembra dunque apportare la suprema rivelazione e la preoccupazione morale dei surrealisti consiste soprattutto, a tal proposito, nell’essere meritevoli di un tale messaggio. L’uomo nell’ambito della su realtà, diviene così preda della sua divorante ragione di vivere: l’amore. E l’amore-passione occupa, pertanto, nelle intenzioni surrealiste il primo posto. In esso vi si ritrovano tutti i momenti prestigiosi dell’Universo, tutti i poteri della coscienza, tutta la forza del sentimento. Nell’amore si realizza la sintesi suprema del soggettivo e dell’oggettivo e ci viene reso quel rapimento che le lacerazioni surrealiste sembravano rendere impossibile.
Se si considerano alcuni testi surrealisti sull’amore come questo di Argon in cui lo scrittore dice:

Dolce donna del vento, falciatrice di luci, tu, i cui capelli puri giungono di frodo ai miei occhi per una strada di comete.

oppure:

Donna, tu sostituisci ogni forma. Appena dimentico un po’ questo abbandono, riappari e tutto muore ai tuoi passi. Ai tuoi passi nel cielo un’ombra mi circonda. Ai tuoi passi verso la notte perdo disperatamente il ricordo del giorno. Meravigliosa sostituta, sei la sintesi di un mondo meraviglioso, del mondo naturale. Quando chiudo gli occhi, sei tu che rinasci: sei il nuovo e la sua apertura, sei orizzonte e presenza. Eclissi totale. Luce. Miracolo…

o questa poesia di Paul Eluard, tratta da Facile, dove si dice:

Tu sei l’acqua distolta dai gorghi
Sei la terra che prende radice
E dove ogni cosa si fonda

Tu sacrifichi il tempo
Alla gioventù eterna della fiamma esatta
Che vela la natura ricreandola

Donna tu metti al mondo un corpo sempre eguale
Il tuo

Tu sei la somiglianza

Ecco dunque che in questi testi la donna prende il posto che, tradizionalmente, occupava Dio. L’emozione provata davanti a lei, totale e rivelatrice, diviene l’equivalente e il sostituto dell’esperienza mistica. E nella misura in cui l’amore per la donna diviene l’incarnazione dell’amore divino, si può vedere un’analogia fra amore surrealista e amore cortese.
La concezione surrealista, come quella romantica, vede nell’amore un’unità assoluta o infinita, ossia la coscienza, il desiderio o il progetto di tale infinità. In tale direzione l’amore tende a trasformarsi da fenomeno umano a fenomeno cosmico. E per i surrealisti, come per i romantici, l’amore pur rivolgendosi a cose o creature finite vede o coglie, in queste, le espressioni o i simboli dell’Infinito, cioè dell’Assoluto. Amore, poesia, unità di Finito e Infinito diventano quindi, in tale prospettiva, sinonimi.

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