Bullismo

Materie:Tesina
Categoria:Antologia

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Testo

Il Bullismo

La socializzazione
Di solito siamo abituati a dividere la vita umana in tre fasi: l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta, considerando le prime due come periodi di apprendimento e l’ultima come un periodo in cui si utilizza ciò che si è imparato ma, soprattutto nell’ultimo ventennio, gli studiosi hanno posto la loro attenzione anche sugli aspetti evolutivi e dinamici della vita adulta. Brim è stato uno dei primi a descrivere la socializzazione come un periodo che continua per tutta la vita.
Ma come potremmo definire la socializzazione?
Per socializzazione si intende quel processo con il quale apprendiamo le abilità e gli atteggiamenti legati al nostro ruolo sociale; senza la socializzazione non saremmo in grado di
interagire, di lavorare in un gruppo o di esercitare una qualsiasi forma di autocontrollo. La socializzazione consente di conoscere i comportamenti da adottare nelle varie situazioni e soprattutto, anche se non ce ne rendiamo conto, di inserire nuovi membri nella società che, interiorizzando i suoi valori, possano adottarli e trasmetterli in modo da preservare il gruppo. La socializzazione non è quindi un processo semplice e a senso unico, altrimenti vivremmo tutti insieme senza conflitti; il rapporto tra singoli individui e società rappresenta una sorta di negoziato, fatto spesso di sottili lotte con chi intendeva “plasmarci” o “raddrizzarci” contro la nostra volontà. La socializzazione ci cambia, ma attraverso la resistenza, la ribellione e la sfida anche noi, a nostra volta, cambiamo il processo di socializzazione anche se, più spesso, cooperiamo con chi cerca di modificarci. Talvolta i risultati finali possono non essere quelli sperati dai nostri genitori o da altri; la socializzazione, in certi casi, può bloccare certe persone dal punto di vista emotivo e renderle inadatte a determinati ruoli e, nei casi più estremi, certi modelli di comunicazione familiare hanno dei legami con la malattia mentale. L’educatore deve tener conto che la socializzazione può spingere gli individui a ribellarsi allo status quo e che in questo processo così ampio e totalizzante assumono una grossa parte i limiti dati dai fattori biologici di ognuno di noi e che ogni conoscenza, valore o simbolo non deve essere imposto o dato per incontrovertibile ma, perché il processo di socializzazione possa dirsi riuscito, per una persona, devono verificarsi almeno tre condizioni:
• deve capire cosa ci si aspetta da lei e quale comportamento è implicito nei vari ruoli che assume;
• deve sviluppare la capacità (intellettuale, sociale, fisica) di soddisfare le esigenze connesse a questi ruoli;
• deve acquisire il desiderio di essere adeguata rispetto a un ruolo e quindi possedere un certo grado di accettazione delle regole della società.
La socializzazione infantile risulta, quindi, un processo delicato perché influisce sui valori di base; i bambini prendono sul serio le aspettative ideali e, solo col tempo, impareranno a distinguere tra queste e quanto ci si può ragionevolmente attendere in una situazione.
Nei primi anni di vita i più importanti agenti di socializzazione sono i genitori, i fratelli e le sorelle, i parenti e gli amici; la funzione di questa prima socializzazione non è quella di instillare la conoscenza sui ruoli ma quella di motivare il bambino ad affidarsi agli altri: per far ciò, se ne trasformano le esigenze fisiche in esigenze di riconoscimento e di approvazione e si premiano questi bisogni. In questo modo, durante la prima infanzia, si instilla la fiducia, l’obbedienza e il desiderio di piacere.
La socializzazione non è una catena di montaggio dalla quale escono membri della società perfetti; non è neppure la somma algebrica dei desideri, dei progetti e dell’impegno profuso ai diversi livelli come non la si può mai dire completamente e perfettamente riuscita. Tuttavia vi sono insuccessi nella socializzazione più gravi di altri e, alcuni, possono sfociare in tragedie personali.
Tra i tre e gli otto anni aumentano le persone che entrano in contatto con il bambino, ma anche il programma cambia. Con le maestre d’asilo, gli insegnanti, gli animatori, i catechisti, ecc. viene posto l’accento sull’acquisizione di capacità cognitive e percettive, come l’apprendimento dell’uso delle lettere e dei numeri e sulla conoscenza di serie complesse di regole. Nel periodo scolastico, il gruppo dei pari diventa sempre più importante e, raggiunta la pubertà, il gruppo può avere un’influenza maggiore di quella dei genitori.
E’ in questi anni che lo sviluppo personale (senso di fiducia, obbedienza, desiderio di approvazione sociale) si accresce sulle basi gettate nella prima infanzia. Durante l’adolescenza l’influenza della scuola e della famiglia si affievolisce a tutto vantaggio del gruppo dei pari ed è in questa fase dello sviluppo individuale che, generalmente, si vengono a definire i diversi percorsi di vita dei singoli: alcuni lasciano la scuola ed entrano nel mondo del lavoro, altri proseguono, c’è chi si sposa presto e chi rinvia il matrimonio; in ogni caso, qualsiasi sia la strada intrapresa, non è mai scissa dalla storia che ciascuno ha alle spalle e dalla sua concreta appartenenza sociale.
Il bullismo
Detto ciò, in questa sede, è mia intenzione apportare alcune riflessioni riferite al gruppo dei pari, sia compagni di classe sia amici che tanta parte hanno nell’orientare scelte e atteggiamenti dei nostri figli e allievi e contro i quali spesso ci sentiamo lontani ma soprattutto disarmati. Si tratta del bullismo, fenomeno sempre più diffuso nelle scuole elementari e medie. Il termine bullismo è la traduzione italiana dall'inglese "bullying" ed è utilizzato per designare i comportamenti con i quali un singolo o un gruppo, ripetutamente, fa o dice cose per avere potere o dominare una persona o un altro gruppo1nota. Il termine "bullying" include sia i comportamenti del "persecutore" sia quelli della "vittima" ponendo al centro dell'attenzione la relazione nel suo insieme.
L’individuo è portato a subire la pressione del gruppo, chi si rifiuta di accettare una proposta ha una varietà di atteggiamenti tra chi rimane sicuro di sé e chi diventa progressivamente incerto e disorientato ma, all’interno di queste dinamiche, è stato sperimentato che, quando una persona può contare su un appoggio anche minimo, il potere del gruppo diminuisce notevolmente. Nelle relazioni adulte, le persone coinvolte in una normale “disputa” tra pari:
• non insistono oltre un certo limite per imporre la propria volontà;
• spiegano il perché sono in disaccordo manifestando le proprie ragioni;
• si scusano o cercano soluzioni mediate o di compromesso;
• si accordano e negoziano per soddisfare i propri bisogni;
• sono in grado di cambiare argomento e di allontanarsi.
In una situazione di normale conflitto tra bambini o adolescenti, invece, nessuno di questi elementi è presente e ciò può essere fonte di problematiche di non poco conto perché viene ad influenzare atteggiamenti e scelte di vita, è il bullismo. Spesso non gli si dà molta importanza perché lo si confonde con i normali conflitti fra coetanei, ma a ben guardare, il bullismo, può essere rilevato da alcune caratteristiche peculiari:
1 Essere membri di un gruppo significa far parte di un insieme di persone che interagiscono tra loro in un modo strutturato
da modelli, che sentono di appartenere al gruppo e che sono considerati dagli altri come membri del gruppo stesso.
• dall’intenzione di fare del male e dalla mancanza di compassione: il bullo prova piacere nel disturbare, insultare, picchiare o danneggiare nelle cose la "vittima" e continua anche quando è evidente che la vittima sta molto male ed è angosciata.
• intensità e durata: il bullismo è diverso dai dispetti, dalle zuffe o dalle risse che normalmente avvengono nel cortile della scuola, continua per un lungo periodo di tempo e la quantità di prepotenze fa diminuire la stima di sé da parte della vittima.
• potere del "bullo": il bullo ha maggior potere della vittima a causa dell'età, della forza, della grandezza o del genere (ad es. maschio più forte della femmina). Il bullo a volte riesce a esercitare il suo potere non solo perché è più grande o più forte, ma perché spesso altri bambini si alleano con lui per proteggere sé stessi.
• vulnerabilità della vittima: la vittima è più sensibile degli altri coetanei alle prese in giro, non sa o non può difendersi adeguatamente e, come vedremo in seguito, non sempre ha delle caratteristiche fisiche o psicologiche che la rendano più incline alla vittimizzazione.
L’asimmetria delle forze rende sempre più probabile il ripetersi dell’aggressione e rende sempre meno pari i coetanei: ovvero il bullo diventa sempre più potente rispetto alla vittima.
La ricerca mostra che i ragazzi subiscono atti di bullismo più spesso da parte di un singolo individuo mentre le ragazze da parte di gruppi di individui. Non c’è alcuna differenza nel numero dei ragazzi e delle ragazze soggetti ad atti di bullismo. I bambini generalmente sono soggetti ad atti di bullismo nei primi anni delle scuola primaria e nei primi anni della scuola secondaria.
• mancanza di sostegno: la vittima si sente isolata ed esposta, spesso ha molta paura di riferire gli episodi perché teme rappresaglie e vendette. La grandezza della scuola, se è una scuola pubblica o privata, maschile o femminile oppure mista, non incide in modo significativo sulla frequenza degli atti di bullismo.
• conseguenze: il danno per l'autostima della vittima si mantiene nel tempo e induce la persona ad un considerevole disinvestimento nella scuola e, talvolta, alcune vittime diventano a loro volta aggressori.
Diciamo che un ragazzo subisce delle prepotenze quando un altro ragazzo, o un gruppo di ragazzi, gli dicono cose cattive e spiacevoli, quando riceve bigliettini con offese o parolacce, quando viene deriso o preso ripetutamente in giro (bullismo verbale diretto) ma anche quando il ragazzo riceve colpi, pugni, calci, atterramenti e minacce, quando viene rinchiuso in una stanza, quando gli vengono sottratti o danneggiati oggetti di proprietà (bullismo fisico diretto). Esiste poi una forma di bullismo indiretto quando nessuno gli rivolge mai la parola, quando viene seguito e guardato con cattiveria, quando viene escluso dai gruppi di aggregazione o quando vengono diffuse dicerie che lo pongono in cattiva luce.
Le manifestazioni del bullismo dipendono dall’età e dal genere: con l’età emerge la tendenza a una limitazione dell’aggressività fisica mentre si assiste a un aumento delle molestie sottili e indirette. Le risposte delle vittime indicano che la maggior parte dei prepotenti è di sesso maschile e della stessa età del soggetto. Nelle scuole elementari i bambini non sono quasi mai vittimizzati dalle bambine; inoltre, per le femmine, il fenomeno delle prepotenze è più ristretto all’ambito della propria classe mentre per i maschi si allarga a tutta la scuola. Nelle medie le prepotenze maschili sono legate a dinamiche di potere e di matrice sessuale: la prima interessa il rapporto maschiomaschio per stabilire chi è più forte mentre la seconda riguarda il rapporto maschio-femmina ed esprime differenziazione e attrazione sessuale. Per le femmine è preminente la dinamica di tipo sessuale con i bambini, ma esistono prepotenze con lo stesso sesso per stabilire gerarchie di potere speso confuse con l’amicizia.
Le ricerche indicano una diffusione più generalizzata del bullismo nelle scuole elementari e primi anni delle medie. Con il crescere dell'età si assiste ad una diminuzione della frequenza con una maggiore radicalizzazione in un numero ristretto di casi come forma stabile di disagio
individuale.
I bulli persistenti sono a rischio di problematiche antisociali e devianti, le vittime rischiano quadri patologici con sintomatologie anche di tipo depressivo.
Il bullismo non è un problema solo per la vittima, è un problema anche per tutte le persone che sanno che questi comportamenti avvengono nella scuola o che vi assistono, per il clima di tensione e di insicurezza che si instaura. Se i comportamenti prepotenti vengono lasciati continuare possono avere un effetto molto negativo sulla vittima. Se ai bambini è permesso di compiere atti di bullismo è molto probabile che cresceranno con l’inclinazione a compiere prepotenze anche nell’ambito del proprio nucleo familiare e della famiglia che eventualmente formeranno.
Bullismo, è il caso di preoccuparsene?!
Una obiezione che spesso viene fatta quando si parla dell'importanza del bullismo è:
"Perché tanta enfasi nel parlare di bullismo? Queste cose ci sono sempre state, siamo cresciuti bene anche noi ed è il modo in cui i bambini imparano ad arrangiarsi nella vita". “Fatti valere”, “Non badarci”, “Cosa vuoi che sia” sono espressioni comunemente suggerite a chi subisce le prepotenze ma che non entrano nel profondo disagio che porta chi è vittima di questi atteggiamenti.
Essendo questa un’opinione alquanto diffusa merita un tentativo di risposta articolata.
• La prima causa di sottovalutazione del bullismo è che lo si confonde con la normale aggressività del vivere sociale. In realtà quando parliamo di bullismo parliamo di qualcosa di diverso dalla normale conflittualità fra coetanei e diverso anche dagli sporadici episodi di violenza che possono accadere in una comunità.
• E' vero che le prepotenze ci sono sempre state, ma questo non significa che non abbiano avuto e non abbiano conseguenze negative sulla vita delle persone coinvolte, sia per quanto riguarda le persone prepotenti sia per quanto riguarda chi le subisce. L'interesse che in molti paesi viene dato a questi comportamenti e le misure messe in atto per ridurli sono conseguenza del riconoscimento di una loro maggiore pericolosità e del loro aumento.
Indipendentemente dal significato che ciascuno di noi può dare ai comportamenti prepotenti (chi li considera negativi, chi positivi e necessari), è importante sapere che le ricerche hanno dimostrato una netta correlazione da un lato tra bullismo persistente, comportamenti antisociali e criminalità e dall'altro tra vittimismo e forti disagi personali e sociali, fino all'estremo del suicidio.
• Per quanto riguarda il confronto con le esperienze del passato, non dobbiamo limitarci a guardare i comportamenti in sé, ma si devono considerare anche i cambiamenti sociali e culturali, perché questi danno un significato diverso alle prepotenze. A livello sociale l'autorevolezza degli adulti (e spesso anche il loro controllo) tende a ridursi sempre più nel tempo anche per la "precocizzazione" adolescenziale tipica della nostra società, che fa sì che i comportamenti trasgressivi e certe dinamiche di gruppo tra coetanei si presentino già nella tarda infanzia e nella preadolescenza.
La trasgressione non è più caratteristica tipica di un preciso periodo della vita (l'adolescenza appunto), ma sta diventando “norma” o quantomeno fa “tendenza”, in una continua gara al rialzo e all'estremizzazione dei comportamenti. Spesso si ha la sensazione che i processi di differenziazione dall'adulto e la ricerca di una propria identità si esprimano per forza nella manifestazione di comportamenti ostili o violenti.
In senso educativo più generale, alcune dimensioni dell'emotività (quali la tenerezza, la gioia, la calma, il sentirsi appoggiati, il piacere di essere guidati nella scoperta delle cose, il gusto della conquista e della conoscenza costruita passo passo, ecc.) sembrano essere sempre meno presenti nella vita di bambini e ragazzi. Tutto questo porta a modalità personali di relazione con sé stessi e sociali di rapporto con gli altri sbilanciate nel senso della fretta, dell'impazienza, dell'attenzione labile con una sempre più ridotta capacità di comprendere l'altro ed i suoi sentimenti. Abbiamo bambini invasi da una moltitudine di stimoli che sviluppano prevalentemente alcune dimensioni e qualità dell'esperienza (quali l'immaginazione, il movimento veloce, l'agire senza pensare, ecc.) a scapito di altre (quali le sensazioni forti, la calma, la riflessione, il gioco costruttivo, ecc.), non contribuendo allo sviluppo di identità personali e sociali forti e radicate nella pienezza emotiva.
Questa continua corsa alla ricerca di stimoli porta alla diminuzione della capacità di ascoltarsi e di sentire, alla perdita di contatto con le sensazioni e gli affetti ad esse legati, ad una "povertà" emotiva che sfocia nell'azione immediata o nell'ostilità ripetitiva che copre le emozioni più profonde quali la paura, la vergogna, la tenerezza, la voglia di contatto.
Soprattutto i bambini tendono a giocare meno, a gestire i conflitti con fisicità anziché con le parole e la medizione, caricandosi così di rabbia e di aggressività. In aggiunta a questo spesso si associa un ambiente sociale educativamente meno "contenitivo", seppur ridondante di oggetti e di "benessere". L'insieme di questi elementi porta a un innalzamento della soglia di tolleranza verso le prepotenze, a cui contribuiscono in grossa misura anche certi programmi e forme di pubblicità televisivi e non, che, unita allo spirito di emulazione, tanto importante in adolescenza, ne determina una maggiore estensione e criticità.
La scuola
La scuola, considerata l'importante funzione educativa e di socializzazione che riveste, in particolare nella costruzione dell'autostima e nello sperimentare e acquisire abilità sociali, diventa il luogo privilegiato per interventi a carattere preventivo e di promozione del benessere. Non tutti gli episodi di bullismo avvengono nella scuola, ma la scuola è certamente l'ambiente dove più facilmente si possono contrastare e prevenire.
Spesso queste relazioni tra ragazzi nella scuola sono prese in poca considerazione; le sfide più grandi per gli adolescenti non sono tanto le interrogazioni e gli esami, ma i processi di inserimento nel gruppo. Ogni scuola ha una sua sub-cultura di convivenza, il gruppo dominante impone i suoi prezzi e le sue leggi. Tutti gli adulti di riferimento di bambini e ragazzi hanno comunque la responsabilità di attivarsi, ognuno nel proprio ruolo e compito educativo :
Dirigenti scolastici, insegnanti e personale non docente
- elaborando una politica scolastica antibullismo;
- affrontando senza paure il problema con rilevazioni, discussioni, controllo degli spazi e dei momenti meno strutturati, ecc.;
- collaborando con alunni e genitori per rendere visibili le situazioni di prepotenza e per ricercare soluzioni ai conflitti sociali sottostanti ;
- trovando il giusto equilibrio tra fermezza, comprensione e sostegno;
Genitori
- rispettando i figli e trattandoli come persone, senza rinunciare alla propria funzione educativa;
- ascoltando i figli e dando loro fiducia quando raccontano episodi sgradevoli;
- prestando attenzione ai loro rapidi cambiamenti di umore o di comportamento che possono significare disagio;
- parlando apertamente con gli insegnanti, con i dirigenti scolastici, con gli altri genitori senza farsi bloccare dalla paura di ripercussioni o di "vendette";
- insegnando ai figli a difendersi e a chiedere aiuto;
- aiutando i figli e favorendo la loro socializzazione con i coetanei;
Alunni
- chi subisce prepotenze: cercando aiuto e raccontando ciò che sta accadendo o è successo;
- chi si comporta da prepotente: cercando di mettersi nei panni della "vittima" dei propri comportamenti;
- chi sta a guardare: facendo il possibile per modificare la situazione aiutando chi subisce a trovare la forza di chiedere aiuto a qualche persona adulta di fiducia.
Chiunque si ponga in una dimensione di intervento deve porre alla base del proprio operato le seguenti regole:
- conoscere e dare il giusto valore ai comportamenti prepotenti;
- rilevare il problema nei singoli contesti portando allo scoperto le situazioni nascoste;
- fermare gli episodi nel preciso momento in cui vengono visti e successivamente cerca di capirne le cause;
- sostenere prioritariamente le vittime, anche quando non sembrano simpatiche o si ritiene che colludano con l'aggressore;
- stimolare e favorire la cultura del "raccontare" ciò che accade, in un clima di chiarezza e fermezza e al tempo stesso il meno punitivo e colpevolizzante possibile;
- considerare i bulli come persone da aiutare oltre che da "fermare";
- assicurare ai propri figli o agli alunni un ambiente sicuro in cui possano crescere imparando a fronteggiare e gestire la complessità e le difficoltà della vita, proteggendoli da eventi traumatici o troppo difficili da gestire per la loro età.
Chi subisce episodi di bullismo ricordi che ogni persona, nella sua vita, li ha ricevuti da parte di fratelli, sorelle, adulti o altri bambini e che è buona norma parlarne con qualcuno di fiducia, amici, genitori, insegnanti, perché le cose non inizieranno a cambiare fino a che non verranno raccontate. Anche un medico di fiducia può essere di aiuto per affrontare il problema, perché il bullismo fa stare molto male. Spesso le scuole si organizzano per affrontare il problema mediante il coinvolgimento di insegnanti e allievi ma anche di dottori. E’ importante dapprima incoraggiare chi subisce la prepotenza o i testimoni della stessa a raccontare l’accaduto garantendo la massima attenzione e riservatezza e, per i casi più difficoltosi, istituire delle forme anonime con apposite procedure. Una soluzione potrebbero essere quella di istituire delle apposite cassette ove depositare in forma anonima le segnalazioni. Una procedura consigliabile è anche quella di incaricare tra i docenti delle figure che si interessino al problema quali referenti incaricati ma anche quali referenti occulti che avvicinano le vittime e i bulli per dei tentativi di mediazione. Si tenga presente che il miglior risultato è quello che vede impegnato un allievo nella veste di mediatore tra bullo e vittima; quest’ultimo dovrebbe essere incaricato informalmente per le sue capacità e attitudini e quindi, la sua azione, supportata dai responsabili dell’istituto, diventerebbe incisiva proprio perché nata all’interno del gruppo.
Se la scuola è reticente o sta iniziando ad affrontare il problema, per chi subisce la violenza è opportuno iniziare a parlarne soprattutto ad un adulto e cercare di avere l’appoggio degli amici affinché diano sostegno contro le prepotenze. Di solito è difficile uscire dal bullismo per conto proprio o anche con l'aiuto degli amici e quindi il passo obbligato è quello di chiedere comunque aiuto alla scuola e ai genitori. Occorre che le campagne di informazione degli alunni siano improntate a dare fiducia, spiegare che non ci si deve vergognare di chiedere aiuto, che chi lo chiede non è né debole né fallito e che tutti noi qualche volta abbiamo bisogno degli altri. Non si tratta di fare la spia ma di garantirsi il diritto di non subire aggressioni e molestie. Il temere delle ritorsioni da parti del bullo è una paura naturale e spesso scoraggia le confessioni ma è possibile intervenire sul bullo senza che questi sappia chi ha parlato soprattutto se il suo comportamento ha danneggiato più persone e, diversamente, se il bullo saprà chi ha parlato, è sempre meglio che le eventuali prepotenze avvengano allo scoperto affinché gli adulti possano proteggere le vittime.
E’ una responsabilità grande per la scuola e per i genitori perché, attraverso il bullismo, si arriva ai comportamenti devianti e delinquenziali ma soprattutto perché, chi è vittima in modo ripetuto, ne porta le conseguenze per molto tempo e spesso per tutta la vita. La società civile deve tutelare le vittime e incoraggiare la collaborazione contro la cultura della sopraffazione, della prepotenza e della violenza. La riduzione del bullismo crea un clima scolastico favorevole all’apprendimento e costituisce il terreno sociale per l’educazione alla legalità.
Gli attori coinvolti
E’ importante sottolineare che i "prepotenti" non hanno caratteristiche particolari, sia fisiche sia economiche; il bullo può avere un ottimo rendimento scolastico e non essere svantaggiato economicamente. I bulli, d’altro canto, sono spesso vittime di stili di vita in cui prevalgono fretta di agire e di prendere ma anche educazioni autoritarie e intolleranti e, quindi, debbono essere aiutati soprattutto a sentire e a manifestare le proprie emozioni. I modelli educativi coercitivi legittimano infatti, agli occhi del bullo, i comportamenti aggressivi ma anche modelli educativi troppo permissivi e tolleranti, proprio perché poco contenutivi, possono portare a questi comportamenti.
Il bullo può anche suscitare simpatia e ammirazione da parte di alcuni compagni, in questo modo il suo atteggiamento viene a essere rinforzato anche se la maggior parte dei compagni lo rifiuta. Talvolta basta una sgridata per far cessare il comportamento prevaricatore, soprattutto nei maschi, mentre le femmine risultano più subdole e rancorose nei loro atteggiamenti. Un atteggiamento aggressivo può essere normale e per certi versi tollerabile nei bambini ma, pur riducendosi nelle medie, non significa che il fenomeno sia meno importante perché, per chi continua, l’aggressività risulta radicata e critica, in un periodo molto importante per la definizione della propria identità personale anche all’interno del gruppo. Spesso chi attua questi atteggiamenti è in grado di pianificare l’azione come pure di capire lo stato mentale dell’altro.
Le vittime non hanno per contro delle particolari caratteristiche fisiche, tutti possono essere oggetto di prepotenze indipendentemente dal fatto che portino gli occhiali, che abbiano i capelli rossi o che siano soprappeso. Il loro stato d’animo può essere molto vario, si parte dalla perdita di sicurezza e di autostima per arrivare a veri e propri stati d’ansia e depressivi.
Per i bambini è un passo molto difficile confidarsi con i genitori e, frequentemente, lo compiono quando ritengono di aver fatto tutto per affrontare da soli la situazione.
Per i genitori è quindi difficile scoprire l’insorgere di questi eventi per l’iniziale reticenza dei figli, ma alcuni elementi possono essere indicatori del malessere in atto:
• rifiuto di recarsi a scuola;
• rifiuto di compiere gli stessi percorsi per andare all’istituto scolastico;
• calo del rendimento negli studi;
• minor socializzazione con i compagni;
• richiesta immotivata di denaro;
• lividi e graffi che il bambino non vuole spiegare;
• oggetti personali danneggiati, strappati o smarriti che il bambino non riesce a spiegare;
• malesseri vari e immotivati come cefalee o mal di stomaco;
• accessi d’ira, attacchi d’ansia o di pianto e stati depressivi.
Per i bambini e i ragazzi, in attesa della definizione dell’intervento adulto, può essere consigliabile:
• stare vicino agli adulti e ai compagni che possono aiutarli negli intervalli ma anche nei tragitti sugli autobus e sugli scuolabus;
• ignorare il bullo ed essere fermi sulle proprie posizioni senza dimostrare paura o rabbia, rispondere con decisione e con fermi dinieghi per poi allontanarsi anche a costo di essere additati come paurosi. L’importante è non dare soddisfazione al bullo e rendere difficile e faticoso il suo atteggiamento;
•insegnare a non rispondere con violenza e soprattutto non passare alle mani, il bullo è spesso più forte e soprattutto non è il caso di arrivare a vie di fatto per difendere i propri oggetti, il fatto potrà essere denunciato e punito in seguito. Spesso, quando si arriva alle mani, è difficile poter provare che il tutto era iniziato da atti di bullismo e quindi è anche verosimile che la vittima si trovi ad avere anche una responsabilità per i propri gesti violenti;
• dare risposte spiritose o intelligenti ma soprattutto pronte può scoraggiare, le risposte possono anche essere studiate a casa e magari provate davanti allo specchio, non tutti i bulli sono così ostinati e sicuri di sé e, davanti a un certo carisma, potrebbero rinunciare;
• cambiare qualche abitudine come i percorsi verso la scuola o l’utilizzo di parti comuni, non è giusto ma può essere un buon modo per evitare i contatti con il bullo. E’ importante garantire fiducia e ascolto da parte degli adulti, tutti devono sapere che le loro segnalazioni saranno prese in seria considerazione e quindi, anche chi assiste agli atti di bullismo, sia motivato a raccontare i fatti;
• annotare gli eventi che si ripetono potrà tornare utile per eventuali segnalazioni future.
Un genitore in queste fasi deve essere molto cauto, la prima reazione, una volta appresa la notizia, è sicuramente quella di rabbia seguita dall’intenzione di precipitarsi a scuola per definire al più presto la situazione ma, un intervento affrettato, può essere ancora più pericoloso per lo stato d’animo del figlio. In queste prime fasi il bambino già avrà avuto difficoltà nell’esporre gli eventi e renderli di dominio pubblico sarà per lui fonte ulteriore di ansia e di preoccupazione, nel timore di vendette e di derisione. E’ quindi molto importante:
• far parlare molto il bambino, con delicatezza e lasciandolo riflettere sull’accaduto, lasciarlo sfogare e capire bene come si sono svolti i fatti e se ci sono dei testimoni;
• non sminuire e non cercare di ottenere e informazioni tutte in una volta;
• attendere di ascoltare le altre parti prima di trarre delle conclusioni;
• rendere partecipe il bambino delle scelte da adottare e farlo sentire capito;
• definita la situazione e i modi su come affrontarla, prendere contatto con la scuola scartando ogni facile soluzione come quella di irrompere nella scuola o quella di affrontare il bullo direttamente;
• esporre la situazione e rendersi disponibili, la scuola ha tutto l’interesse a risolvere il problema e spesso tanti istituti hanno già delle politiche di gestione del bullismo;
• tener presente che potrebbe trascorrere un po’di tempo prima che la situazione venga definita sia per i tempi necessari ad accertare gli eventi sia perché il personale della scuola potrebbe essere del tutto all’oscuro di quanto accaduto. Gli atti di bullismo nella maggior parte dei casi avvengono lontano dagli adulti e, di solito, soltanto gli altri bambini sanno quello che è successo. Talvolta potrebbe anche trattarsi di scherzi andati oltre il limite del buon gusto. In tale lasso di tempo sarà opportuno modificare qualche abitudine nei tragitti, accompagnare il minore o farlo accompagnare da amici. E’ consigliabile invogliare il minore a crearsi più amicizie, invitate a casa i compagni per consolidare i rapporti e incentivate le attività che permettano di avere tante appartenenze spezzando così la dipendenza da un gruppo o da una situazione;
• ripetere al bambino di non tener conto delle frasi offensive, rinforzare la fiducia in sé stessi per affrontare la situazione senza essere agitati, offensivi o violenti ma soprattutto convincere il bambino che raccontare le cose non è “fare la spia” e che le cose peggioreranno solamente se non si affronta il problema e non il contrario.
Affrontare il problema è un dovere e le occasioni per farlo possono essere le più svariate, dagli incontri in classe per discutere delle difficoltà e dei problemi alle occasioni di apprendimento comuni; possono essere organizzati incontri tra insegnanti, genitori e alunni, riunioni tra genitori coinvolti nel problema ma, come sopra precisato, sarà opportuno incentivare la mediazione da parte di ragazzi neutrali per evitare l’intervento diretto dell’adulto che potrebbe indebolire ulteriormente la posizione della vittima nel gruppo.
Il bullismo è sempre esistito e la situazione odierna probabilmente non è né migliore né peggiore di quella passata, ma non rientra nei normali processi di maturazione e quindi deve essere affrontato per evitare danni dal punto di vista fisico ed emotivo. I genitori, come abbiamo visto, sono i primi destinatari delle richieste di aiuto ma, prima ancora i ragazzi, soffrono in silenzio.
I bambini hanno detto che subire il bullismo è pressoché la cosa peggiore che possa loro capitare.

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