Il vetro e le vetrate

Materie:Riassunto
Categoria:Arte

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Testo

IL VETRO
Caratteri e preparazione della pasta vitrea
Il vetro è una sostanza rigida non cristallina, di aspetto traslucido e per lo più trasparente, risultante dalla fusione ad alta temperatura di una miscela di anidride silicea (ricavata dalla sabbia), di un alcale terroso (ossido di calcio), di un carbonato di sodio (soda) o di potassio (potassa); la presenza di uno o l’altro dei due carbonati comporta modifiche sostanziali all’aspetto e alla struttura del vetro.
La miscela, una volta avvenuta la fusione, è portata ad assumere gradatamente consistenza solida mediante un processo di lento raffreddamento (o ricottura): prende così il caratteristico aspetto di materiale solido trasparente.
Origini e Cenni Storici
La scarsità dei reperti e la mancanza di fonti molto antiche impediscono di determinare con precisione tanto l’epoca quanto l’area geografica della prima comparsa del vetro.
Perle di vetro Murano Vere pietre preziose
I più antichi reperti di paste vitree risalgono approssimativamente al IV millennio a.C.
A quanto sembra la rarità collegata alle difficoltà della produzione faceva considerare il vetro un materiale prezioso; inoltre il rapporto fra il vetro e le pietre preziose dovette essere molto stretto se lo troviamo spesso impiegato come alternativa o come imitazione delle gemme.
I più antichi centri di produzione del vetro furono medio-orientali come la Siria e l’Egitto: la prima con centri di produzione specializzati come Tiro e Sidone; il secondo con le vetrerie di Alessandria. Di qui l’industria risalì a nord in Italia prima presso la civiltà etrusca e poi a Roma.
Il tramite di Roma fu essenziale per la diffusione del vetro in Europa, in particolare in Gallia e in Spagna: mentre l’Europa centrale ed i passi germanici sebbene avessero subito direttamente l’influenza della vetreria romana, ebbero continui contatti anche con la produzione medio-orientale, particolarmente siriaca.
Ma il grande momento della vetreria giunse nel XV secolo, quando sotto l’impulso forse dei traffici con Bisanzio e l’oriente gli artigiani muranesi diedero l’avvio a nuove tipologie e soprattutto a nuovi sistemi decorativi come quello degli smalti: in questo campo si evidenzia una figura come Angelo Barovier, molto noto anche per altri tipi di vetri.
Nel XVI secolo fra il 1530 e il 1550 fece la sua comparsa a Venezia la decorazione incisa a punta di diamante, in qualche modo assecondando il contemporaneo gusto d’oltralpe.
Stampa di un’antica fornace del XV secolo
In Italia, Venezia non fu il solo centro di produzione vetraria: fino al XVI secolo gli fece concorrenza la cittadina di Altare (presso Savona) che aveva sviluppato la propria attività a partire dai primi secoli dopo il Mille.(affianco un esempio di Vetro di Altare)
Fra Cinquecento e Seicento i modi della vetraria muranesi si diffusero ampiamente in Europa, nonostante la rigida politica del governo veneziano che impediva l’espatrio dei maestri vetrai.
I centri francesi seguirono molto da vicino la moda veneziana, finché passarono nell’orbita dell’influenza germanica e inglese, dando vita a famose fabbriche come le Cristalline di Baccarat. (vedi cartina al di sotto)
L’industria vetraria inglese si caratterizzò per una tradizione di incisione a punta di diamante; quella germanica invece si affermarono tanto la incisione a punta di diamante quanto quella a rotella.
Oggi il vetro è quasi del tutto prodotto industrialmente: processi limitatamente artigianali si impiegano ancora nella produzione dei cosiddetti vetri d’arte, che il più delle volte, per il freddo riprende motivi tradizionali, svuotati della loro carica di contenuto storico, non riescono ad andare oltre ad una sterile bravura tecnica.
Le tecniche antiche di fabbricazione di oggetti in vetro
La mancanza di fonti che indichino con chiarezza i sistemi antichi di fabbricazione degli oggetti in vetro costringe a ricostruire i processi, con una certa approssimazione, sulle tracce che essi hanno lasciato sui reperti.
Fra i sistemi diffusisi nell’antichità i più significativi sono la Colatura, lo Stampaggio, l’Avvolgimento o Colatura su anima e il Taglio a freddo.
Nelle sue varianti la tecnica della colatura fu la prima ad entrare nell’uso sino dalla scoperta del vetro, per il fatto che non differiva molto da certi sistemi già in uso per la fabbricazione della ceramica. Il sistema più semplice di colatura consisteva nel far colare la pasta vitrea fusa entro stampi chiusi o comunque cavi, premodellati.
Naturalmente questa tecnica permetteva solo di produrre oggetti in vetro pieno.
Più difficoltoso si presentava ottenere oggetti cavi, sia per la necessità di ricorrere a stampi doppi, sia per le difficoltà di ottenere grandi superfici curve dato lo spessore delle pareti vitree degli antichi oggetti.
Per ottenere oggetti cavi si procedeva più comunemente in questo modo: si colava la pasta vitrea fusa su stampi e si provvedeva poi a livellarla a caldo sullo stampo stesso. Una volta che la pasta vitrea era raffreddata solidificandosi, si provvedeva a disgregare lo stampo ed a liberare l’oggetto.
Un sistema tipicamente egizio per la produzione di oggetti cavi era la colatura o, meglio, l’avvolgimento di fili di pasta vitrea attorno a nuclei: ne sono tipici esempi i balsamari o vasetti per
unguenti e profumi rinvenuti in abbondanza nelle sepolture egizie.
Esempio di balsamari egizi
Questa tecnica trae origine probabilmente dalla produzione di vetro a canne che, tagliato a caldo o a freddo, era destinato all’esecuzione di contiere, ossia di grani per collane, ecc. Il vetro a canne trovò particolare impiego in oggetti originai dalla rifusione e modellazione delle canne policrome: è il caso delle cosiddette Murrine caratteristiche della produzione imperiale romana, o dei vetri calcedoni che imitavano le zonature policrome di pietre dure come agate.
Un altro sistema consiste nel calare fili di ferro nei crogiuoli contenente la pasta vitrea allo scopo di ottenere perle in vetro, grani per collane, ecc.: le gocce di pasta vitrea si solidificavano attorno all’anima metallica che veniva a solidificazione avvenuta.
Un rivoluzione nei sistemi di produzione: il vetro soffiato
In sostanza, le difficoltà intrinseche agli antichi sistemi di produzione dei vetri possono ricondursi alla scarsa trasparenza, alla presenza di colorazioni ed infine alle difficoltà di produrre oggetti in quantità apprezzabili: ciò comportava una sensibile lievitazione dei prezzi del vetro che limitava la sua distribuzione a un mercato molto ristretto.
Inoltre le tecniche antiche tenevano scarsamente conto delle specifiche caratteristiche strutturali e di elaborazione del vetro. A gran parte di queste difficoltà doveva ovviare l’introduzione del sistema della soffiatura: tecnica che è in uso ancor oggi.
Il sistema nelle sue linee generali è molto elementare : consiste nel soffiare la pasta vitrea fusa (bolo) per mezzo di una canna di ferro piuttosto lunga, la cosiddetta canna da soffio: come si vede in sostanza il sistema non è molto dissimile da quello usato dai bambini per fare le “bolle di sapone”.
La produzione del vetro soffiato procedere per diverse fasi. Le componenti (pressoché le medesime ricorrenti nelle più antiche paste vitree) sono portate alla temperatura di fusione in un forno che nella sua forma più tipica – che è poi quella muranesi – ha una struttura a cupola ed è suddiviso in tre ripiani: una parte inferiore in cui trova posto il combustibile (che nell’antichità era legna oppure carbone e oggi combustibili gassosi e liquidi), una parte mediana in cui è collocata la miscele che, fusa, è poi convogliata in crogiuoli (o padelle), e infine una parte superiore (talora autonoma rispetto al forno di fusione) detta camera di ricottura (o ara o tempera) in cui gli oggetti sono fatti raffreddare gradatamente fino a raggiungere la temperatura ambiente.
Le componenti fuse formano una miscela liquida altamente vischiosa, che viene purificata dalle scorie galleggianti in superficie (dette schiuma di vetro).
La pasta vitrea contenuta nei crogiuoli comunica con l’esterno attraverso della aperture o bocche (bocche di prelievo) disposte intorno al forno; da queste l’artigiano preleva una piccola parte di pasta per mezzo della canna da soffio.
Dopo aver fatto assumere al bolo una forma approssimativamente cilindrica, l’artigiano inizia a soffiare attraverso la canna facendo assumere al materiale le forme desiderate.
Il vetro si presenta in genere con la colorazione verdastra che aumenta con il suo ispessirsi. A questo fatto, dovuto alla presenza nella sabbie di ossidi di ferro, si ovvia con il biossido di manganese (MnO2) che ossidando i sali ferrosi fa assumere al vetro una colorazione giallastra; il biossido di manganese ha una colorazione violetta: essendo giallo e conseguentemente il vetro risulta incolore.
I coloranti
Parlando delle variazioni che intervengono nei vetri modificandone le componenti bisogna ricordare l’addizione delle sostanze coloranti.
D’altra parte l’esigenza di una colorazione predeterminata del vetro procede di pari passo con la sua storia: la colorazione è particolarmente diffusa infatti nei vetri egizi antichi, in quelli romani, meno in quelli siriaci, ecc.; basterebbe ricordare l’antico uso del vetro nella imitazione dei colori e dei caratteri delle pietre dure e di quelle preziose.
Il più delle volte però, le colorazioni erano affidate alla esperienza ed alla bravura dei maestri vetrai che ricorrevano a ricette tradizionali od anche inventavano essi stessi dei procedimenti coloranti: in sostanza l’industria vetraia non sapeva a priori con assoluta precisione il comportamento delle sostanze coloranti tanto in relazione alle componenti del vetro quanto in rapporto alle variazioni termiche. Uno studio preciso di questi comportamenti non avvenne prima della metà del XVII secolo.
Basti dire che in genere la colorazione avviene con l’addizione alla miscela di ossidi metallici:ad esempio il blu era ottenuto con l’ossido di cobalto ecc.
Naturalmente l’importanza dei coloranti era estrema, entravano in maniera determinante, particolarmente fra XII e XVI secolo, nella produzione delle vetrate, costituendone in sostanza la ragion d’essere.
Scoperta particolarmente interessante fu quella del cosiddetto giallo d’argento, in quanto trovò diretta applicazione nella produzione delle vetrate,a partire dal XIV secolo: esso si otteneva con la introduzione dell’ossido o del cloruro d’argento, e raggiungeva tonalità molto differenziate dal giallo limone all’arancio.
Elenchiamo di seguito alcuni colori con le sostanze che li determinano:
azzurro: ossido di cobalto (sino dai tempi più antichi);
blu: compresenza di ossido ferroso e di ossido ferrino;
giallo: oltre al già citato cloruro d’argento, più antico è l’uso del carbonio;
giallo brillante: uranato sodico, a partire dal 1789;
verde: ossido di rame;
verde brillante: nel 1795 fu introdotto il cromo.
La decorazione del vetro
Fra i numerosi sistemi di decorazione in uso nell’arte vetraria si può distinguere per comodità fra decorazione dipinta, intaglio e incisione, e decorazione applicata.
a) Pittura a smalto
Uno dei sistemi più diffusi sin dall’antichità e la pittura a smalto su vetro. In questo caso i colori in uso constano di una miscela di ossidi metallici, polvere vitrea e di coibente grasso. Una volta che l’oggetto è stato decorato a freddo, lo si sottopone al calore di un particolare forno, la muffola, in cui si sviluppa una situazione termica inferiore a quella necessaria alla fusione del vetro. La componente vitrea dei colori dello smalto fa si che l’insieme del colore venga ad aderire alle pareti dell’oggetto in vetro: si verifica infatti una parziale fusione tanto della materia colorante quanto dell’oggetto vitreo. Mediante lento raffreddamento si giunge infine alla temperatura ambiente; a questo punto l’oggetto decorato presenta la caratteristica di essere particolarmente incorruttibile agli agenti atmosferici. Decorazione a smalti policromi: lampada da moschea
La tradizione si trasmise a Venezia sviluppandosi particolarmente fra la metà del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. Ridottasi la produzione fra il Cinquecento ed il Seicento per la concorrenza della decorazione ad intaglio tedesca, la pittura a smalto ritrovò una nuova fioritura nel Settecento, quando ritornò in auge una decorazione naturalistica.
b) La pittura a freddo
Questa tecnica decorativa consisteva nella semplice applicazione a freddo di colori alle pareti vitree: non trattandosi di colori vetrosi e naturalmente non verificandosi la ricottura, ne risultava una durevolezza molto limitata; ciò non impedì che per motivi di economia e di praticità questa tecnica fosse molto diffusa.
c) Incisione
La tecnica decorativa dell’incisione interviene direttamente nel corpo degli oggetti vitrei: è dunque applicabile soltanto su vetri che posseggano sufficienti doti di durezza e spessore.
Fra i più diffusi sistemi di incisione del vetro ricorderemo l’intaglio o incisione alla mola, l’intaglio a sbalzo, l’incisione graffita o a punta di diamante, e le più recenti incisioni all’acido fluoridrico e a getto di sabbia, ed infine l’intaglio a cammeo.
Il sistema più diffuso è quello dell’incisione alla mola o alla rotella. Il procedimento consiste abitualmente nel sottoporre le pareti vitree all’azione di mole o ruote di diversa grandezza e spessore che vi producono intagli di profondità più o meno sensibile.
Le mole fatte ruotare a mano nei tempi meno recenti per mezzo di cinghie di trasmissione, sono oggi mosse del tutto meccanicamente.Perché la molatura risulti più agevole si inframmette costantemente fra la parete vitrea e la mola una miscela semiliquida di polvere da smeriglio: dopo il primo contatto, sul vetro rimangono incavi opachi del disegno. Successivamente per mezzo di mole in materiali meno duri (prima legno, poi sughero e feltro) si procede alla rifinitura ed alla lucidatura degli intagli stessi.
Il sistema di cui si è detto produce figurazioni e decorazioni per così dire in negativo, ossia rientranti nelle pareti vitree: esiste invece una tecnica di intaglio che fornisce i motivi decorativi in positivo. Per analogia alla tecnica dello sbalzo, la si definisce come intaglio a sbalzo. Praticamente invece di intagliare la parete vitrea secondo i motivi decorativi, si procede in senso inverso agendo con la mola sulle pareti vitree facendo emergere il motivo decorativo.
Per ottenere invece motivi decorativi incisi sulla superficie bisogna ricorrere alla tecnica della incisione graffita o a punta di diamante.(vedi immagine a lato). Tale tecnica consiste nel sottoporre le pareti vitree all’azione della punta di diamante per tracciare motivi decorativi. Questa decorazione molto elegante e
raffinata, è prevalentemente applicata a vetri dalle pareti sottili.
Bicchiere di vetro inciso a punta di diamante
L’incisione all’acido fluoridrico fu introdotta per la prima volta nel 1670. Si procedeva in maniera non molto dissimile dalla preparazione delle lastre per incisione grafica. Si provvedeva infatti a coprire con pitture resinose, cera, l’oggetto in vetro, e quindi a tracciare per mezzo di una punta acuminata in acciaio i motivi decorativi sullo strato protettico: l’azione dell’acido fluoridrico intaccava le parti scoperte producendo i motivi decorativi sulle pareti vitree.
Infine il sistema dell’incisione a getto di sabbia consiste come dice il termine nel produrre motivi decorativi proiettando a grande velocità un getto di sabbia continuo sulle pareti vitree secondo disegni prefissati. Il sistema fu introdotto nel 1871 negli Stati uniti. Esempio di incisione a getto di sabbia
Fra i sistemi di intaglio va ricordato infine quello della produzione di vetri a cammeo: si basa sulla possibilità di utilizzare effetti cromatici di due strati di materie vitree sovrapposti. Ottenuti degli oggetti in vetro a due stati di colori differenti si provvede ad intagliare il vetro esterno in modo da creare un rapporto di contrasto cromatico nei motivi decorativi o figurati.

Esempio di Vetro a cammeo ritrovato a Pompei
d) Decorazione applicata
Fra i sistemi di decorazione occupa uno dei primi posti la tecnica dekl adecorazione applicata. Essa consiste nell’applicare della parti premodellati agli oggetti vitrei con funzine decorativa: l’applicazione avviene quando tanto l’oggetto da decorare quanto le decorazioni vitree da applicare non sono ancora del tutto solidificati; si verifica quindi un processo di adesione reciproca fra le due parti che, unite, sono poi immesse in un forno di ricottura affinché attraverso un lento processo di raffreddamento divengano tutt’uno alla temperatura ambiente.
LA VETRATA
Cenni storici
E’ stato rivelato che le testimonianze di vetrate anteriori al XII secolo sono molto scarse, frammentarie e costituite da esemplari di ridotte dimensioni: come la testa di Cristo, proveniente da Wissembourg (conservata a Strasburgo, Museo dell’Opera), databile attorno alla seconda metà dell’XI secolo.
In Francia si opera una certa distinzione di forme in rapporto alle aree geografiche: le vetrate del nord mantengono un carattere prevalentemente romanico, accentuatamente espressivo, come nelle vetrate di Poiters nella figura in basso.

Nel centro e nel sud-est, certi contatti con l’Italia, misero in luce un linguaggio nutrito di elementi bizantineggianti.
Nelle zone in cui più stretto era il rapporto con la Germania, si sviluppa invece un gusto che è ancora nella sua sostanza romanico.
Vetrate della cattedrale di Poiters
Le vetrate del XII secolo mantengono in genere colorazioni molto nette, su gamme chiare: sul finire del secolo e in quello successivo le colorazioni si fanno più cupe; non dovette probabilmente essere estraneo a questa svolta l’ampliamento delle dimensioni delle finestre con la conseguente necessità di filtrare e ridurre la quantità di lice all’interno degli edifici.
Nel XIII secolo l’arte della vetrata raggiunge il suo apice: è il momento infatti dei grandi cicli di Chartres (1200-1236 ca.): Chartres è esemplare di questo sviluppo, che prevede un’unificazione della superficie della vetrata nella destinazione narrativa.
Una simile concezione distesa dello spazio narrativo porta come seguito diretto un’accentuazione dei caratteri decorativi della vetrata, con un aumento dei motivi riempitivi: ne è anche sintomo un uso più diffuso della grisaille tanto nell’esecuzione di motivi decorativi (cornici, ecc.) che più generalmente disegnativi.
La vetrata segue dunque il corso comune alla cultura dell’epoca: risente cioè dell’impatto con la nascente cultura cittadina e borghese, che tenderà a spostare gli assi della produzione artistica da una significazione di carattere simbolico-filosofico e quindi ideologico, all’ambito della decorazione.
Il duecento segna inoltre il momento di inizio della grande diffusione europea della vetrata.
La Germania proseguono il proprio sviluppo secondala polarità che già erano state del secolo precedente: da una parte l’interesse per il linguaggio gotico francese, dall’altra la continuazione di una tradizione locale di tipo romanico colto.
L’Inghilterra segue molto da vicino i modelli trascinati dalla cultura gotica francese: ad esempio le vetrate della Cattedrale di Cantebury riprendono molto da vicino i modi di quelle di Sens.
Dettaglio di una vetrata nel coro della cattedrale di Canterbury (sec. XIII)
La storia della vetrata trecentesca è segnata da una serie di innovazioni tecniche e formali che l’assimilano sempre di più alle altre arti figurative: si tratta dell’introduzione del giallo d’argento, dell’accentuazione dell’uso della grisaille, oltre che della tendenza ad inserire in strutture architettoniche complesse figure, che vengono realizzate su fondi chiari.
Nella seconda metà del secolo, l’indirizzo decorativo viene ulteriormente accentuato dall’affermarsi del cosiddetto , tanto nella dimensione naturalistica che in quella più specificamente .
Il Quattrocento svilupperà questa tendenza, che ormai è prossima a trasformare l’arte della vetrata in vera e propria pittura su vetro: è il corso che seguono in Italia Paolo Uccello, Donatello e Andrea del Castagno.
Si può dire che il XVI secolo segni quasi ovunque una riduzione di interesse per la vetrata: in particolare in Italia dove l’architettura rinascimentale non lasciava più posto all’impiego di questa forma d’arte. Pur non scomparendo fino a tutto il XVII secolo, anche nel resto d’Europa si attenua l’importanza della vetrata, in cui va prendendo sempre più campo la decorazione a smalti. Dopo un periodo di obsolescenza di circa due secoli, sul finire l’ottocento la vetrata ritrovò un certo successo sull’onda del decorativismo dell’Art Nouveau e del Simbolismo.
Tecnica di lavorazione
La tecnica di produzione delle vetrate è strettamente legata allo sviluppo dell’industria vetraria. Trattando del vetro, la produzione di lastre si otteneva con la soffiatura di cilindri che erano poi tagliati e spianati. Questo influenzò naturalmente le dimensioni delle lastre vitree impiegate nelle vetrate, facendo assumere a queste il ben noto effetto di mosaico trasparente.
I procedimenti tecnici sono largamente documentati. Si procedeva per diverse fasi. Prima di tutto il disegno: dal semplice schizzo, si passava ad un disegno delle dimensioni della vetrata, eseguito su tavole ricoperte di gesso, per mezzo di punte di piombo o di stagno.
Si provvedeva poi a tagliare i pezzi di vetro secondo le esigenze cromatiche impostate dal disegno: il taglio avveniva per mezzo di punte di ferro incandescente, ed a partire dal XV secolo con punte di diamante.
Il colore
La policromia delle vetrate era affidata a due fattori: da una parte l’utilizzazione di vetri di vari colori, dall’altra l’impiego della pittura vera e propria dei vetri: il che unisce nella vetrata tanto il carattere di pittura . La colorazione dei vetri avveniva sciogliendo sostanze coloranti – per lo più ossidi metallici – nella pasta vitrea fusa.
Le gamme cromatiche in uso nelle vetrate più antiche non sono in verità molto variate; a questa limitazione si provvedeva in gran parte con il sistema del placcaggio, ossia la giustapposizione di vetri di differenti colori in modo di ottenere per associazione un terzo colore.

Il placcaggio si prestava inoltre all’applicazione del graffito: incidendo lo strato di vetro superiore, si faceva trasparire la colorazione di quello inferiore, ottenendo così particolari effetti decorativi.
La
La colorazione delle vetrate era affidata anche all’intervento di una vera opera di pittura: questa si attuava per mezzo della grisaille, ossia un colore aggiuntivo composto da vetri polverizzati mescolati con ossidi metallici od altro coloranti, diluiti in sostanze liquide. La sua funzione era molteplice: serviva a modificare i toni dei colori del vetro, ad attenuare il contrasto di alcuni colori rispetto ad altri, ad eseguire i tratti del disegno nelle figure raffigurate, a dare il senso del volume alle figure, ad eseguire cornici ed altri elementi di decorazione, ecc. Essa era applicata nella parte interna della vetrata, più riparata dagli agenti atmosferici: nella parte esterna si provvedeva invece ad una colorazione sommaria.
La sua applicazione era alquanto laboriosa; si procedeva in un primo tempo ad eseguire gli elementi lineari (capelli, occhi, ecc.), poi agli effetti più generali di tono e di volumetria, asportando il colore in talune parti, per creare contrasto; ed infine si eseguivano i ritocchi. Il processo di asportazione era d’uso frequente per la pittura a grisaille: ad esempio si impiegava nell’esecuzione di cornici e disegni decorativi, disposta la grisaille in fasce e zone, si asportava la parte negativa o positiva del disegno.
Una volta provveduto all’applicazione della grisaille si sottoponevano i singoli pezzi di vetro ad un processo di ricottura: le componenti vetrose della grisaille avevano così modo di aderire alle lastre di vetro.
A raffreddamento avvenuto si provvedeva a montare i singoli pezzi secondo il generale disegno compositivo, inserendoli in listelli di piombo a doppia scanalatura, fra loro saldati da stagno: questi erano inseriti in un telaio in ferro che trovava la definitiva collocazione nel vano della finestra. Fra la fine del XII secolo e gli inizi del successivo questi telai incominciarono ad assumere sempre più complesse strutture compositivo, in cui si intersecavano figure geometriche di vario genere, quadrilobi, medaglioni, ecc.
Il giallo d’argento
Il problema della colorazione aggiuntiva e della pittura delle vetrate trovò soluzione con l’introduzione nel XIV secolo del cosiddetto giallo d’argento, un particolare colorante a base di ossidi metallici che, attraverso il processo di ricottura, origina una gamma molto variata di gialli: esso si differenzia dalla grisaille soprattutto per il fatto che la sua applicazione permette di ottenere numerosi colori composti.
Permetteva inoltre di fare assumere ad una stessa lastra di vetro colorazioni differenti: e questo naturalmente spingeva in senso pittorico l’evoluzione della vetrata. Si potevano ottenere ad esempio su una stessa lastra viso e capelli di una figura, riducendo sempre di più il numero dei pezzi di vetro impiegati; questo del resto veniva a coincidere con il raffinamento dell’industria vetraria che permetteva di costruire lastre sempre più grandi.
Un’altra innovazione con funzioni analoghe, introdotto in seguito, fu il rosso Jean Cousin, così chiamato dal nome dell’artista che secondo la tradizione ne avrebbe fatto uso per primo. Infine, quando ormai nel XVI secolo l vetrata andava incontro al suo declino, si prese ad applicare molto frequentemente lo smalto.

Esempio



  


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